“Vorrei andare li’ dove mi diceva Ada, dove non c’è nulla eppure non manca niente. Ada c’era stata, una volta sola, e non se ne poteva più scordare. Quella storia me la raccontava ogni volta che sorseggiavamo il tè sulla sua terrazza assolata, che sembrava un attico colmo di ulivi e rose col miglior panorama di Roma, solo per il fatto che eravamo lì a goderci una bustina in due, mentre il traffico della Tuscolana inghiottiva i nostri pensieri. Io pensavo che la storia di Ada in fondo era un sogno, solo un bellissimo desiderio che una notte si era trasformato in un viaggio, tangibile, di profumi e ricordi che non ap-partengono a nessuno e per questo sono a buon mercato. Ada mi disse che era stata proprio in un posto come quello che io adesso vorrei. Non c’era più niente, solo il deserto, un sole caldissimo e immenso, ma a due passi la fonte, il villaggio, una vita di piccoli artigiani e piccoli pastori con cui non era necessario mischiarsi. Io mi immaginavo i vestiti, Ada mi raccontava del miglio e del mais che ogni giorno pestava e metteva da parte. E ogni giorno scambiava grano con uova, grano con vino, grano con tessuti. Anch’io poi una volta sono stata lì. Solo una notte…”

Abitava un’unica stanza. Fuori si cucinava, si mangiava, ci si lavava. Dentro l’unica camera, c’era una bambina, pochi mesi ma già sapeva ridere. Il marito veniva di tanto in tanto a dare un saluto, qualche vestito, un agnellino appena nato e già pronto per il pranzo. Le sue visite erano regolari e un po’ troppo distanti l’una dall’altra. Lei non resisteva, aspettava sulla porta il momento di vederlo solcare il colle oltre il quale il villaggio con le sue case fitte dettava la legge e scandiva il tempo. Il tempo era la distanza tra il colle e l’uscio di casa, trenta passi di attesa e un’infinità di secondi dopo ogni saluto. Lei abbracciava la bambina e le insegnava le sillabe, le raccontava ogni cosa non fosse a portata di mano. Un giorno il marito non solcò la collina. Lei aspettava trepidante e continuava a fissare quel punto dove il cespuglio di rovi nascondeva il sentiero. Ma l’attesa era lunga e lo sguardo si infittì troppo sulle ombre che non si allungavano, tanto da non accorgersi che nella stanza era entrato un ladro. Era un ladro curvo, rinsecchito, la fame lo rendeva cattivo. O forse la cattiveria gli fece venire fame di avere di più. Perciò, senza trovare niente, prese l’unica cosa di valore. Lei tornò in casa allarmata, il marito non arrivava e gli occhi cominciavano a dolerle. Quando si accorse che la bambina era sparita, corse impazzita intorno alla casa, e allora li vide, terribili e minacciosi. Trenta ladroni correvano sui loro cammelli perdendosi nel deserto, uno di questi portava aggrappato alla gobba un fagotto appena sottratto da quattro misere mura. Urlavano nella loro lingua incomprensibile e lanciavano terra in tutte le direzioni. Il cielo era violaceo, nell’ora che precede il tramonto. Ada uscì di se stessa. Non nel senso che impazzì di dolore, ma guardando più lontano di quanto i suoi occhi avessero mai guardato, cominciò ad alzarsi in tutta la sua altezza per raggiungere la pista di nebbia sabbiosa che i ladroni si lasciavano dietro. E alzandosi si librò in aria, cambiò pelle, trasecolò, perdendo il contatto col terreno e diventando uccello. Due ali colorate e varie, piume sottili e piume forti, di pavone, sparviero e angelo, le strapparono le spalle e le rivelarono la sua vera natura. Ada non si fermò a pensare se quello era un sogno o un desiderio o se qualcosa dentro di sé era rimasto nascosto troppo a lungo, ma sbattendo contro le cime degli alberi volteggiò incapace fino a toccare il colle. E piegata dalla fatica del volo vide appannata una scia di polvere che si allontanava in linea retta. Una prima lucidità improvvisa, generata dall’ansia di ciò che stava accadendo si dissolse nel panico. Ada cominciò ad arrancare di corsa in cielo. Volò altissima per non rischiare sguardi indiscreti. Si vergognava di quel aspetto deforme e si vergognò anche di arrivare in città dall’alto. Sorvolò i palazzi precipitando sui tetti ogni volta che tentava di atterrare; davanti a una finestra alta si accorse del volto noto, si aggrappò a tutte le sue forze ed entrò. In quella stanzetta c’era il marito. Lui non la riconobbe, parlava con degli uo-mini lunghi e magri, vestiti di nero con un cilindro nero, tesi nei gesti a imitare geometrie spigolose e ipnotiche. Il marito macchiava il suo sguardo di quegli aspetti e attendeva risposta dei suoi commerci. Non la notò troppo. Ada cercò di parlare, di raccontare gli eventi, ma la voce le usciva in un filo e come un fischio smorzava le parole in gola, comprimeva le emozioni in un unico suono incomprensibile. Raccolse le sue ali colorate e si precipitò fuori dalla finestra. Schiva ormai della sua vergogna prese a planare sui vasi radunati negli atri, sfiorava piante grasse a un metro da terra con l’ultima piuma timone e più d’uno in strada la guardò sbigottito. Ada fuggì veloce. Prese a rincorrere la pista che aveva stampata nella memoria, capì che c’era una sola rotta da seguire e si diresse al deserto. Come uno che arranca nel buio, senza conoscere la direzione ma solo conscio di poter avanzare a tastoni fino al prossimo ostacolo che potrebbe essere letale, Ada arrancò sulle soglie dell’immensa distesa di sabbia, desiderando di imbattersi in qualcosa, una briciola di pane che le indicasse il cammino. Non c’erano tetti su cui nascondersi e ormai nemmeno più alberi per prendere ombra. Solo un gruppo di pastori intorno a un fuoco, la sera che poteva essere amica e un gregge di pecore. Ada cercò rifugio tra le pecore, che per quanto non fossero sue simili non l’avrebbero trovata troppo diversa. Quando vide i pastori controllare la tranquillità del gregge, Ada si accucciò sotto una piccola pecora grassa di lana, più cupa e sporca delle altre. La pecora la coprì e poi si scansò. “Ma tu che vuoi?”. Ada che non proferiva parola da ore trasalì a sentire la voce dell’animale. “Aiutami ti prego, dei ladroni hanno rubato la mia bambina e io sono solo quello che vedi. Voglio trovarla.” La pecora era molto sporca e chiese le venisse pulito il collo, perché portava dietro le orecchie troppe foglie per poter sentire bene i suoi detti. Ciò fatto, l’animale disse di chiamarsi Adele e che sì, aveva visto passare dei ladroni. I suoi padroni li avevano accolti con grandi pacche sulle spalle e cibo e risate. E c’era un fa-gotto di cui non si poteva dire nulla. “Dimmi dove sono diretti, io ti lascerò in pace e me ne andrò in cerca dei ladroni”. “Ma dove pretendi di andare tu, che appena spicchi il volo vieni impallinata da questi quattro cafoni”. Adele propose un patto ad Ada: l’avrebbe aiutata a trovare la sua bambina e protetta dai pastori se Ada l’avesse portata via con sé, in qualsiasi posto, purché lontano da quella landa desolata senza alberi. Ada cercò di convincerla che là dove andava c’era solo deserto, e cercò anche di spiegarle con delicatezza che non ce l’avrebbe mai fatta a portar via il suo peso. Ma Adele era cocciuta e si impose: “O mi porti con te o io comincio a belare come un’assatanata”. La compagnia si compose in quel momento. I pastori fecero ammansire le pecore nel recinto della notte, e Adele trascinò Ada aggrappata al suo grembo al sicuro da occhi umani. Poi, con il favore del sonno collettivo, Adele si allontanò dal gregge e uno strano fenomeno avrebbe potuto essere osservato in cielo se non ci fosse stato il buio e qualche rapido cader di stelle e una luna nera che oscurava la notte. Una pecora si alzava a balzi sorretta da una forza misteriosa che a ogni balzo trascinava più in alto il suo pesante fardello. E mentre cresceva l’altezza, singhiozzando tra il cielo e la terra, quel volo diveniva via via più leggero e morbido. Un grosso angelo scuro si allontanò con una pecora in braccio addentrandosi nelle terre dei ladri.
Adele raccontava ad Ada nel viaggio quel che aveva sentito dai suoi padroni: “hanno preso pani e capre, formaggio e molta acqua, si preparano a una lunga traversata. Io ho sentito dove sarebbero andati. Devi proseguire lungo la via delle dune, quando queste finiscono troverai un’oasi. Ecco, a quella collina mi puoi lasciare, sono abbastanza lontana”. Ma Ada non accennava a scendere. Adele si cominciò a preoccupare: “Il cielo è alto, ormai mi staranno cercando, ti rallenterai se continui a trascinarmi con te. Lasciami accanto a quel ruscello, così potrò bere e orinare sull’erba folta. Il che mi da un certo piacere.” Ma Ada proseguiva. “Tu verrai con me”. Adele cominciò a belare dispe-rata. “Io ho bisogno di una guida e tu conosci bene i pascoli e anche le zone meno fertili, dove non c’è rifugio.” Adele tentò inutilmente di liberarsi, ma nel cielo senza nemmeno potersi confondere con nubi che non c’erano, vedeva distintamente l’ironia della sua sciagura: libera finalmente, ma troppo lontana da terra per poter scacciare la sua liberatrice. “Va bene, ma tu sai dove stai andando? È un viaggio lungo e farà caldo e ci sarà fame e sete e solitudine. Loro vanno lì”. “Tu sai dove vanno i ladroni”. “Tutti i ladroni vanno lì per barattare la loro merce”. “lì dove?”. Adele belava disperata e sarcastica. L’angelo che la trascinava cominciava a scorgere solo ciuffi d’erba secca e la via delle dune. “Dimmi dov’è lì o ti lascio cadere”. “Hai fatto presto ad imparare a volare, e anche a minacciare i compagni”. “Dov’è lì?”. Adele non ebbe bisogno di faticare molto a spiegare. Le bastò dirigere il muso in una direzione, verso un punto lontano sull’orizzonte. Dall’alto delle sue capriole, Ada poteva vedere la meta, quello che sarebbe stato solo l’inizio della sua avventura senza fine. Quello era il Libro delle Storie, una barriera alta più di dieci grattacieli so-vrapposti, lontano allo sguardo eppure visibile. “Loro vanno lì, nel Libro”. E non ci fu bisogno che Adele dicesse altro, perché Ada sape-va: che quello era il Libro di tutte le storie, che i ladroni stavano imboccando la strada per le sue entrate di pagine sottili e bianche. Lì si componeva ogni verso, gli incipit e i finali e ogni cosa che avesse un limite si riversava in un racconto come una storia che narrasse delle mille e una notte di tutto il mondo. L’angelo dalle ali scure e variopinte strinse gli artigli sulla sua pecora compagna di viaggio e diresse il suo volo al centro del mondo, nel cuore del li-bro, per recuperare una fagotto che appena sapeva ridere.

“Guardo Ada e penso che vorrei andare lì. Lei rimpiange la vita di tempi scanditi da pause regolari e regolari piaceri, ma poi un guizzo negli occhi mi fa capire che le manca qualcos’altro. Si massaggia le spalle come se sentisse il vuoto che le opprime. E io mi figuro circondata di ali, a volare nel Libro dei libri per salvare qualcosa di piccolo che non so bene che volto abbia. Una volta ci sono stata, sì, mi dico. Ma forse era solo in sogno.”

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