Non lo so che cosa ho mangiato, non so nemmeno se è dipeso da uno stato di suggestione ipnotica o da chissà quale strano percorso mentale, che stanotte pure mi ha portato su piste ciclabili ghiacciate, nel sogno, alla ricerca di un’università impossibile, a Formicola, un’ateneo all’inglese con tanto di prato verde in mezzo ai ruderi a due passi dal centro di Lecce, ma dentro il casertano. Ora, ripeto, non lo cosa mi ha fatto bene o male, ma a un certo punto stanotte mi si è aperta la mente e ho cominciato a pontificare sulle mie passioni e più veloce della luce ho tirato giù, in ordine, una nuova filosofia del design contemporaneo, un’idea vaga da realizzare con martello e chiodi o carta e matita, a seconda, e una nuova visione del web.

Vado per ordine, altrimenti non ci capiamo. Ho seguito un percorso incerto attraverso un’idea ossessiva che ho: mi piace immaginare la composizione di spazio e non-spazio, nel senso di pieni e vuoti, ambienti per ospitare e oggetti che vogliono essere ospitati. Così, seguendo i percorsi della mia fantasia, ho immaginato uno spazio popolato solo da oggetti che si trasformano autonomamente o mutano in base alle nostre evoluzioni mentali e fisiche. Solo adattabile, lo spazio può corrispondere alle nostre emozioni, e solo adattabile l’oggetto può resistere alla distruzione del tempo consumistico in cui siamo immersi. Ho pontificato. Lo so. Mi sto anche un po’ mettendo in cattedra. Però a pensarci l’idea mi piace, mi alletta come fosse uno di quei pranzi che danno soddisfazione, la scoperta della relatività, una scopata unica o i primi passi di un figlio… che ne so, ho manie di grandezza, almeno nella fantasia lasciatemele coltivare.

E poi sono andata avanti. Non mi è bastato riscrivere il design come una teoria degli oggetti. Ho preso a seguire percorsi paralleli sul web. Ho pensato che è bello e estremamente funzionale il nuovo sistema operativo della apple, il mac os X?, anche se non corrisponde ancora pienamente all’idea che mi sono fatta di come dovrebbe reagire la macchina alla mia presenza per essere un apparecchio emozionale. La mia scrivania dovrebbe essere come una lavagna, su cui scrivere appunti, lasciare il segno delle navigazioni, portare le immagini che vado conservando, e comporsi ogni volta come a me serve e piace. Ci vorrebbe una specie di software editore che mi consentisse di comporre il mio desktop come una finestra virtuale sulla mia memoria. E questa dovrebbe essere condivisa in rete come un blog, ma evoluto: ognuno un giorno ospiterà i propri pensieri sul proprio computer, senza passare attraverso un server, trasmettendo in chiaro l’immagine di un desktop e di un diario o di quanto altro vorrà condividere della propria conoscenza. E il sistema funzionerà come funzionava napster, come funzionano i programmi per il file sharing, solo che anziché scaricare musica o filmati illegalmente, scaricheremo legalmente emozioni. E sarà il modo in cui il computer entrerà a far parte del nostro spazio privato, come del privato entrano oggi a far parte gli oggetti, gli spazi fisici, gli abiti, e quanto altro un tempo era condiviso con la comunità. E ci saranno anche spazi virtuali condivisi, come esistono oggi comunità e blog condivisi. Ma sarà sempre all’insegna di un’idea di web più ampia e complessa di quella attuale. Una sorta di broadcast personale e pubblico di noi stessi. La prima interazione mediata non è tra noi abitanti del villaggio globale, ma tra me e il mio pc. Il blog ha abbattuto una prima parte della barricata, adesso non resta che buttarla giù completamente e dare nelle mani di ciascuno questo strumento di rappresentazione del mondo che è il web. Ah, sorte ingiusta e meschina. Se solo sapessi programmare informaticamente questi miei programmi ideali, adesso siederei accanto ai creatori di google…

Share
  • Print
  • email
  • FriendFeed
  • Facebook
  • LinkedIn
  • Twitter
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • Netvibes
  • Yahoo! Bookmarks