“Adoro gli uomini all’antica. Sanno come si ama. Peccato che non ce ne siano sotto i trenta”.
Gloria fuma lentamente il suo lungo sigarillo come se fosse ripresa da venti videocamere, inquadrata da obiettivi di tutte le dimensioni. Soffia, dipanando la leggera nebbia del fumo, e mi guarda solerte. “Avanti, dici la verità, anche a te piacciono”. Ma no, non saprei, non ne ho mai conosciuti. “Sì”. “Nessuna donna resiste al fascino di un corteggiatore galante”. Corteggiatori? Galanti? “Hai ragione. Non ce ne sono sotto i trenta”.

Guardavo nervosamente l’orologio. La mia amica Gloria sarebbe giunta di lì a breve. Lo so che adesso è cosa da poco, ma pensare di incontrarla in un bar del centro, con le sedie in ferro battuto e i tavolini bassi e tondi, quelle luci soffuse un po’ e un po’ troppo, che non ti lasciano che intravedere le sagome degli avventori che potrebbero entrare… tutto questo, tutto insieme, dava l’aria di un incontro importante, di un appuntamento d’altri tempi. Lei era sulla quarantina. I capelli tirati dietro, come ogni brava ex-ballerina sa fare, i movimenti aggraziati e maestosi, sempre in bilico tra la caricatura e il teatro. Io all’epoca avevo dieci anni di meno e venti meno di lei. E un amore appena finito.

Se se ne dovesse accorgere? se capisse da un mio sguardo ciò che ho fatto? se questa fosse davvero la fine?

Jean Luc ha negli occhi un cielo. Il viso sottile, trasparente. Lo vedi, ma lui non c’è. Tocca ogni cosa come se la modellasse in quel momento: tasta, traccia, plasma gli oggetti, afferra una tazza e diresti che non era così tonda e liscia prima che lui la sfiorasse. Jean Luc è un pittore. Aggiunge colore ogni volta che finisce un quadro, ogni giorno per una settimana. Poi decide che non arriverà mai alla stessa densità delle cose e lascia perdere. Disincagliò la mia sciarpa da un groviglio di sedie da cui non riuscivo a liberarmi. Lo ringraziai. Corsi via, come avessi fretta di assistere a un’altra lezione. Avevo fretta di sparire. Lo vidi ogni giorno da quel momento. Era seduto sempre allo stesso posto, dieci file più avanti, non lo avevo mai notato. O forse una volta, l’avevo visto parlare con una ragazza dai capelli rossi e la voce profonda. Decisi che non avevo la stessa grazia e non ci pensai più. Fino a che la mia sciarpa non mi tradì.

Gloria mi sorride leggera. “Dì la verità, ti senti meglio adesso”. Io non mi muovo neppure. “Certe storie hanno il sapore di un limone mangiato a morsi, prima aspro e piacevole, poi solo aspro…” e continua su ortaggi e uomini, altri tempi e uomini, sogni e uomini e solo sogni. Io non ascolto più. Penso solo alla mia tazza di cioccolata che freddandosi va addensando la superficie. E con il cucchiaino passo e ripasso accanto al bordo, per raccogliere la crema più scura. Intanto Gloria ha cominciato a parlare del suo ultimo spasimante da far soffrire.

Eppure non mi sento in colpa. Non soffro. Non sto male. Non mi sento in colpa. E se fossi un mostro? “E la tua sciarpa sta bene?”. Era una domanda così stupida che stavo per girarmi di scatto e vomitare un “ma va’ al diavolo”, pensando che fosse Marco, il solito burlone del corso di storia. Una ventata di sguardi smeraldo mi colpì in pieno petto. Se fosse stata un po’ più solida, penso che sarei caduta. Così, oscillai leggermente, sperando non se ne accorgesse. Jean Luc mi sorrideva sornione. Non mi aveva mai guardata così. Non mi aveva mai guardata.

La cameriera striscia impaziente alle mie spalle. Sento che vorrebbe togliermi la tazza che così avidamente sto massaggiando con le dita intirizzite. Un grande orologio metallico pende a metà della stanza. Ogni avventore lo guarda, prima o poi, con un misto di stupore e distacco, come di chi veda per la prima volta il tempo calarsi tra tanto oblio. C’è un ultimo biscotto secco e solitario al bordo del piattino. Quasi quasi lo ingoio tutto in un colpo. Gloria sta per chiedere un bicchiere di vino. Lo so, sta per farlo. “Mi scusi, può portarmi un bicchiere di vino? Che vini avete?…” Dice che è per togliersi il sapore del caffè di bocca.

E’ stato un istante. Solo uno. Ho perso il controllo. Non ero neppure io.

“Sei troppo tesa. Non ti fa bene. Gli altri se ne accorgono e ti trattano con distacco. Bisogna affascinare, non farsi compatire”. Io non so che farmene di queste parole. Gloria sta analizzando le mie posizioni durante una conversazione. Spalle richiuse sul petto, testa china, troppa ritrosia. Le mani nascoste o a nascondere qualcosa, un punto sul naso, un sorriso, una ciocca di capelli, poca autostima. “Sciogliti”. Sì, mi sciolgo. Abbandono una mano, accarezzo una gamba, mi rilassa. I capelli? Non so che forma hanno, adesso sono solo appuntati a un fermaglio instabile, che cada pure. Il maglione mi va largo, ha un’ampia scollatura con cui non vado d’accordo. Si intravede una bretella. Lui se ne accorge, e la tira giù con forza, a scoprirmi il seno. La prima volta che ero così vicina a un uomo, ed ero perduta, in balia delle sue mani. Dopo, mi sentivo un albero, salda al terreno e oscillante al minimo fruscio. “Tanto non apparirai mai come sei. Come sei tu, veramente. Tanto vale suonare il proprio corpo con maestria e se è il caso, prendere ripetizioni da chi lo fa davvero bene. Come vorresti apparire tu?”. “Un albero”. Gloria ride e non capisce.

Nell’appartamento domina una luce intensa, ocra. Dopo due mesi di Jean Luc, vedevo tutto con occhi diversi. Di fronte a me, un poster con il profilo di un gatto e una città scura sotto una coltre di stelle. Più in là, il tavolo con i pennelli, boccette di colori, azzurro, nero, rosso, giallo, verde, pastelli di cera, tubetti strizzati e secchi, macchie che si intersecano. Una sedia, un foulard bianco. Una libreria, opaca di polvere. Stendhal, Sartre, Borges, Willow, Chandler, in ordine sparso e rovesciati. Una vaschetta di vetro trasparente e vuota. Alcuni sassi, lisci, ovali. Un grande letto in mezzo alla corrente, di là la finestra su un angolo di Bologna, e porticati e acciottolati in prospettiva. Di qua una matassa di lenzuola fredde. Io.

“Non sai quante cose si capiscono da come cammini. Tu attraversi la sala e l’aria si sposta, intorno qualcosa cambia, forse anche il tempo”. “Quello no”. Gloria sorride: “Ma sì, forse esagero, non s’addensano nubi sulla tua testa, non ti preoccupare”. Io pensavo al tempo delle lancette e della sabbia che danzava nella clessidra di mia madre, che scuotevo incessantemente quando ero piccola, gridando “Guarda, guarda, è passata un’ora. Ora un minuto. Adesso è un giorno”. Poi riponevo quell’otto di vetro
rovesciato e lo vedevo stare fermo. “Comunque hai capito. Il punto è: incedere, non camminare. Attraversare, non andare avanti…”. Qualcosa dietro di me si è rotto. Immagino che sia il grande orologio di metallo, precipitato sulla testa di un passante. E quel rumore non è di vetri, ma di sinapsi che si scollegano e si spargono tintinnanti sul pavimento. Ci giriamo entrambe, Gloria sorride. “Ovviamente andare avanti è meglio di inciampare”.

Forse dovrei dirlo a qualcuno. Forse se lo racconto, il tempo riprenderà a scorrere. e quell’istante non sarà solo un gesto irrazionale e violento perduto in un flusso di dati che nessuno riesce a districare. Ma i granelli di sabbia continuano a cadere. Non riesco a raccoglierli e rimetterli insieme.

“E poi i dettagli, cara mia. Un foulard al posto giusto dice tante cose di una donna”. Sì. E di tante donne che erano state distese in quello stesso letto, e di una che c’era stata poco prima, che sarebbe venuta subito dopo. Restai immobile. Avevo capito troppo tardi quello che ero diventata. Arriva il momento in cui il disco si inceppa e senti la musica una seconda volta, e una terza, e una quarta, una spirale avvolta su stessa nel tempo lineare di una sola vita.

“Sei troppo tesa. Non ti fa bene. Certe storie hanno il sapore di un limone mangiato a morsi. Che dici, prendo un bicchiere di vino?…”.

Jean Luc, al balcone, di spalle, mi dice qualcosa di noi. Sta cercando l’amore vero, quello che abbia la densità delle cose. “Tu sei troppo trasparente”. Non abbastanza.

Mi alzo dal letto, navigo fino al davanzale.
Ti abbraccio di bianco e morbida seta.
Ti abbraccio. Più forte.
E’ un istante, l’inizio di un sogno.
Io sono l’albero.
Tu l’impiccato.

FINE

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