…il punto in cui la terra sembra infinita e varia come le generazioni quando si incontrano
“A’ ragazzì! T’ho detto mille volte che te devi sta’ accorto a ‘sta borza!”. Il monello cinese è appena salito e non ha fatto in tempo a sfiorare la mantella della signora matrona che è arrivato il rimprovero. Occhi a mandorla non se ne cura e scherza con un suo amico nostrano, trovano subito due posti affiancati e iniziano a scambiarsi figurine. Li osservo, il cinese ogni tanto minaccia di deragliare dall’italiano, ma l’occidentale gli risponde in romanaccio stretto e subito si intendono. La matrona non si è mai azzittita, ha colto al volo l’occasione e ora intrattiene la vicina di viaggio: “Io, qui, tutti i giorni. A me i tram mi dovrebbero dare un premio, non ho mai preso la metropolitana, eppure mi conveniva, soprattutto per andare “là”, ma che vuole, a me ‘sto trenino mi piace proprio”. Un gentiluomo con cappello a tesa larga la interrompe stizzito e borbotta qualcosa su ritardi e sporcizia. “Ma sì ma sì”, la matrona accondiscende, poi alla vicina: “Nun je date retta! Quello si lamenta pure della croce di nostro Signore Gesù Cristo. Ho detto, non è che mi piace proprio questo trenino qua. È tutta la ferrovia, so’ ‘sti binari che tagliano la Casilina fino a dentro la città. Una via dritta. A uno gli sembra di fare subito, e poi la gente che ci sale la raccogli dappertutto”. Ci siamo fatti attenti, il gentiluomo col cappello, la vicina secca ed io. “Eh, ne ho vista di gente salire su ‘sti trenini”. Sospira e gode. Ha capito di aver catturato la nostra attenzione e ha iniziato a centellinare la sua storia. Cappellini neri e gonne troppo corte, fusti da hit parade, zitellone flaccide, operai “zozzi e puzzosi, come diceva il mio nipotino, che Dio l’abbia in gloria, che se l’è chiamato dieci anni fa che piccolo, c’aveva ancora sedici anni, ma una matina…”; corre come il treno. Solo qualche volta prende fiato, ma per capire a che fermata siamo e quanto manca alla sua dipartita. Parrucca bionda e top turchese, un travestito si siede di fronte a me. “Cesarì, oggi fa freddo, che fine je hai fatto fa’ al cappotto”. Cesarina ride e si schernisce, dice che il suo cappotto è troppo pesante. “Meglio i manicotti, a zi’, mi fanno femmina”. La matrona continua a raccontare del freddo, e di quella volta che dovettero fermarsi che era tutto allagato. “Quarant’anni che vado “là” e nun c’è mai stata ‘na matina normale, ogni volta una cosa”. Lo capisco che vuole che le chieda dov’è “là”, ma io non cedo, fingo di essere distratto dall’entrata di una maestra con qualche alunno ben in riga. L’uomo col cappello non è altrettanto scaltro. “Là? È al posto dove lavoro. Faccio le pulizie, è vero, niente di che. Ma vuole mettere. A Montecitorio. Certe volte mi pare che a furia di pulire dove fanno le leggi, un po’ le faccio pur’io”. La secca diventa curiosa e chiede dei politici, vizi e virtù. Ma alla matrona proprio non va di raccontare questa storia e continua a interromperla per chiacchierare con Cesarina. “Che poi mica ho sempre viaggiato, vero Cesarì? Io abitavo sotto Trastevere. Un fetore e certi sorci! Se li ricordava bene mio padre, buonanima, che quando vedeva quelli del Pantano diceva sempre: “Che ce state a fa voi qua, dovete anna’ al centro, è là che ce stanno li capoccioni vostri”. Cesarina ride sguaiata. Il frastuono regolare del viaggio riassorbe il riso, così come la cascata di parole della matrona.
Il signore col cappello se n’è andato e al suo posto subito una lolita tonda e gommosa ha preso forma. La matrona è interdetta, per qualche minuto tace come se le sue non fossero storie per fanciulle. La secca continua a chiederle del Parlamento. “A me me basta il parlamento mio” sembra risponderle l’altra sotto i baffi. La ragazza scende. La secca fa per alzarsi, deve scendere anche lei. Ma la matrona si avvicina e tuona: “Qui una volta ho visto un morto”. La secca raggela, “Un morto?”. Sbianca. “Sì, sì, strabuzzava l’occhi”. La secca cambia idea e decide di scendere alla prossima, via via che la descrizione del morto si fa più raffinata. “Me lo ricordo, come no”, interviene un panciuto bonario, alzando la voce. “Mi ricordo, sì. Era estate, e siamo rimasti due ore fermi prima che riattivassero la ferrovia. Un caldo! Era tutto bloccato”. “Ma no, era inverno, mi venne la febbre tanto del freddo di quella volta ad aspettare il treno”, la maestra è sicura. Lei che si è avvicinata appositamente per curiosare tra queste storie di viaggiatori non si sbaglia. Recupera uno dei suoi monelli per lo zaino e continua a sciorinare certezze. La matrona momentaneamente spodestata mi guarda: “Nun ve lo potete ricordà! Io c’avevo 15 anni quanno è successo! Uno di quegli anni si ricorda il boom, il boom. Io mi ricordo un rumore d’ossa rotte! Nun so mai si erano le mie o quelle del morto lì, che veniva strascinato dal treno… Mi ricordo che era una bella giornata ma faceva anche freschetto, una cosa così. Mica una giornata che uno pensa a morire. Mia zia stava da una signora ricca, ma molto ricca. Io ogni tanto le facevo qualche servizio. Ci scappava la merenna e quacche artra cosa. Me lo figuro ancora qua, in fronte a me, un corpicino steso tutto stracciato. Uno disse che s’era buttato, ‘n altro che era scivolato. Vall’a sape’. Mio padre mi disse, quanno vide la foto il giorno appresso, che quello era un ex partigiano, che lui lo conosceva bene. A me me sembrava un vecchietto senza arte né parte”. La storia, all’improvviso, non riguarda più nessuno e il piccolo gruppo di ascoltatori si scioglie. Un’altra fermata e sono arrivato. “A zi’, ma è già finita la faccenna del morto?”, è Cesarina che brama favole per intrattenersi e uscire dal freddo del suo manicotto. La matrona non la guarda neppure. “La morte è veloce, che vuoi racconta’. È tutto il resto che dura”. Ultima fermata, fine del viaggio e del racconto.
(questo racconto è stato selezionato per l’antologia Parole in corsa, ed. 2004)
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