Non so come, mi sono ricordata questa cosa qui, all’improvviso. La scrissi quando ancora mi chiamavo Buttercup, on line. Miss ranuncolo sta tornando…

In alto stabat Lupus
La luce rossa lampeggiava regolare. “Sincronizza newsgroup”. La lentezza della connessione a 56k poteva stremare anche un elefante. Paolo pensava alle ultime due ore in quella stanza, bianca come un laboratorio chimico, tutte le scrivanie in fila, le sedie discoste leggermente, i fogli ordinati ma troppo numerosi per dare l’impressione dell’ordine. L’ufficio era vuoto, i colleghi erano in ferie o avevano finito il turno. Solo Paolo restava.
“Adesso scarico la posta, poi vado”. Leggeva l’e-mail di Sandra: “Qualche volta penso che mi eviti perché credi che non sono degna di stare al tuo fianco… Sembri un cucciolo bagnato che rifiuta la mano calda della padrona… Paura? Non dovresti averne, amore mio.”. “Ma come diavolo fa ad essere sempre così retorica?”; Paolo non la sopportava. Troppo estroversa. A Paolo davano fastidio le persone estroverse, quelle che non si premurano di difendersi dagli attacchi del mondo, che condividono gioie e dolori come se non avesse alcuna importanza chi hanno di fronte, cosa può pensare di loro. “Alla fine è più egoista di quello che vuol dare a vedere. Ti travolge con la sua personalità. O la ami o la odi.” E lui quasi quasi la odiava. “Rispondo, non rispondo? Mah, farò finta di non aver letto la posta.” 15 messaggi non letti. “Porca miseria, ma non erano partiti tutti per il mare? Vediamo cosa scrivono.”.

Da: Tiresia
Object: In alto stabat Lupus

“Attraversa il corridoio. Giacca chiara, color ecrù, pantaloni scuri, marroni, camicia bianca con piccole righe celesti. Ha i capelli sudati sull’attaccatura della fronte, appiccicati al viso come avesse appena corso, una
leggera pesantezza nei movimenti. L’occhio destro fatica a restare aperto. Massimo Chiarini è rimasto fermo accanto alla fontanella dell’acqua. La mano appoggiata al rubinetto, come a carezzarlo. Ma di acqua non ne esce neanche una goccia. Aspetta. Un orologio in fondo al corridoio batte le sei meno un quarto. “È ora.” Aspetta ancora un istante. Il corridoio è lungo trenta metri, ogni 4 metri una porta. Le pareti sono bianche, ma nella penombra sembrano grigie, le porte sono di un giallino pallido, di una tristezza sconsolante. “L’architetto che ha progettato questo edificio doveva aver avuto un incubo. Stretto e lungo, come un cunicolo senza fondo.” Massimo scosta la mano dalla fontanella, la porta alla fronte. Un rumore dietro le spalle. “Sarà la signora delle pulizie, con il suo carrello, lo va sbattendo ad ogni angolo che si trova davanti. Ha fatto più danni lei in questo posto che i 200 dipendenti che ci lavorano ogni giorno. Mi devo ricordare di firmare la lettera di licenziamento.”. Aspetta. Adesso sono le sei meno dieci.”

Paolo guardò l’orologio: ore 18:00. “Beh, almeno questo è diverso.” Dopo trenta secondi che stava leggendo si era reso conto che c’erano delle strane consonanze tra il racconto che aveva scaricato dal newsgroup e il mondo che lo circondava. Massimo era il suo capo, anche se di cognome faceva Gironi. E il corridoio poteva essere quello del terzo piano, dove si trovava l’amministrazione, con le sue porticine tutte alla stessa distanza, che davano su piccole stanze dove ogni impiegato lavorava nel silenzio della propria solitudine. “Strano, ci dev’essere qualcuno del terzo che ha sottoscritto lo stesso newsgroup. Me ne sarei dovuto accorgere, però.”
Posta in arrivo. La letterina in fondo a destra dello schermo segnalava un messaggio non letto. Paolo vi cliccò sopra due volte.

Da: Lupus.
Oggetto: 18:30.
Testo: Sto arrivando.

“Mah, buttiamo, non conosco nessuno che come nick usi Lupus.”

“I passi nel corridoio si sentono e non si sentono. L’uomo si volta per vedere chi arriva, nessuno. Di fronte a lui, nessuno. “Dove sarà? In qualche stanza? Eppure non mi pare di averla vista entrare.” Sta ancora aspettando l’acqua dalla fontanella. “Tra poco potrò firmare e andare a casa. Questo caldo è stremante. Altro che aria condizionata. Ci vorrebbe un iceberg in testa. Sento le orecchie che mi esplodono.” Un leggero fruscio sulla destra. Una finestra si apre, Massimo si volta a guardare. Un rumore sordo attraversa il corridoio, come un tonfo attutito. Il corpo dell’uomo adesso giace accasciato accanto alla fontanella, aggrappato alla base, come quei fedeli in venerazione delle statue mariane. Un rivolo rosso parte da sotto il corpo, una lieve pendenza e il rivolo scorre, scorre lungo il corridoio, percorrendolo di traverso. Dall’alto in verticale sul corpo è possibile scorgere un piccolo foro dietro la nuca, la pelle bruciata. Un odore acre, fumo e sangue, inizia a diffondersi.

Una lieve inquietudine iniziò a scuotere i nervi di Paolo.

“In fondo al corridoio. Penultima porta, numero 33. Claudia Simoni digita alla tastiera le ultime righe della relazione che consegnerà domani mattina. ”È la prima volta che non mi devo portare il lavoro a casa. Questo è un miracolo. E non dovrò litigare con Giorgio. È il mio giorno fortunato.” Un tonfo sordo. “Cosa è stato? Mah, sarà la donna delle pulizie. Certo è inquietante questo posto la sera. Sembra non ci sia nessuno. Mmmmh, mi sento sola. Forse non dovrei, ma ho paura. Sarà meglio sbrigarsi. Non so mai perché, ma quando cominciano a spegnersi le luci degli edifici di fronte mi
sembra che a spegnersi sia tutto un mondo. Non vedo l’ora di tornare a casa. Salva con nome: relazione 13_24. Ecco fatto. Adesso Massimo sarà soddisfatto. Quel uomo è insopportabile, con le sue pretese di superiorità, sempre a dare ordini, sempre a criticare. Non fa nulla e pretende che gli altri lavorino ventiquattr’ore su ventiquattro. Imbecille.” Dà un lungo sospiro, cerca di rimuovere i pensieri negativi. Respira e inspira. Dinanzi alla porta semichiusa passa un carrello scricchiolando. “Come pensavo”. Il carrello si ferma. Se ne scorgono il retro e le bottiglie di detersivo accanto al manico. “Signora Ada, un attimo ancora, non ho finito di raccogliere le mie cose.” L’orologio batte le sei e 15.

L’orologio segnava le sei e 15.
Posta in arrivo. Di nuovo la letterina in fondo a destra.

Da: Lupus.
Object: Meno due.
Testo: ti ricordi di claudia? i capelli dorati, le labbra tonde, sottili sopra, come se stesse sempre pronta per dargli un morso. avrei potuto uccidere per lei. abbiamo litigato per lei. tu non volevi credere che lo avrebbe fatto, e invece… una puttana come le altre… non temere più. sto arrivando.

Paolo sudava freddo. Un attimo prima il vuoto di un pomeriggio d’agosto sembrava soffocare i pensieri. Adesso i pensieri si affastellavano furibondi. Un mare di ricordi: Claudia. Credeva di averla lasciata all’università. Una foto sbiadita, forse anche grigia. Poi l’aveva rincontrata in questo posto. “Ma non pensavo a lei. Sì, me la ricordo, è rimasto solo il ricordo. Oggi quasi non mi ha salutato. Ma chi è Lupus? Perché mi scrive? E soprattutto, perché mi ripete che sta arrivando? Claudia. Come il personaggio di questo racconto. Meno due cosa?”

“Signora Ada.” Claudia attende impaziente una risposta. Apre la porta di slancio, si trova di fronte il manico del carrello. “Signora. Ma dov’è?”. Da dietro una mano le afferra il seno e stringe. “Francesco, smettila, non mi diverto.” Un taglio netto. Un secondo dopo Claudia Simoni è accasciata al pavimento, la gola in mano, un gemito soffocato perché non esiste più voce per gridare. “Quanto sangue.”

“Meno due.” Un rumore di ruote scricchiolanti rimbalzava per le stanze vuote. Paolo accese nervosamente una sigaretta. “Avrei dovuto andar via subito.” Non fece caso al silenzio improvviso che aveva invaso l’edificio.
Il cartello con il divieto di fumo giaceva dimenticato su una scrivania. Una lieve brezza serale entrò da un finestra socchiusa.

“La luce del corridoio del terzo si accende a intermittenza. I due corpi giacciono a lunga distanza. Più avanti nella curva del corridoio accanto all’ascensore bloccato con le porte aperte, un terzo corpo. Con le braccia aperte e il busto tra il piano e le porte dell’ascensore, la signora Ada giace immobile e fredda, con il collo spezzato, la testa quasi completamente girata verso la schiena.”

“Allora è sbagliato! Non c’è legame tra Lupus e il racconto. È una coincidenza. Dev’essere così!” Paolo urlò le ultime parole. Se una cosa è falsa, anche tutto il resto lo è. Chi lo diceva? “Mio padre”. Posta in arrivo. “Ancora.” Ormai i nervi erano a pezzi. Paolo cliccò due volte sulla letterina.

Da: Lupus.
Object: In alto stabat Lupus.
Testo: non ti agitare. non ho finito qui. tanto sarai tu a risalire il ruscello.

Paolo pensò: “Uno scherzo. Qualcuno che sa che ho sottoscritto il newsgroup e mi vuole giocare un brutto tiro. Se scopro chi è Lupus gliela faccio pagare cara.” Adesso un lieve ticchettio si diffondeva nelle stanze. Un suono metallico, come quello di piccole biglie di acciaio che si scontrano.

“Uno, due. uno, due. Il pendolo in fondo al corridoio scandisce il tempo. Le sette di sera. “Ultimo viene l’agnello.”

“Mi senti, Paolo?” La voce risuonò cristallina, come se improvvisamente il mondo gelasse e lasciasse in luogo di corridoi spogli lunghe gallerie senza fine, in cui l’eco era mortale come una pugnalata. Paolo tremò. Una lieve scossa e uno scatto. Era già lontano dalla sua stanza, verso l’ascensore. ”Chi è Lupus? Chi è Lupus? Conosce Claudia, abbiamo fatto l’università insieme, mi ha chiamato agnello. Chi è Lupus? Ha ucciso Massimo, ha ucciso due volte. no, ha ucciso tre volte.” mentre le porte dell’ascensore si aprivano, un lampo attraversò la mente. “Ha ucciso tre volte.”

“Le porte si aprono, Paolo resta immobile in attesa. Vede il corpo di Ada Smeraglioni accasciato sul pavimento, la lingua in fuori, gli occhi strabuzzati in alto. Un urlo d’orrore rimane strozzato in gola. Scatta all’indietro e cade inciampando su se stesso. Striscia fino alle scale, a destra dell’ascensore. Si alza in piedi. Fa per scendere, ma c’è sangue dappertutto sulle scale, svoltata la curva a terra c’è Claudia, la gola in mano, l’ultimo respiro sputato sul pavimento. Guarda in alto. E in alto c’è Lupus.”

Venerdì, 13 agosto 2001 – ore 8:45
La piccola lettera in basso a destra sullo schermo di Paolo ancora lampeggiava. Il commissario guardò svogliatamente le icone sul desktop. “La scientifica ha già rilevato le impronte?” “Sì, commissario, sono presenti solo quelle di Paolo Salieri.” L’uomo, giacca lasciata sulla sedia, cravatta snodata fin dal primo secondo di quella torrida mattina d’estate, cliccò sulla busta.

Oggetto: Non correre troppo.
Da: Lupus.
Testo: Non correre, mio dolce amore, potresti farti male mentre ti affanni per raggiungermi. Ti ricordi di Claudia? Dicevi che non era una traditrice. Ma prima di tradire te, aveva tradito me, la sua migliore amica. Dimenticherò adesso tutto il male, tutte le cattiverie che mi ha fatto e le tenerezze che le hai riservato, solo per farmi dispetto. E dimenticherò anche Massimo, che si è messo tra noi prima con il tuo lavoro, poi con la scusa del sesso. E stavamo per perderci. Ada non c’entra, è caduta nella trappola di un altro. Ma adesso tocca a te muovere. Ti aspetto. “.

“Se avesse continuato a leggere avrebbe dovuto sapere a cosa andava incontro.” La voce del tenente giunse inattesa dal nulla. “Tenente Alberto Rossi, non si avvicini mai più senza salutare o la sbatto a dirigere il traffico!” L’attenti scattò quasi immediato. Il tenente era mortificato. Il commissario ancora scosso dal colpo di trovarselo alle spalle. Dopo un breve istante di imbarazzo, il commissario riprese a leggere. “No, non ha letto, ha seguito i consigli del lettore e non ha scoperto cosa sarebbe accaduto dopo”, disse con una voce incredibilmente atona. “Il problema adesso non è capire chi è Lupus. Il problema è: chi è Tiresia?”

“Paolo corre incontro a Sandra. Sta per gridare, la mano di lei lo ferma a breve distanza. “Come fai ad essere qui?” Ma Paolo l’ha solo pensato. L’ultimo pensiero che non diverrà mai parola. Si guardano negli occhi. Lui ha capito. Lei alza lentamente il braccio. Sembra voglia carezzargli la guancia, un gesto d’affetto che tante volte ha compiuto, e tante volte lui non si è mosso, sapendo che sarebbe stato un gesto di tenerezza che vuol dire addio. Ma lei in mano ha una pistola.
Ed è un addio.”

Share
  • Print
  • email
  • FriendFeed
  • Facebook
  • LinkedIn
  • Twitter
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • Netvibes
  • Yahoo! Bookmarks