Presentato in anteprima alla Festa internazionale del cinema di Roma, Across the Universe dovrebbe essere il “Musical” dell’ormai avviata stagione invernale. Le più famose canzoni dei Beatles intersecano una storia d’amore, la stagione delle contestazioni made in usa, la guerra del Vietnam, i figli dei fiori, e tutto ciò che è ormai codificato come anni ‘60 e ‘70. Dico “dovrebbe” per vari motivi, e tutti personali. Il primo è sicuramente che il genere del musical mi sembra ormai un genere sfilacciato: ci sono opere che sono eminentemente musical, vedi Chicago, ad esempio, e soffrono di questo (io lo trovai molto noioso, ma a quanto pare non solo io); e opere che non c’entrano niente col musical, ad esempio Io non sono qui, che mi si è sedimentato in quella parte del cervello in cui si raccolgono i miei film preferiti, un posto che sta esattamente in mezzo tra i musical, i film di fantascienza, alcuni autori sacri e i sogni. Quindi può essere che mi sbagli in modo madornale, ma io quel film l’ho recepito come un grandioso musical postmoderno, più che una biografia liberissima di Bob Dylan.
E detto ciò, Across the Universe a me non è parso un musical: manca completamente di una visione di insieme, le note e le canzoni non servono il procedere della storia ma è il procedere della storia che serve alla messa in scena delle canzoni. La prima metà addirittura è talmente sfilacciata che sembra di assistere a una serie di videoclip incollati l’uno all’altro. Nella seconda metà del film ho passato almeno 45 minuti a chiedermi quand’è che avrebbero attaccato Hey Jude
I Beatles hanno regalato molto alla musica mondiale, il difetto principale è che il loro tessuto narrativo sovrasta e appiattisce il tessuto narrativo del film.
Il secondo motivo per cui dico “dovrebbe”, è legato all’immaginario che rappresenta. “Rappresenta” la dice lunga sul film.
Il film infatti mette in scena, come in un lungo carosello, una serie di “fattarelli” in cui noi, volgo cresciuto a pane e hollywood, riconosciamo gli anni ‘70 e il fermento che attraversò quel periodo. Strizza l’occhio ad altri film (l’inizio è paro paro Moulin Rouge: giovane e dannato solitario canta della ragazza meravigliosa che ha incontrato un giorno, con musica melanconica a indicare che la storia d’amore è bella che andata). Fa un uso molto glamour degli effetti speciali (più che di effetti speciali bisognerebbe parlare di amarcord degli effetti speciali, un amarcord di Melies, un amarcord dei videotape anni ‘80, ecc….). Alla fine si ha la sensazione che tutto sommato le storie rappresentate non siano così interessanti per la regista (Julie Taymor) e i suoi interpreti.

A questo punto, dopo averlo demolito, non mi resta che raccogliere le scene più belle:
il duetto tra Martin Luther e Dana Fuchs (lei è bellissima e ha una voce da paura)
l’ingresso di Bono Vox/Dr. Robert (dove Bono è irriconoscibile, e la cosa dà una certa soddisfazione)
il concerto finale sul terrazzo (All you need is love è attuale come non mai, potrebbere essere stata scritta adesso)
Infine il protagonista, Jim Sturgess, è così fisicamente inglese che rende un po’ più credibile tutto il resto.

In sala, alla festa del cinema, c’era sicuramente qualche personaggio famoso. Io non li ho riconosciuti, come al mio solito. Però ho visto Marco Mazzocca. E direi che come curiosity mi basta!

I film citati:
Across the Universe
Chicago
Io non sono qui
Moulin Rouge

copertina del vinile dei beatles

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