…il punto in cui la terra sembra infinita e varia come le generazioni quando si incontrano
Sparò.
Poi contò fino a cinque.
“Se non vedi qualcosa muoversi vai in avanscoperta. Ma attento a indagare il terreno senza metterti nel mirino del nemico”. Il capitano aveva quel modo tutto suo di istruire i suoi uomini. Una parola si capiva, una no. Andrea non aveva studiato, non aveva fatto il servizio militare, non aveva mai visto neanche un fucile da vicino. Solo la pistola del nonno, una volta, per sbaglio. non aveva voluto toccarla. “Ohi Andrea, che tu c’hai paura?” e giù una grassa risata. Finito di contare si alzò sospettoso.
“Se non vedi qualcosa muoversi…” no, nulla. La stradina sterrata restava gelida e immobile sotto il chiaro di luna. Al lato una quercia portava ancora i segni delle pallottole. Un merlo giaceva per terra in una pozza di sangue. Forse un colpo andato a vuoto, forse un proiettile rimbalzato. Il capitano lo diceva sempre: “orca madonna, non sprecate munizioni! chi vi ha insegnato a tirare?”. La testa china, lo sguardo assente, Andrea ripeteva a se stesso “lei capitano, lei capitano…” ma sottovoce. Poi riprendeva il fucile e se lo rigirava tra le mani, come una canna da pesca, un bastone da pastore. “Come sono fatte le mazze del bessboll?”. Era sempre Giuseppe strozzaprete che faceva quella domanda, ogni volta che qualcuno giocava col fucile. “Che vuoi che ne sappia, io? Mica sono stato in america…”. “Eh, ma il cinema… minchia, non lo vedete mai il cinema… che girano quelle mazze, tutti i giocatori con maglietta e pantaloncini bianchi, e c’hanno pure il cappello…”. Andrea non partecipava, perché la sua mazza immaginaria era uno strumento di sangue. Aveva visto lo scoiattolo morire, quello sparato dal capitano, e non pensava che una bestia così piccola e dolce potesse fare tanto schifo.
“Se non vedi…”, come no? Ecco lì un merlo. Ma era immobile. La paura gli frenava il passo, ogni movimento sembrava dieci volte più faticoso. A un certo punto si accorse che la gamba era troppo divaricata, sarebbe caduto, così carico di provviste, zaino, fucile, munizioni, un elmetto trovato lungo il sentiero, un pacco di sapone che il bianchino gli aveva dato da conservare… e tutto oscillava impedendo l’equilibrio. Oppure avrebbe fatto un gran tonfo col piede destro su uno spuntone di roccia. Un botto sordo nella notte. Un gufo rispose dall’altra parte della strada. Allora la natura non era morta, o fuggita? Qualcosa rispondeva. Il sudore cominciò a ghiacciargli la schiena. “Se mi sentono, se sono ancora vivi, se è più di uno… madonna aiutami…”.
“Vai in avanscoperta…”. il rifugio tra i cespugli in alto è abbando-nato. Andrea guardò con la coda dell’occhio alle sue spalle. Non era lontano, ma irrimediabilmente irragiungibile. “Vi muovete come pecore! lenti, lenti! se il nemico vi prendesse alle spalle non fareste nemmeno in tempo ad alzare un braccio. in guardia!”. Il capitano aveva ragione. E poi c’era la faccenda dei calli. Ché erano venti giorni che camminavano senza sosta tra le colline della toscana, in un posto che nemmeno si sapeva il nome. E Andrea non aveva calze, nemmeno pezze, un pò di carta rimediata dalla parete di una casa occupata dai fascisti. “Con il duce vinceremo!” c’era scritto su un fondo bianco su cui troneggiava un profilo nero ben riconoscibile. E adesso ornava i talloni di Andrea. Ma era carta vecchia, anche un pò marcia, e gli insetti ci si andavano a fare il nido. Così, dopo l’ultima pioggia torrenziale, circa due giorni prima, aveva dovuto rinunciare anche a quella calza improvvisata per mettere i piedi direttamente dentro le scarpacce vec-chie del nonno, buonanima, che a lui non gli servono più. E va lento lento giù per la scarpata. Andrea continuava a muovere gli occhi più delle ginocchia, e restava per lunghi istanti piegato in avanti. Ma non erano passati cinque minuti. Ma era passata un’eternità. Ché forse quel tedesco era morto, e forse poteva tirare un sospiro di sollievo. E gli sarebbe venuto un bel sospiro ampio, cattivo, perché era la somma di tutti i sospiri che quell’uomo non avrebbe mai più tirato giù nei polmoni. “Meglio lui che io”. Ma adesso non si poteva pensare. Da una parte una piccola luce si agitava, erano i suoi occhi che volevano vedere la luna nascosta dietro la quercia o c’era qualcuno che gli fa-ceva segno di raggiungerlo?
“Attento a indagare il terreno…”. Accanto al corpo supino non c’era nulla. Andrea si aspettava una pistola, un elmetto, uno zaino, qualco-sa… “No, no…” la sua voce interiore cominciò a vacillare, sentiva i singhiozzi che salivano su, su nella gola. Adesso doveva fermarli, ma la fronte ora sudava di un sudore diverso. Il tremore si diffuse per tutto il corpo. Non c’era nulla. Quel tedesco, con l’uniforme tedesca, con i gradi attaccati alla spalla, e poteva essere chiunque, un ragazzo bruno con gli occhi aperti sul vuoto. Sembrava potesse guardare la paura di Andrea, il terrore lo invadeva man mano che si insinua-va il pensiero di un tranello. Non c’era pistola, non c’era elmetto, non c’era zaino. “Dove cazzo li hai lasciati?” Andrea diede un calcio al braccio riverso del morto, niente. Si chinò e girò il corpo. Niente. Si ricordò degli insegnamenti del capitano: “se vi trovate a per-quisire un nemico, prendete tutte le munizioni possibili, scioglietegli i lacci, il metallo… è ovvio che se ci sono armi…”. Niente. La mente offuscata dall’ombra opprimente della quercia. E il corpo del merlo giaceva a pochi passi. Forse stava dormendo, forse il proiettile aveva rimbalzato e l’aveva preso. Adesso bisognava pensare al morto. “I bottoni!”. Gridò senza rendersene conto. Seguì un silenzio infinito. Un lieve fruscio tra gli alberi in lontananza. Di nuovo la luce si avvicinava, ma era alle spalle di Andrea e lui non poteva vederla. “Ci vorrebbe la mi mamma! altro che le cure amorose del capitano… questa giacca fa schifo, scende da tutte le parti, ormai la vado raccogliendo per strada, me la devo legare attorno, manco fosse un sacco tutto sfrangiato!”. Era il Bianchino. Che guardava il pelo nell’uovo, la giacca rotta. C’era chi non aveva la camicia, e lui pensava alla giacca. “Eh, ma i tedeschi mica stanno nella merda come noialtri! se ne becco uno mi frego la giacca e i pantaloni!” “Sì, così noi ti spariamo perché sembri un tedesco!” “Ma loro c’hanno i bottoni. Vuoi mettere i bottoni! e sono di metallo lucido, con l’acquila sopra.” “Ma quando cazzo le hai viste, ’ste cose, tu? che ti sei avvicinato a un tedesco mai più di trenta passi…”. E sognavano di un giorno in cui ci sarebbero state giacche coi bottoni per tutti, e sigarette, e le scarpe senza chiodi che quando escono dal cuoio, sei fottuto, perché la pelle ti si squarcia tutta e fa un male cane. Ma quel soldato lì non li ave-va i bottoni. Andrea sbiancò e capì, forse aveva capito. Ché se i bottoni erano di metallo… ché se quel soldato non aveva i bottoni forse voleva dire che… dal silenzio emerse come un latrare di cani, ma più umano. In un attimo il colpo andò a segno. Andrea non aveva fatto nep-pure in tempo a voltarsi. cadde a terra pesante. Sbattè la guancia sulla mano sporca di sangue del soldato nemico. Nella nebbia della morte vide due uomini in divisa avvicinarsi. Uno lo girò violentemente di lato, esaminò il corpo ormai gelido del morto, disse qualcosa all’altro rimasto a distanza, con il fucile puntato su Andrea. Lo guardarono bisbigliando. stavano per sparare il colpo di grazia.
“Se non vedi qualcosa muoversi vai in avanscoperta. Ma attento a indagare il terreno senza metterti nel mirino del nemico”. Ma le parole si allontavano come una nave sull’acqua.
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