Dopo un intenso recupero cinetelevisivo, posso eleggere il miglior film del week end: come da titolo, La ragazza del lago.

Partiamo dal fatto che ho letto un paio di sciocchezze in rete, qualcuno che parla di cinema della realtà, qualcun altro che paragona la prima parte del film allo stil novo di Sorrentino. Sgombero il campo dalle sciocchezze e parto dalle poche informazioni che mi interessano: Andrea Molaioli, il regista, è alla sua opera prima, e questo è già degno di nota. Molaioli non è un ventenne appassionato di cinema, ma un serio professionista che ha lavorato per anni appunto con Sorrentino, Moretti, Garrone, ovvero quella che potremmo considerare la nuova scuola del cinema italiano. Il film è tratto da un giallo scandinavo, pare di gran successo, io sono ignorante e non l’avevo mai sentito nominare. Il cast è la creme de la creme: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Valeria Golino, Marco Baliani, Fabrizio Gifuni, solo per citare i più famosi. La trama, riambientata in Italia, Friuli Venezia Giulia, mette in scena quanto di più attuale e chiacchierato ci sia nella mente dell’italiano medio: il male imprevedibile e rivestito di normalità che si nasconde nel cuore della provincia.
Faccio due conti sulle dita, come i ragazzini: regista di mestiere, attori di grido, tratto da un best seller o libro di successo, una storia di cronaca tale che Porta a porta ci camperebbe per un anno… Avrà incassato milioni di euro! Fossimo negli Usa, o in India, ci troveremmo di fronte a un blockbuster. Invece siamo in Italia, e La ragazza del lago viene considerato un piccolo film, di cui qualcuno dice che “addirittura sono state stampate 120 copie”… Non ho parole. Addirittura? Fosse per me, ne dovevano stampare almeno 300 di copie. Il film ha molti pregi, oltre quelli che si possono percepire superficialmente, e li andrò a elencare in maniera brutale, perchè ho un casino di lavoro:

. I dialoghi: sono incisivi, puliti, chiarissimi – un grazie a Molaioli e a Sandro Petraglia
. Gli attori: diretti benissimo, direi, forse l’unico un po’ tentennante è Gifuni, che comunque si cimenta con maestria con la grande sobrietà di Servillo. Servillo, che lo diciamo a fare, lo vorremmo vedere più spesso e ovunque. Crea un personaggio di commissario che scavalla Coliandro, Montalbano, e quanti ne volete. Un commissario che si chiede incessantemente “perchè” di ogni cosa, che non si ferma davanti al difficile compito di scoperchiare la pentola delle miserie umane, salvo, in finale, concedere tregua all’unica persona che abbia scompaginato il suo mondo (e chi ha visto il film sa di chi parlo).
. La regia: pulita, essenziale, capace di lasciare spazio all’immaginazione e di raccontare con pochi fotogrammi il senso di disagio dei personaggi. Non assomiglia alle regie di Sorrentino. E’ invece la prima regia di Molaioli. Ci tengo a precisarlo.
. La colonna sonora, scelta per differenza, per alienazione rispetto a un paesaggio a tratti freddo, familiare, austero, conciliante. La musica che accompagna non si sente proprio per questo, si integra come l’altra metà del panino.
. infine il companatico: un’indagine che viene risolta non per analisi chimiche nè per astuzia suprema degli indagatori, ma perchè lo spirito umano è debole, perchè a volte un peso grosso può servire a scacciare un peso enorme. E insostenibile.

Non si tratta di un film realista italiano, si tratta di un bel film italiano, di quel cinema i cui maggiori pregi, riconosciuti anche all’estero, sono precisione, profondità, bravura.

Una nota infine: qualcuno ha scritto che per scelta del regista è assente la macchina mediale: niente girandola di giornalisti e televisione che affollano i luoghi del delitto come oggi accade ogni volta che viene commesso un crimine, tanto più se efferato e incomprensibile. Beh, tante grazie. E’ un film! Per fortuna…

due parole sul resto:
Ho visto anche:
Giorni e nuvole, di Soldini: improbabile
Exotica (su sky mania), di Atom Egoyan: notevole anche se arzigogolato!

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