Caterina si alza la gonna e canta oilì oilà, poi sbatte contro un palo e muore. La nonna tace invece, seduta sulla panca, guardando la scena, poi si alza, sbatte contro lo stesso palo e muore. Il cane abbaia in continuazione, auuu, auuuu, il cacciatore passa gli spara e va a buttarsi contro il palo.
Giulio sentiva la favola delirante del fratellino più piccolo e non poteva fare a meno di ridere. La maestra lo rimproverava, che ridi, non fa ridere, sono storie bruttissime, bambini, non dovete raccontare storie così tristi, la morte non è uno scherzo. Cos’è la morte, signora maestra? La morte è una donna invisibile dentro un mantello nero, con la falce e la clessidra, che quando viene vi si porta via, e non potete più mangiar gelati.
Non è vero, la morte non è una donna invisibile. La voce di Mattia squillava sopra le altre. La morte è un pomeriggio senza fine, che papà piange e non capisci bene perché e la nonna va e viene dalla tua stanza e continua a dire povero, poverino. La maestra faceva fatica a trattenere i bambini presi dalla furia del gioco che facevano i versacci l’un l’altro e si fingevano a turno la morte. La morte è così, un pomeriggio lunghissimo. La maestra prese in braccio Mattia, e se lo coccolò e disse parole che non si possono ripetere, perché non significano nulla. E solo le lacrime di papà significavano qualcosa. Poi, un giorno, dopo tanto tempo, Mattia è grande, attraversa la strada: la nonna non c’è più, il papà non c’è più, la maestra non c’è più, persino Giulio non c’è più. Solo Mattia è rimasto ora: ha un cappello scuro in testa, in una mano l’orologio da taschino, nell’altra un coltellino col manico in osso. Negli occhi ha un sorriso cattivo, un pallore diffuso. Il medico gli ha diagnosticato tre giorni di vita. Ormai il cancro lo ha divorato da dentro, si attende solo un collasso. Un pomeriggio lunghissimo, interminabile.
Ad un tratto Caterina si alza la gonna e canta oilì oilà. Cosa farai da grande Mattia? Voglio fare l’orologiaio. E perché? Mi piacciono le lancette degli orologi antichi, lunghe e sottili, con i disegnini sopra. C’è una bambina in fondo alla classe che resta sempre sola, perché non giochi un po’ con lei, magari è timida e non sa bene come fare amicizia. Non mi va di giocare con le bambine. Un giorno ti piacerà. No, non mi piacerà mai. Nicoletta invece era simpatica, sapeva andare in bicicletta meglio dei maschi, e non aveva quelle stupide bambole con i capelli biondi e i sorrisi finti. Anche il sindaco aveva un sorriso finto quando andò a fare l’ispezione al liceo ginnasio di Mattia: Bene, bene, ottimo, tutto splendido, quanto fa 7 per 8? Bravi, bravi, chi era Omero? Ma questi sono i ragazzi più piccoli. Di là ci sono i grandi: signor sindaco, li vuole interrogare? Magari un’altra volta, eh? Mattia, sputa la gomma. Faceva dei disegni splendidi; un giorno fece anche una mostra nell’atrio dell’università. Laureato in legge. Che c’entra la legge con l’arte? Come che c’entra. Mattia è per il tuo bene, devi sceglierti il tuo futuro, adesso. Ma non si può rimandare? Come se il futuro, una volta stabilito, non potesse prendere altro corso. Mattia, mi hai sentito, sputa la gomma. Quante storie perché si era fatto i capelli blu: oggi tutti si tingono. Non mi interessa se tutti si riempiono di buchi e disegni sulla pelle, ma mi ascolti quando parlo? Un pomeriggio senza fine. Papà era in agonia da quindici giorni, la zia era venuta a dare una mano. Mattia non la vedeva di buon occhio, sempre tra i piedi, sempre con quell’aria addolorata. Era mio padre! Ma era anche mio fratello! Quante urla perché lui voleva stringerselo al petto e basta, non sentire più le lacrime degli altri: solo le sue erano calde, salate. Ma intanto i singhiozzi sommessi dei parenti non si potevano cancellare. Mattia, sputa la gomma. La stanza del medico era bianca e pesante da guardare, greve è il termine adatto. Dottore ho appena disputato una causa importante, e non aspetto altro che andare a festeggiare con i mie colleghi. Lei capirà, poi c’è Barbara. Barbara è ogni giorno più bella, ha i riccioli biondi che le coprono le spalle, e a letto, quando sta nuda, dormendo, le sfiorano la lunga linea sottile della schiena, una pelle bianca e delicata, che si vorrebbe metterla sotto vetro. Nella voce però ha una nota d’amarezza, come se aspettasse sempre una fine. Mattia, sputa la gomma.
Insomma, dottore, che cosa mi deve dire. Mattia attraversava la strada, e intanto pensava a cosa avrebbe dovuto fare: testamento, Barbara, papà, Caterina si alza la gonna, testamento certo. Ferma i pensieri, mettili in ordine. Ricominciamo da capo: oggi sono stato in tribunale, poi dal sarto, poi dal dottore. Ho comprato un pacchetto di sigarette. Ho bevuto un bicchiere di vino. Ho detto a Barbara che l’amo. Ho guardato il mio orologio e il mio coltellino, quello col manico d’osso, che porto sempre in tasca. Ho attraversato la strada. Sono morto. Un pomeriggio lunghissimo.

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