Accadde d’inverno. Lo ricordo come fosse un sogno ricorrente, di quelli che dimentichi ogni sera prima di andare a dormire, travolto dai pensieri e dalle sensazioni di una vita piena, e che ritornano puntuali a ogni mattino, appena sveglio, una mano sul petto a fermare i battiti e gli occhi strizzati davanti alla prima luce a cercare una forma nota per essere sicuri di aver sognato.

Il primo sintomo fu un ispessimento improvviso dei capelli. Già neri e troppo lunghi per esser preso sul serio nella mia divisa da carabiniere, un giorno li trovai dritti in testa, alti come un casco di plastica attaccato alla base del cranio. Il pettine, districandoli, li elettrizzava e rimaneva impigliato tra le diverse punte multidirezionali. Dopo una settimana non potevo più passarci altro che le mani, il pettine ci aveva lasciato i denti.

Il secondo sintomo fu una trasformazione silenziosa e continua del mio stile d’abbigliamento. Fino a quel giorno avevo piegato il colletto della camicia sopra la cravatta scura in un gesto istintivo ed elegante. Le punte del colletto attaccate alla clavicola, il nodo della cravatta preciso e centrale. Il nodo divenne via via più piccolo, un giorno sparì e mi sorpresi a strattonare con le dita le piccole ali di un farfallino bianco, le punte della camicia si erano ritirate fino quasi al collo e la giacca pendeva sotto il sedere come ad accennare una coda. Quel giorno non uscii di casa. Non lasciai neppure la stanza in realtà, non ebbi il coraggio di apparire al controllo di mia madre con quella tenuta da pinguino. Avrebbe cominciato a sbraitare contro gli amici del pub, il mio unico svago da qualche mese, che mi avevano messo in testa strane idee.

Del terzo sintomo non mi accorsi subito, si fece strada poco a poco nelle mie corse serali lungo le vie del quartiere mentre mi avvicinavo alla villa comunale. Concentrato sul respiro e sulla tonicità dei muscoli, scivolavo rapido davanti alle vetrine dei negozi senza accorgermi di nulla. Una sera era molto tardi, le vetrine erano semibuie. Riflettevano la luce dalla strada come tante lenti di occhiali scuri. Mi voltai a guardare un bionda in tuta che mi aveva superato con un’andatura leggera e scattante. Mentre ammiravo la forma rotonda e tesa dei glutei, con la coda dell’occhio vidi il mio riflesso sul vetro. Appoggiai la mano per prendere fiato. Ero trasparente. Come se mi stessi smaterializzando. Corsi fino a casa quasi a occhi chiusi, guardando fisso l’asfalto. Avevo visto un rivolo di sangue raggiungermi il cuore.

Al quarto sintomo stavo già a letto da qualche giorno. Mia madre aveva rinunciato a bussare per consegnarmi qualsiasi genere di cibarie e medicina. Attesi che si allontanasse e raccolsi il vassoio fuori della porta. C’era del brodo. Lo bevvi freddo e mi fece schifo. Iniziai a tagliare un pezzo di salame, ma mi segai la punta del dito. In bocca il sapore del sangue era dolce e penetrante, un’esplosione di mille spezie e consistenze. Assaggiai un’altra goccia di sangue e sentii il cervello esplodermi. Avevo il desiderio folle di spalancare la finestra e scagliarmi in volo sui passanti 9 piani più sotto. Ma non avevo ali e nessun motivo per tentare il suicidio. Mi diressi in bagno, specchiandomi vidi i capelli induriti brillare e aderire al cranio come immersi sott’acqua. E nello stesso istante la mia immagine sparì. Mi lanciai verso la porta d’ingresso ma temevo qualcuno potesse vedermi, allora aprii l’armadio e cercai cappotto e cappuccio, ne uscì fuori una lunga mantella nera, un cappello a cilindro, un bastone con il pomello d’osso.

Seduto sul letto con la testa tra le mani mi ferii da solo al labbro premendolo contro i denti che si stavano allungando.

L’ultimo sintomo fu ipnotico. Travolto da pensieri inconsistenti, mi lascia andare di schiena sul materasso. Schiacciai con la testa il telecomando. Immediatamente partì il telegiornale a tutto volume. Non sapevo bene che cosa pensare, perciò mi misi a fare zapping. Solo che ogni canale mi sembrava sbiadito, ogni programma aveva un’aria d’altri tempi, quella fotografia vagamente ingiallita che associamo alle storie degli anni ’70, e poi sempre più scolorata, fino a diventare tutto solo bianco e nero.

Rimasi immobile 24 ore davanti al televisore, con gli occhi sbarrati e le dita che premevano furiosamente sui pulsanti per aggiungere colore. Ogni programma, sempre in bianco e nero. Ogni velina aveva perso l’appeal lascivo delle cosce rosa nude e consistenti, ogni parruccona, dalle presentatrici del tg alle donne della domenica sportiva, erano solo vecchie megere troppo truccate. Gli agenti delle squadre speciali non immergevano le mani nel sangue delle vittime dei serial killer, ma in una poltiglia nera e indistinta. Niente faceva paura, solo le facce di certi notabili troppo flaccide e impietrite per poter sembrare vive. Distolsi lo sguardo, era di nuovo sera là fuori. Sentivo gli occhi pulsarmi, l’ultimo bagliore del giorno mi feriva la mente, ma non era rosso. Non era neppure rosa, violaceo, neppure il blu subito a seguire. Era solo una luce bianca che sbiadiva lentamente verso il grigio e il nero. Scesi in strada. Con il mantello scuro sopra le gambe nude, i capelli untuosi, dovevo sembrare un pessimo individuo, ma nessuno mi fece caso. Forse ero invisibile a tutti, ma gli altri no, li vedevo bene. Vedevo ogni persona o animale, farsi avanti verso di me come uscendo dal buio, una macchia di luce e calore nel freddo della notte. Non c’era calore alla televisione. In strada ce n’era fin troppo, e quasi nessuna sfumatura tra il bianco e il nero. Arrivai incespicando fino alla spiaggia, lasciai cadere il mantello, e così mezzo nudo mi fermai davanti a una conchiglia. Era una cosa morta, ma poteva essere una cosa colorata. Solo che io ne percepivo la vita lontana, non il colore. Ore dopo stringevo ancora il telecomando sul pulsante del colore, quando mi trascinarono via in ambulanza.

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