Venerdì di scrittura, sabato di regali e domenica di amici. E finalmente ho prodotto qualche altro frammento di testo da leggere, sempre grazie al nostro insegnante, che non difetta nè di giovinezza nè di sapienza.

In brevissimo il nuovo esercizio consiste in questo: prendi delle parole inventate e scrivi un racconto con queste parole, costringendoti a non essere didascalici e troppo espliciti, facendo uno sforzo di comprensibilità. Lo scopo è farsi capire pur parlando una lingua inventata. Ciò che renderà più leggibile il tuo testo sarà il co-testo… e qui si fermano le spiegazioni e si passa ai piccoli brani. Peraltro, avete mai fatto caso: brani, sbranare? Parole con la stessa radice, che traducono perfettamente i mourceau di Derrida (mi pare fosse Derrida che ne parlava): lacerti di testo che sono (forse) l’unica forma possibile del testo nella letteratura contemporanea…

Vabbè, dopo il cazzeggio accademico (a proposito, mi sa che ho deciso: la prossima pubblicazione sarà sul mio libro tratto dalla tesi, lo pubblico, e voglio vedè se qualcuno ha il coraggio di dirmi qualcosa visto che non m’hanno mai dato una lira), ecco a voi le brevi storie che mi leggo sulle mani in questi giorni di pastarelle…

Shimizè n° 1
Le parole inventate:
Un sostantivo: Fruc
Un aggettivo: Zulloso
Un verbo: Ravvuielare

Il marciapiede pullulava di Fruc. La Nena esitava accanto al falò più interno: “Stasera qui non si conclude nulla, troppi concorrenti. Pepè!” urlò all’improvviso “com’è andata?”. Pepè che era appena scesa da un’auto si tirava il corpetto e ravvuielava sulle zeppe verso di noi. Con la voce di un tenore compresso nel corpo di un cardellino si annunciò: “E che deve andare. Solo clienti zullosi!”

Shimizè n° 2
Le parole inventate
4 sostantivi: dellish, scàffulo, fruzia, sodovic
2 verbi: eglesire, cumbare
un aggettivo: giollo

Don Agostino chiuse il libretto delle orazioni del giorno e si avvicinò al pulpito. “Cari Giolli! Oggi il Dellish ci chiama a rispondere dei nostri scàffuli. Perchè giungere al sacro evento pieni di scàffuli, stracolmi di scàffuli, non ci consentirà di accedere al regno dei cieli. Il Dellish questo lo sa, egli sa tutto e conosce nel profondo le nostre fruzie. Se persisteremo nella menzogna, e nello scàffulo, le nostre fruzie non incontreranno il sorriso del Dellish, alla fine del viaggio, ma il forcone infuocato del Sodovic, che sarà ben lieto di cumbarci all’inferno per il resto dell’eternità. Fratelli, giolli, il Sodovic riderà di noi e di nostro Dellish, se potrà cumbare le nostre fruzie. Vogliamo forse che il Sodovic rida di nostro Dellish? Vogliamo forse che il Sodovic goda del suo infido lavoro ben fatto? Amate il Dellish e voi stessi e lasciate gli scàffuli al Sodovic”.
Il risolino di Antonino, due sedie dietro l’altare, gli spezzò il discorso come una spina nel fianco. Don Agostino tossì e alzò le braccia al cielo: “Eglesiamo”. E un mormorio sottile crebbe ai piedi del pulpito.

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