30 Dicembre 1895

Era una calda mattina d’inverno. Calda per quel che il tempo a Parigi consentiva. Il sole era alto, luminoso, un disco giallo così nitido da sembrare una grossa frittata a Marguerite, la quale aveva una fame da lupi e non lo nascondeva. Gli zii avevano preso lei e Jacques, il suo fratellino rompiscatole, e li avevano portati in gita in campagna: “Bisogna festeggiare anche con voi, mi pare giusto”, aveva detto lo zio Auguste, addolcendo le parole con un sorrisetto buffo, da vecchia volpe. Così, eccoli lì, tutti e sei: lei, il fratellino, i due zii, il nonno e la governante Rosette, una signorona tutta ciccia e pasterelle, che portava sempre una borsa piena di biscotti da regalare ai bambini. Solo che Rosette aveva perso la meravigliosa borsa durante il viaggio in carrozza, per uno scossone che aveva fatto rovesciare alcuni bagagli posti sopra il tettuccio, provocando anche l’irrimediabile dispersione di un ottimo vino di Borgogna lungo il sentiero. Eccoli lì, in mezzo alla radura, che si apre ai limiti della foresta, offrendo da un lato l’ombra di pochi alberi sparsi, isolati, prima di addentrarsi nel bosco, dall’altro un breve tratto di terreno, morbido e ondeggiante di lucida erba, digradante su un piccolo strapiombo, oltre cui si dispiegava la splendida vista di Parigi. Lo zio Louis si era molto preoccupato per lo scossone ricevuto in carrozza, e nonostante avesse già controllato i pacchetti posti sul tettuccio, li stava esaminando di nuovo, stava smontando l’imballaggio che vi aveva posto e tirava fuori strani aggeggi, che poco interessavano Marguerite. L’arietta frizzante e leggera le dava una specie di eccitazione da cui non si sapeva contenere. “Ci sono i biscotti ? Eh, zio, ci sono ?”, ma lo zio Louis non le badava, e chiamava la signorina Rosette per portare via la bambina mentre era occupato a controllare i suoi strumenti. Intanto Auguste e Jacques giocavano a nascondersi dietro gli alberi, e il nonno li vedeva e rideva, stringendosi al petto la sciarpa di lana rossa, e mentre il bambino compiva le sue corse sfrenate e i mirabolanti capitomboli che solo l’energia dell’infanzia può concepire, allo zio Auguste veniva un fiatone da cane assetato, tirava fuori la lingua penzoloni, e cadeva con una morbida piroetta sul prato. Al che, senza esitare, Jacques correva gridando “Evviva!”, e con un’ultima capriola si gettava sullo zio sconfitto. Rosette, dopo avere richiamata Marguerite, guardava divertita la rincorsa, gridava qualche raccomandazione sul non bagnarsi, o cose del genere, poi come è per ogni grosso pachiderma che si rispetti, stendeva dignitosamente la coperta sotto un albero, e si adagiava con un libro sulle ginocchia. Anche la bimba allora si gettò nei giochi, ma con poco entusiasmo, impacciata da guanti, sciarpa, cappotto, cappello, e tutti quei vestiti che le mamme ti mettono per chiudere la porta di ingresso al freddo, “per chiuderlo fuori del tuo corpicino”. Una brezza leggera si stava alzando, o forse era il vento della corsa che tagliava il volto di Marguerite, e qualche gocciolina tiepida di sudore cominciava a danzare sulla fronte sotto il cappello. Allora anche Marguerite si dichiarò sconfitta gettandosi a terra, e Jacques rinunciò a seguirla oltre, balzando dietro lo zio che intanto aveva ripreso le forze. Lì, nel folto dell’erba, la bambina sentiva un profumo dolce e penetrante, e un fresco confortevole di rugiada sui vestiti. Poco a poco cominciò a farsi strada tra le voci squillanti e le risate, il silenzio del bosco. Vicino alle orecchie scoperte frusciavano foglie secche scosse da un alito leggero, mentre sotto le mani, ora nude, si piegavano docili e sinuosi fili, che Marguerite non vedeva, ma che poteva ben immaginare di un verde chiaro e sbiadito. Stando così, come il Gesù in croce che la mamma aveva in stanza da letto, braccia aperte e la testa abbandonata all’indietro, poteva vedere solo un angolo di cielo sopra i suoi occhi. Lentamente si avvicinavano con gran maestosità delle nuvole bianche candide, che appena passavano dinanzi al sole, oscuravano per poco quel bagliore diffuso e mostravano zone oscure, più gonfie, ridondanti e morbide. Di tanto in tanto qualche uccellino le attraversava la vista e allora cercava di seguire tutti i movimenti del suo volo, per capire come fosse possibile che quell’animale molto simile alle galline che la nonna aveva nell’ovile dietro casa, potesse restare sospeso in aria. Ma quando gli uccellini non la disturbavano, allora veniva il bello dello stare naso all’aria. Guardando le amiche nuvole, infatti, riusciva a scovarne alcune che assumevano le forme più impensabili. Eccone una che assomiglia a un castello da fiaba, con tutte le guglie sopra le torri e gli stendardi fluttuanti al vento. Ed ecco, lì dietro, che emerge piano piano un drago, e la nuvoletta che gli sta dietro, sembra una fiamma sputata fuori con forza. Poi una lumaca gigante, un pappagallo che vola, e… e una rondine le attraversò il pezzetto di cielo. Mentre l’ombra nera dell’uccello copriva per poco gli occhi della bambina, chissà perché, il suo stomaco produsse un rumore da orso in letargo. Marguerite portò una mano sulla pancia e le ordinò di tacere, ché tra poco più di un’ora avrebbero pranzato, ma mentre cercava di tornare alla sua occupazione, di visitare in volo qualche altra nuvoletta passeggera, le comparve davanti una grossa cascata di panna, che riversandosi sul sole, mostrò i suoi strati interiori, ricoperti di cioccolata. E mentre la divina immagine rifluiva verso altri spazi remoti, la sostituiva una fragola immensa, ma bianca di vaniglia, al cui seguito danzavano in corteo tante piccole nocciole caramellate, agitando i loro veli di zucchero, tutte sinuose e dorate alla luce del sole loro complice. Quando sopraggiunsero dei bignè spruzzati di panna, Marguerite non resistette, e allungò una mano. Ma dovette nuovamente sentire quell’odioso rumore dello stomaco, che non sapeva aspettare, e costatò che le nuvolette si erano fatte complici di quell’antipatico per farle aumentare la fame. Si alzò decisa, tutt’a un tratto, sbilanciandosi e perdendo l’equilibrio per la foga di quel gesto. Ricadde su un ginocchio, proprio davanti a Jacques che veniva a chiamarla per cominciare il pranzo. “Non c’è bisogno che t’inginocchi davanti a me, mi basta che mi chiami monsieur !”, disse sbellicandosi dalle risate la peste. Al che iniziò una nuova e più vigorosa rincorsa tra i due, che si concluse alla tovaglia del pranzo davanti a Rosette che apparecchiava, con i due bimbi che guardavano eccitati i cesti delle vivande.
Due guance rosse colorirono la giornata di Marguerite, che dopo pranzo si dedicò ad ogni tipo di giochi col fratello e con gli zii. Guardandola così in salute e allegra, lo zio Louis chiamò Auguste e i due si misero a montare gli strani macchinari che avevano tirato giù dalla carrozza. La bambina, che fino allora non si era mai fermata, li osservò un po’ stupita, poi riprese a correre verso il boschetto. E cadde. Fu un bel salto di un metro, che fece inciampando su una radice rialzata dal terreno ; Jacques se la rideva a crepapelle, e intanto lo andava a raccontare al nonno. Marguerite si girò su se stessa e scoprì di nuovo il cielo. Stavolta le nuvolette erano normali, tutte bianche, anche un po’ rosa per il colore gemmato che aveva preso l’aria in quell’ora pomeridiana. Gli uccellini più fitti stavolta si dirigevano verso l’interno del bosco, chiamando con fischi prolungati e cantilenanti i loro compagni. Si stavano radunando per la sera imminente. Ancora Marguerite cercava di studiare i loro movimenti. “Se loro possono volare, niente impedisce che un giorno lo possa fare anch’io.” Così pensava, e intanto afferrava con le mani l’erba e la strappava docilmente, per non farle male, quasi, per sentire con la pelle lo strappo dei fili. E mentre ancora guardava in cielo, vedeva le nubi diradarsi. “Domani sarà un bel giorno, l’ultimo dell’anno con tanto sole”. E le sottili figure nere degli uccellini diventavano sempre più fitte, sostituivano le nubi nel coprire il cielo. Ad un tratto sentì il richiamo degli zii, e le urla di eccitazione di Jacques che risuonavano squillanti nel fresco della sera. Si alzò e li raggiunse. “Così, Marguerite, vieni correndo, che ti si possa vedere meglio, più vicino, non troppo, altrimenti oscuri l’obiettivo”, era la voce di zio Louis, che da dietro una specie di enorme dagherrotipo su un treppiedi, le dava indicazioni, e zio Auguste intanto iniziava una danza scalmanata con Jacques, mentre il nonno si avviava in un valzer solenne con la grossa Rosette. Marguerite restò un attimo immobile senza capire bene. Ma come ? Quando le dovevano scattare una fotografia, la sgridavano sempre perché stesse ferma, ed ora le dicevano addirittura di correre e danzare ? Cominciò a ridere, pensando alle facce che sarebbero venute in quel guazzabuglio farsesco, e si prestò anche lei al gioco, poi uscì di campo e si avvicinò con fare circospetto allo zio Louis. “Zio, zio, ma cosa vedi mentre giri quella manovella ?” Lo zio la sollevò sopra una cesta rovesciata e continuando a girare la manovella, le avvicinò la testa ad un buco nero con la luce in mezzo, da cui Marguerite cominciò a distinguere la sagoma del fratello e quella del nonno, e tutti proprio com’erano, che prendevano il sole o giocavano, e Rosette che offriva qualcosa da bere al nonno. E mentre tutto questo avveniva davanti a lei, chissà come il buco nero si mosse. Marguerite aveva infilato un piede nella cesta, sfondandola, e aggrappatasi alla macchina aveva girato l’obiettivo verso l’alto, e prima che lo zio potesse intervenire, riportando Marguerite a terra, la bimba poté vedere un lembo di cielo, e tutti gli uccellini che volavano verso il bosco, le nuvolette che sparivano fuori del quadro, una grossa macchia nera che avanzava al ritmo di un valzer viennese, leggera e dai riflessi rosei, paffuta e sorridente, con due alucce da passerotto e una pancia da dirigibile. “Un maialino, un maialino volante !”, gridò la bambina. E zio Louis raddrizzò il cinematografo.

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