I.
Vieni, ti racconto una storia.

Che storia?

Non essere impaziente, siedi.

No, dai, davvero, che storia?

Quella di Orfeo ed Euridice.

Ma la conosco già.

Ah davvero? e che dice?

Orfeo è un poeta, Euridice una bella ninfa, lei muore, lui la raggiunge negli inferi per liberarla dal cattivo re della morte. Il re gliela restituisce, ma Orfeo si volta troppo presto, prima di essere in salvo. Euridice scompare del tutto. Poi mi pare che anche lui…

Anche lui cosa?

Anche lui muore.

Come?

Le donne. Sono state le donne.

Ateniesi?

Mah, forse della Tessaglia. Lo sbranarono mentre cantava canzoni tristi per la sua bella.

Come Amedeo Minghi.

Non mi pare che nessuno l’abbia sbranato.

Non ancora.
II.
Comunque non è proprio così.

Non è proprio così cosa?

La storia.

Orfeo ed Euridice?

Sì.

Ma basta. Sempre la stessa storia… Dai, ti prego, cambia genere.

E che vorresti sentire?

Non so, magari la storia di un supereroe. Che ne dici di Nikita? Quella è una storia che mi piace ascoltare.

Ma Nikita non è un supereroe.

Non fa niente, non sottilizzare.

Senti, a me non va di raccontarti la storia di Nikita.

Uff!

Io voglio raccontarti la storia di Orfeo ed Euridice.

Ma devo ascoltare per forza qualcosa che non mi va di sentire?

E io devo raccontare per forza qualcosa che non mi va di raccontare?

Vedi tu. Il pubblico ti ascolta, si aspetta grandi cose.

Ma per piacere. Lo sai che quella è l’unica storia cui tengo davvero.

Ma perché ti ostini?

Non lo so. Forse io sono Orfeo.

Oppure sei Euridice.

Già.

Oppure Pollicino.

Non mi sfottere.

Sei tu che hai iniziato co’ ’sta storia del mito.
E va bene. Racconta.
III.
“Era l’ardua miniera delle anime.
Correvano nel buio come vene
d’argento, silenziose. Tra radici
sgorgava il sangue che poi sale ai vivi
nella tenebra duro come porfido.
Poi null’altro era rosso.”

Cosa?

Come cosa?

Cosa era rosso?

L’ho appena detto. Il sangue. Il sangue è rosso, come il cielo azzurro e il prato verde. Ma tu se senti rosso, parlando di inferi, a che pensi?

Alle fiamme?

Beh, sì, anche, in effetti…

Lo vedi che non sei capace?

La verità è che non ti devi distrarre. Se non mi ascolti, per forza confondi fuoco e sangue. Dove eravamo rimasti? Orfeo è giù, sotto la terra, alle soglie del buio più profondo. Ha commosso con il suo canto Ade. E Mercurio che fa da guida protegge il suo pupillo dai propositi del Dio di tenerselo per sè stesso, ad allietare la sua triste tempesta di anime.

QUesto non c’entra.

Cosa?

Questa cosa di Ade… Non è necessaria.

CHe vuoi dire?

Che me lo dici a fare? Ade si vuole tenere ORfeo, va bene, ma è un’altra storia. Non c’entra con Euridice, va’ avanti.

Si chiama parentesi narrativa, ti dice niente?

Secondo me ’sto nome gliel’hai dato tu.

Ma no.

Ma sì. Ma insomma, vuoi andare avanti?
IV.
“V’erano rocce
e boschi informi. Ponti sopra il vuoto
e quell’immenso, grigio, cieco stagno
che premeva sul fondo come un cielo
di pioggia sui paesaggi della terra.
Fra i prati tenue e piena di promesse
correva come un lungo segno bianco
l’incerta traccia della sola strada.”

Basta con le descrizioni. TI prego, basta.

Ma lasciami fare. Non sei capace di apprezzare la bellezza di un paesaggio.

No, è che finora hai detto solo quello. Vorrei un po’ d’azione.

“E quell’unica strada era la loro.”

Ora si comincia a ragionare.

Orfeo cammina avanti, mantello al vento, chioma scossa dai fremiti dell’ansia. DIetro di lui, Hermes, il dio Mercurio per i latini, sorveglia i suoi passi come la sua ombra, plana leggero sulla sabbia grigia dell’Inferno, cerca di allietare il viaggio con i suoi continui richiami a Euridice, facendole forza, tenendola stretta tra le braccia, a tratti, perché non cada.

Forse Orfeo era geloso.

Cosa?

Già, magari si volta perché teme che Mercurio gli freghi la ragazza.

MA che dici? e poi, non anticipare. Adagio.
V.
Orfeo non si volta. Non ora, almeno. Sulla strada il suo canto è diventato sospiro, un sottile richiamo per i fuochi fatui, perché illuminino il cammino della sua amata, e diradino la luce ingannatrice, perché nell’ombra ogni candela sembra un faro a indicare il giorno e la vita. Le curve si susseguono, la distanza dal fondo aumenta e il richiamo dell’Inferno giunge sempre più attutito, tanto che Orfeo, ormai, non sente più neppure i passi della sua anima. Rallenta e poi riprende, tendendo l’orecchio indietro, cieco per il desiderio di non vedere più la strada innanzi, ma solo lei. E si stordisce ripetendo: “Essi verranno”.

Ma non vengono, vero?

Vengono, invece, “due dal lentissimo passo”. “Il dio dei viaggi e del lontano annunzio”…

Mercurio?

Sì, avvolto da un fruscio di ali. E lei…

Euridice?

Sì, “lei così amata…”

Com’è Euridice?

E’ un’anima.

Sì, ma com’era? In vita, dico, Orfeo ne avrà cantato la bellezza.

Che importa com’era? Bionda o bruna, con gli occhi cinerei o profondi, la pelle candida o ramata? Euridice era bella, sì, ma di una bellezza che appartiene solo agli dei nella loro eternità. E alle donne tanto amate.

Sei enfatico.

E tu sei petulante.

Io voglio solo immaginare Euridice. Dammi una mano!

Come? Forse così: è un volto di cui non puoi fare a meno, perché la sua bellezza non è un dato oggettivo, ma l’essenza stessa del tuo stare al mondo.


Non ho capito. Sono solo parole, che vuol dire?

Uff, cos’è che non può mancare assolutamente nella tua vita?

Il caffé.

Va bene, allora Euridice è il caffé. Ma tu guarda…

VI.
Riprendiamo. Dov’eravamo rimasti?

Seguono Mercurio ed Euridice.

Sì, lei così amata…

Ancora? Ho capito.

“LEI così amata!… che più pianto trasse
da una lira che mai da donne in lutto”. Ma ora… Ora è solo un’anima.

E’ morta.

E’ libera. Inconsapevole dei dubbi e degli affetti, non si cura dell’uomo che è davanti, segue mite e incerta senza vedere la strada. E’ entrata a una nuova vita, lasciando la pelle vecchia, dissolvendo:
“sciolta come un’alta chioma,
diffusa come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.”

E’ triste.

Sì.

VII.
Improvvisamente l’Inferno è deserto.

Deserto?

Sì. La strada sparisce sotto i loro piedi e non c’è più una via ma tante piccole radici nella terra che si espandono in tutte le direzioni; la volta e la base si avvicinano fino a toccarsi in lontananza, correndo improvvisamente verso un acuto punto di luce. Il silenzio poco a poco è penetrato da un rumore cadenzato di ruscello e il fruscio leggero delle ali del dio sparisce inghiottito da un suono più deciso di interi stormi. E’ come una piena, un’inondazione che sta per invadere il cuore di Orfeo, il ritorno alla vita.

Ma lui si volta…

E’ già cieco

(si ringrazia Rainer Maria Rilke per il suo OrfeoEuridiceHermes)

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