…il punto in cui la terra sembra infinita e varia come le generazioni quando si incontrano
Reading time: 7 – 12 minutes
Capita qualche giorno fa, 12 gennaio 2010, che io legga un lunghissimo thread su friendfeed che partendo dal cazzeggio finisce con l’affrontare un tema serissimo su cosa sono oggi la lettura, la scrittura, il libro, l’e-book e varie ed eventuali connesse. Mi ci butto a pesce, perché ho una particolare predilezioni per le pippologie semiotiche e narratologiche e perché mi piace un sacco il tono della discussione, un po’ per burla un po’ sul serio.
Da quel che leggo capisco alcune cose:
1. Dei prodotti sul mercato, alcuni permettono di aggiungere note, sottolineare, copincollare interi brani (kindle, a detta di paolo b le fa tutte), altri in ordine sparso prevedono solo alcune di queste funzioni, e sono: il sony prs505, iliad e nook, sony prs600.
Non sono un’esperta di e-reader ma mi viene in mente che con il mio ipod touch ad oggi senza estensioni non posso fare molto di più, ma sono quasi certa che se mi scarico qualche applicazione gratuita o a un prezzo irrisorio riesco a installare persino lì funzionalità di copincolla, sottolinea, aggiungi a preferiti… non è che gli e-reader non sono ancora nati presso il grande pubblico perché sono già obsoleti?
2. Gli argomenti su cui a molti è piaciuto intrattenersi, in ordine sparso e senza alcuna rilevanza statistica, sono:
Potrei continuare la lista, ma questo mi sembra un repertorio abbastanza esaustivo di tutto quello che si può dire o quasi intorno ai libri, agli e-book e agli ipertesti. E qui, in mezzo al caos degli interventi intrecciati su più temi, un certo entusiasmo di mafe per le potenzialità narrative che al lettore e allo scrittore offrono le tecnologie digitali ha risvegliato il ricordo di una citazione da Calvino che avevo inserito nella tesi di laurea:
Un’opera concepita al di fuori del self… per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica… (Italo Calvino, Lezioni Americane)
All’epoca questa nota di Calvino sulle sue ambizioni verso “un’opera al di fuori del self” mi dava il là per riflessioni sull’apertura narrativa, su un’idea concretizzabile di scrittura e lettura di un’opera multipla, riscrivibile, mai finita, che il digitale rendeva possibile. In quel momento storico lì (parliamo del 2002), almeno a quel che sapevo io, c’erano già stati degli esperimenti di scrittura ipertestuale che avevano fatto scuola, ma tutti gli esempi che mi vengono in mente alla prova della lettura (o visione, o partecipazione) erano piuttosto deludenti. Mi ricordo Patchwork Girl, storia di una simil frankenstein di cui ricostruire la storia attraverso diversi percorsi narrativi (su cd rom), mi vengono in mente certi romanzi collaborativi che avevo trovato in rete, e varie altre esperienze digitali che poi sono confluite in parte nella mia tesi di laurea. Ma alla fine come un’eco mi ritornava sempre in testa quello che diceva Eco, Umberto, in Lector in Fabula: l’ipertesto non aggiunge nulla al racconto di una storia, anzi ci fa perdere il brivido del destino. Oddio, non si riferiva proprio esattamente all’ipertesto, ma alla narrativa contemporanea, e io all’epoca lo contestavo con convinzione. Ma qualcosa mi tormentava sempre, come un prurito tra le dita che non mi potevo togliere.
Allora un’idea si è fatta avanti, ed è un’idea del fatto che sì, esistono i libri ed esisteranno sempre, che siano in formato digitale o in formato cartaceo: il libro è di fatto una forma in cui si mostra l’opera letteraria, e in quanto forma essa non varia solo per il fatto di essere incisa su codex o scritta a schermo. Si possono attivare comandi di input da parte dell’utente (sottolineatura, riscrittura, annotazione, link…), si possono gestire percorsi multipli da parte dello scrittore, che può scrivere una o molte storie che rientrano sempre nella forma libro. Il libro come forma resisterà perché è una forma espressiva in cui son racchiusi generi narrativi e modalità di fruizione codificati, come lo sono il teatro, il concerto, eccetera. Non è che siccome le avanguardie hanno destrutturato il teatro portandolo nelle cantine e sul web, i Teatri hanno chiuso. Né tanto meno gli scrittori hanno smesso di scrivere per il teatro che prevede spettatore seduto in platea e attore (che magari vomita, scoreggia o fa l’amore) in scena, e un esempio lo sono i gruppi teatrali più vivaci che mi vengono in mente (la compagnia di Emma Dante, ad esempio, i Motus…). E non è nemmeno che siccome a un certo punto si è diffuso il cinema allora tutti hanno smesso di fare teatro, o qualcuno ha pensato che il teatro si dovesse fare per forza al cinema. Ci sono stati una 20ina d’anni di fraintendimenti, di filmetti brevissimi da vedere nei circhi con attori vestiti da Enrico IV che recitavano tra due quinte, e poi il mercato e la creatività di registi e scrittori hanno fatto il cinema che conosciamo oggi, un’arte autonoma, un mercato a sé, con i suoi codici e le sue avanguardie.
Chiusa la parentesi di esempi, il libro esiste ed esisterà, e il romanzo, la novella, il racconto a bivi e tutti i generi letterari che conosciamo continueranno a svolgere un ruolo, magari estinguendosi o trasformandosi nel tempo com’è stato per il poema epico o per il romanzo cavalleresco. Questo anche se saranno fruibili dagli e-reader. Ed è questo, secondo me, il nodo: un e-reader è un oggetto che può avere un grandissimo mercato, un mercato immenso, poiché esistono i lettori di libri, di giornali e di blog, e tutti i lettori desiderano poter fare certe cose con le loro letture, a prescindere dal desiderio che hanno di riscriverle (o di averle scritte loro). E che un oggetto per leggere sia luminoso piuttosto che opaco, diventa normale se la luminosità si associa all’utilità e ai nuovi bisogni che i lettori hanno. Sul filo di questo ragionamento, non servono nuovi e-book per far decollare il mercato degli e-reader, ma serve sicuramente una idea di lettura, una visione complessiva di cosa sa e sa fare e cosa non sa o non sa fare un lettore del 2010. Per questo sarebbe più sensato se un e-reader fosse pensato da un editore piuttosto che da un tecnomane, forse.
Poi gli e-book: come libri digitalizzati, è vero, somigliano un po’ a quello che era il primo cinema, un teatro fotografato a raffica… Gli e-book come libri fruibili su digitale non aggiungono niente o poco alla nostra esperienza di lettori, e quindi solo la tecnologia che ci aiuta a leggerli può giustificarne la forma. Ma scrivere un libro pensando al fatto che sarà fruito in digitale può cambiare sicuramente il nostro modo di scrivere. Qualcuno propenderà di più verso il “collezionare” dati secondo percorsi logici (facendo proliferare i link e le diramazioni narrative), qualcun altro sceglierà la strada dell’aggiornamento continuo e della riscrittura, ma questi non sono libri. Sono ipertesti. E dovremmo smetterla di considerare l’ipertesto come un antagonista del testo. E l’ipertesto, pure non consegnando al lettore il brivido del destino, gli consegna il brivido del dubbio, dell’ignoto, della scoperta. E il lettore di ipertesti non è più un lettore. Per questo secondo me parlare di e-reader e di e-book, per certi aspetti, per chi voglia cimentarsi in una nuova idea di narrativa, da scrittore e da lettore (le due cose andranno sempre insieme, da questo momento in poi), è riduttivo: non c’è un libro da consultare in digitale nella nuova narrativa, ma c’è un’esperienza da consumare al computer navigando e muovendosi tra diversi stimoli mediati da un’unica macchina. E quindi la connettività alla rete, le funzionalità di personalizzazione delle interfacce e dei percorsi, le competenze multimediali dei nuovi autori, sono tutti ingredienti fondamentali per generare un mercato di lettori/navigatori.
Devo dirlo, non ho mai letto finora storie o percorsi che potessero nemmeno lontanamente avvicinarsi a questa visione. Sarà magari una distorsione mia del panorama culturale, sarà che non ho un e-reader con cui fare tutte queste allegre navigate alla ricerca di novità, ma non mi pare che ci siano nemmeno gli editori che abbiano capito che esiste questo percorso economico/culturale, e che questo percorso può essere un nuovo inizio, come lo fu il cinema. Qualcosa hanno fatto quelli di Mcsweeney, agganciando i video alla rivista, ma è veramente poca cosa, secondo me, e sicuramente niente di così entusiasmante per uno che abbia voglia di leggere/navigare, più che di leggere e basta. Anzi se qualcuno li conosce, questi editori, voglio i nomi (e i link)!
3. Ultima cosa che ho capito è che thread troppo lunghi su friend feed diventano pressocché illegibili dopo un po’, da cui mi viene un amarcord sui forum e sui newsgroup un po’ vecchiotti che seguivo una volta, che in fondo in fondo rozzi erano rozzi ma il filo del discorso non lo si perdeva mai, neanche se avevi piacere a saltare di palo in frasca. Forse mi manca qualche pezzo di configurazione su friendfeed, mo vado a vedere se c’è qualche applicazione pensata ad hoc…
nota ludica: non ci saranno gli ebook e gli ereader adeguati, ma almeno le bags sì! provare per credere: via @Etsy via @geeksugar: 10 Amazing Handmade eReader Cases: http://www.geeksugar.com/6995338
web project manager, web designer and user-interaction expert, more or less... profile on linkedin
marco
febbraio 27th, 2010 at 13:41
bel post…e bel blog.
zoe
febbraio 28th, 2010 at 20:37
grazie