Sono un’onda calpestata. Sono la voce della notte, quel bagliore diffuso e invisibile perché il buio acceca. Sono l’ultima cometa che attraverserà il cielo della Terra quando alcun esser vivente potrà più vederla. Alla fine dei tempi, la mia anima si libera e vaga, abbandonata figlia che non può trovare risposte.

La foglia che cade sul cemento non si scioglie, marcisce lentamente, svelando al secolo la violenza della sua morte e l’orrore del non potersi riunire al resto. Il resto per Kalua era questo: la terra brulla dei campi, umida di pioggia; l’acqua residua nel cavo della roccia, il pelo ritto di una iena in movimento. Kalua poteva riunirsi al resto in ogni istante. Avrebbe solo dovuto scegliere. Questo era il suo destino. Ma chi scrive il destino? Dinanzi alla domanda la donna impallidiva, tremavano le labbra, agghiacciava il sangue. Ogni istante della vita trascorsa sembrava un infinito percorso che poteva essere rovesciato e vissuto a ritroso. In quei giorni così durava il tempo: un lungo addio alle cose note che poteva occupare un intero giorno, una settimana, un mese. Kalua sapeva bene che quella era la fine, e nulla avrebbe potuto ricondurla là dove correva il suo pensiero. Perciò decise di continuare a porre le Domande, sperando che il Saggio rispondesse.
Il Saggio era una roccia erta al di sopra di un immenso abisso. Color smeraldo. Avrebbe potuto riflettere migliaia di bagliori verdi, se solo ci fosse stata una luce anche fioca di candela a penetrare il buio della caverna in cui Kalua era finita. Ma il buio non poteva essere vinto poiché non c’erano fori o fessure. La caverna sprofondava sotto il mar Nero per molti chilometri, quasi al centro del bacino. Non v’erano altri esseri viventi che Kalua e il Saggio. Kalua non era nata in quel luogo, vi era stata condotta da un popolo ormai morto da tempo; i suoi simili l’avevano sacrificata al Signore della Caverna senza rimpianto. Una vergine deve la sua vita al popolo, se il popolo lo richiede. Così la vergine donò la vita.

Un sole torrido bruciava i campi; c’era la carestia, non pioveva da mesi. Ashmahal lo stregone chiamava ogni giorno gli spiriti della terra perché portassero l’acqua al popolo. I bambini rinsecchivano, gli anziani venivano abbandonati all’ombra di pochi alberi lontani dal villaggio, perché se ne andassero senza lacrime. Ashmahal interrogò le pietre, le viscere di un cavallo, il volo degli avvoltoi. La Natura taceva. Nessun elemento sembrava disposto a parlare. Il silen-zio del cosmo sembrava un oblio cui erano condannati uomini che avevano offeso la propria divinità. I giovani del villaggio cominciarono a fremere. Andare a saccheggiare terre di altri? Spostare tutta la tribù in riva al mare, superando le montagne che mai erano state valicate? Oppure fare sacrifici agli dei nella speranza che saziassero la propria sete di sangue? Sacrifici umani erano contro la credenza, ma ormai anche a questo sarebbero giunti, se solo avessero potuto avere in cambio una goccia d’acqua, un alito di vento che riportasse le nubi fuggiasche. Ashmahal voleva calmare gli animi. Provò a pregare pubblicamente, con tutte le assurde scene di danza e venerazione che il suo maestro gli aveva insegnato. “Ricorda, impressioneranno gli umili e sconvolgeranno la sanità dei forti” aveva detto. Ma l’eredità del santone cadeva in mani sbagliate. Non credeva che avrebbe funzionato, Asmahal. Danzò senza fede. Una divinità non può scendere tra gli uomini se chi la chiama non la attende. Allora Asmahal tentò con la lettura delle stelle. Ma il cielo luminoso delle notti estive finiva troppo presto i suoi giri prima che le preghiere giungessero abbastanza in alto. Mai una risposta veniva raggiunta. Continuava a fare le sue domande, il santone, ma senza risultati.

Kalua sentiva gocce d’acqua che penetravano dal soffitto gemmato e toccavano il suolo a pochi metri da dove si trovava. Quanti anni erano trascorsi? Almeno sette. Come poteva saperlo? Aveva contato le gocce. Il Saggio aveva detto il primo giorno “oggi il sole ha compiuto il suo primo giro sulla tua testa”, poi chiese: “A cosa pensi?” “Ai giorni trascorsi.” “Non dovresti. Piuttosto guarda a quelli che ancora verranno.” “Come faccio a pensare al futuro chiusa in una roccia? La mia condanna è eterna” “Nessuna condanna è eterna. Tu conosci la via della libertà. Imboccala.” La via della libertà era riunirsi al resto. Kalua ne inorridì. Trascorsero giorni in cui il Saggio le indicava la strada dal risveglio fino al sonno, ma la vergine tremava al pensiero del suo corpo putrefatto, all’idea del suo sangue misto al terriccio in fondo alla caverna. Sotto un mare che non aveva mai visto. Il pensiero di quel mare le faceva pulsare le tempie, stordiva i sensi e la obbligava a viaggiare con la mente così lontano da non riuscire più a ritornare nel corpo. Stava impazzendo, persa tra onde invisibili. Aveva resistito a lungo, con il suo segreto. Ma era il sacrificio per il suo popolo. Asmahal, l’uomo cui un giorno aveva donato il suo amore. Era il suo sacrificio.

“Ricorda, un giorno senza domande è un giorno sprecato”. “Ma se nessuno azzarda risposte, padre?”. “Le risposte non si azzardano, nascono dalla Terra e nessuno può dar loro forma di parola. Se qualcuno lo fa, tu chiamalo ladro”. Sufuri, il patriarca, insegnava a sua figlia la saggezza dei popoli scomparsi, le grattava la testa con le dita e con la lingua. “Allora chi mi risponde è un ladro?”. “Sì, figlia mia, io sono un ladro”. Mise erbe a bruciare in un piccolo braciere, per spremere lacrime agli occhi. Kalua non capiva. “Come puoi essere un ladro tu che mi insegni la vita?”. “L’ho rubata ad altri prima di me. L’ho tessuta dalle frasi udite in giovinezza insieme ai ricordi scalfiti dal tempo. E presto sarò terra. Come vedi, sono un ladro. Ma la terra mi chiama, e lo spirito del tempo mi ha scolpito, e le parole rubate si sono intrecciate alla polvere di cui sono fatto.” “Anch’io sarò polvere?”.

Il Saggio le disse: “Stai per scioglierti. Tra breve i tuoi capelli saranno lanugine, la tua pelle squama di pesce, le tue gambe morbide e tonde, spuntoni di roccia. Cosa può offrirti ancora la vita? Abbandonala”. “No. Voglio prima salutare tutte le cose amate”. E così iniziò. Iniziando da quel-le più prossime, su, su, fino a ciò che non poteva vedere. E salutandole visse allontanando il pensiero della morte. «Addio, abito blu. Ricordo i bagliori sulle pieghe cobalto, l’ombra della notte che rilanciavi al giorno, il sogno di una stella sul petto.
«Addio, piccolo ciondolo di madreperla, hai luce dei miei sorrisi, il riflesso di una candela tra i falò, la purezza macchiata dei desideri.
«Addio, sandalo di cuoio. Fedele compagno delle mie fughe. Ti ho perso un pomeriggio, una notte sei tornato, e ora sei condannato con me, per sempre. Oltre il cammino del tempo.

Ashmahal aveva trent’anni. Meditava sotto un ciliegio, le palpebre socchiuse a velare uno sguardo estatico, rivolto al cielo. Ma sopra di lui, un cielo era coperto da foglie e rami e piccoli fiori bianchi striati di rosso, come le labbra di Kalua, troppo sottili per filtrare il suo sorriso radioso. Lampi di luce sfidavano l’ombra, come i suoi occhi, indomati da ciglia troppo esili per raccoglierli in lago. Tutta fuoriusciva da sé, quella gioia estatica, quella bellezza giocosa e infantile, quella trasparenza di desiderio che non si fermava nonostante il divieto. Ashmahal scappò dal ciliegio disgustato da tanto piacere nascosto tra forme della natura; scappò verso il fiume, presso cui Kalua intrecciava i suoi panni. Kalua aveva quindici anni. Gettava nell’acqua una veste bianca, poi una gialla, poi rossa. Si divertiva a scuotere forte i tessuti, a farli volare leggeri nell’aria, a pelo d’acqua, sostenuti dalla brezza di piccole onde. Le ali ros-se le sfuggirono di mano andandosi a posare a distanza. Ka-lua si infiammò di vergogna. Ashmahal era fermo al bordo del letto, in piedi su uno spuntone di roccia, testa diritta davanti a sé, teso nello sfor-zo di esercitare l’equilibrio, uno qualunque. Ma puntualmen-te incespicava e si bagnava fino alle caviglie. Si spostò, allora, su uno spuntone più al centro, cercando nel timore dell’acqua la giusta dose di concentrazione. E fu equilibrio. Kalua nuotò prima timorosa e rapida, poi sempre più sicura e libera dal tempo e dalle cure. Recuperata la veste, si ras-serenò e si fece cullare dall’alternarsi di correnti calde e fredde. E dolcemente, il fiume l’accompagnava a riva. Al sicuro su una roccia tra i vortici, Ashmahal si sentiva felice. Raccoglieva con facilità tutte le sue energie e con-servava la posizione come fosse una sola cosa con la pietra, la radice, il terreno fangoso. Nell’acqua era l’insidia. All’improvviso, tra i flutti, onde più dense. Agli occhi dello stregone si palesarono acque di cobalto solide come cosce e glutei e seni, spume che si dissolvevano in riccioli bruni, fronde di risacca che svelavano capezzoli.

La sua mente vibrò e si staccò dal corpo. Kalhua allora risalì la terra e le rocce e il fango, e l’acqua trasparente, salina. Il suo addio non escludeva nessuno, anche le ombre sconosciute del mare, le luci di ogni minima stella che non aveva nome, Kalhua le salutò. Immaginò mille razze di pesci squamosi e luccicanti, trenta nuvole ballerine, settecentocinquantaquattro pianeti, satelliti, astri stellari. Quando arrivò al sole, si sciolse in un pianto. Dopo l’infinitamente grande, ritornò alla sua vita e alle parole conosciute. A pronunciarli, i nomi sembravano chiamare le persone, cose e animali, in sua presenza. Non volava più ma, saldamente seduta sul sasso fuori dall’uscio della capanna, vedeva scorrere il villaggio dinanzi a sé. “Ashmahal”.

Kalhua lo vide percorrere la lunga strada che conduce sulla sommità della collina quasi volando. L’uomo non staccava gli occhi dal tempio, la ragazza dall’uomo. Ferma, una statua, non riusciva a distogliersi da quel passo ripensando a una parola calda sussurrata all’orecchio. Ashmahal, inginocchiato all’altare, le braccia spalancate, le mani schiacciate per terra per penetrare fin nelle fonda-menta di quel posto sacro, piangeva come un bambino. Ogni singhiozzo gli faceva sussultare il corpo, sentiva il viso completamente umido, gli occhi bruciare, la gola stretta tra la polvere e i respiri soffocati. Si sentì goffo e tirò i piedi sotto la veste, vi nascose anche la faccia fino alla fronte. Così, fermo, immobile, era meno scoperto e le lacri-me si seccarono piano. “Perdonami”. Lasciò il bambino gemere ancora un po’, poi iniziò a raccontare una storia di onde e raggi infuocati, di un’arsura intollerabile e di tentazioni innominabili. E la raccontò varie volte, aggiungendo ogni istante un dettaglio, un fruscio, un occhio lascivo, una coscia morbida, una mano rugosa che risale i nembi, una lingua che sa di cioccolata, il sapore di una spalla, lo strizzare dei fianchi. Ad Ashmahal gira la testa mentre racconta e più cerca di cacciare con le parole ogni ricordo, più questi tornano vividi. Trascorsero tre giorni, il corpo fiaccato dal tormento, il ventre contratto dai morsi della fame, lo sguardo annebbiato dal buio. Il fiume si era seccato insieme alle lacrime del santone. Un crollo, un affossamento, un potere divino, chissà. Al villaggio iniziò il brusio delle chiacchiere. Che lo stregone avesse presentito la sciagura? Già tre giorni senz’acqua e nemmeno un’ombra di nuvola a sollevare gli animi. Allora, la siccità ebbe inizio.

«Addio ai giochi di bambina, addio alle lucciole e alla brace ardente, all’umidità delle notti trascorse ad aspettare stelle cadenti.
«Addio a mia madre. Addio alle sue mani che si ostinavano a raccogliermi i capelli, ad accarezzarmi i vestiti, a condire i miei piatti, e resistevano a qualsiasi clima, anche alla siccità. Ma quella volta no.

“Il tuo cane mi sembra spaventato, Sufuri”. Quello fu l’inizio, un pomeriggio afoso in cui il piccolo Osso di sep-pia, un cane nero e striminzito che il vecchio non si premurava di sfamare troppo, si fece notare da Amira, vegliarda impicciona che Sufuri non aveva a cuore. “Un cane può essere affamato oppure assetato”. Sufuri la prendeva per le lunghe, come al solito. Amira, indispettita dal tono e dall’arsura, ribadì: “Ma il tuo è spaventato. Questo non è normale.” Il dialogo proseguì tre giorni, come è usanza di popoli antichi; qualcuno suggerì di chiamare lo stregone, per un consulto, poiché era risaputa la sua abilità a colloquiare con gli animali. Ma lo stregone era assente. Qualcuno osservò il caldo eccessivo e la secca del ruscello. Ma la paura del cane colpì molto più l’immaginazione e distolse dal cielo. Il cielo, intanto, si dava deserto, come la capanna di Ashmahal o come il cuore di Kàlua. Ognuno covava dentro un sospetto e un segreto che si ingigantiva col tempo. All’alba del quarto giorno, Sufuri non aveva più acqua da dare a Osso di seppia, né il cane sembrava più in grado di berla, e le coscienze cominciarono a rimordere. Dalla terra non usciva una lacrima, nonostante gli uomini andassero ai campi per scavare, ogni giorno sotto le pozze, una fossa sempre più profonda. Dall’aria sparì ogni belva, traslocata altrove, spinta da venti di morte. Durò nove mesi. Ashmahal pregava e restava all’ombra, mentre a Kàlua si seccava la pelle dalla fatica di sbranare la terra e le piante con le sue stesse mani in cerca di un sollievo per i genitori. Sufuri si accasciò su se stesso, una sera. Guardò la figlia sporca e rovinata dal dolore. “Il mio unico rammarico è di non vederti donna”. A Kàlua una spinta di lacrime dal petto salì fino in gola e si fermò all’orlo dell’iride. “Mi ci vedi”, avrebbe urlato, ma il padre sarebbe morto con un altro rammarico. Allora si strinse la veste addosso e si sedette in terra. Volava tanta polvere nell’aria, sembrava una danza, un ritmo incalzante di granelli. Sufuri se ne andò volando, leggero. “Ora sei sola”, le disse Amira. Kàlua accarezzò quel cencio di madre, visto tante volte addosso a un altro corpo, e si seccò, diventando siccità. Molti fuggirono. I più forti, i più eroici, i più sani caddero per lo sforzo di lunghi percorsi sotto un sole impietoso. Il grosso del villaggio mise alle strette lo stregone. Ashmahal era tempestato di preghiere e suppliche, doni e mi-nacce, e mentre espiava dinanzi all’altare la sua leggerezza, il piccolo popolo fuori dall’uscio ne accresceva i peccati, giudicandolo inetto.

«Ora che ho salutato tutti, è finito il tempo». Kàlua si stava già dissolvendo. Iniziarono i piedi a sciogliersi, dopo sette anni, misti al fango, come quel giorno al fiume. Il saggio sussultò, un brivido e un tuono. “Perché, Kàlua? Perché ti hanno relegato qui? Questa è la mia casa, il mio regno, e per sette anni tu te ne sei fatta padrona. Concedimi almeno questo, una domanda.” Kàlua sorrise, come una stella marina, come biglia brillante di luce, ma senza le ombre della vita. «Mio padre mi diceva di risposte impossibili, un tempo. Anche questa lo è.»

“Cosa possiamo fare?” “Scappiamo!” “Raccogliamo tutto!” “No, aspettiamo!” Una voce si alzò, ma le altre non la udirono. Kàlua temette, come se l’avessero minacciata con un forcone. Lei che era diventata di roccia e siccità di lacrime, e stava tremando quando udì la voce. Un uomo dagli occhi sgranati e sconvolti, i capelli a ciocche, la pelle pallida, quasi bluastra, la fissava inorridito. Kàlua era bella. Nessuno lo poteva negare. Sì, era una roccia. Sì, era arida come le ossa di sua madre. Ma era la fanciulla più bella che avesse abitato quella terra infame, era il sole senza il bruciore, era la notte senza belve in agguato, era l’inizio del deserto, il punto in cui la terra sembra infinita e varia come le generazioni quando si incontrano. Allora lui capì. “Non la dimenticherò, non espierò, non sarò mai puro.” E lo sguardo di terrore si trasformò in stupore. “Un sacrificio. È necessario un sacrificio.” Una voce si alzò, ma le altre non la udirono. L’unica orfana senza parenti fu inghirlandata, ingrassata il minimo indispensabile per non offendere la divinità e spinta a vangate nella pozza profonda cresciuta come la loro sete. Ashmahal guardava il fondo compiaciuto.

Sono una stella, sono una roccia, sono una nube di polvere e danzo volando lontano da questa vita. Sono l’ultima creatura che ha visto questo fosso prima che diventasse mare. Sono un ago nel cuore di un uomo condannato per sempre al ricordo. Io mi libero e vago, abbandonata figlia che non ha avuto domande.

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