…il punto in cui la terra sembra infinita e varia come le generazioni quando si incontrano
Non è un invito alla rivoluzione proletaria, né un tentativo di ripristinare nelle orecchie echi di parole più confortanti di quelle che salgono dal tam tam mediatico sulla vita dissoluta del premier e le sue penose difese. Il titolo di questo post è un monito e una tragedia che si sta consumando a casa Ricciardi/Cicconi: la collezione di Internazionale sta uscendo a pezzi da questa storia.
Tutto è iniziato qualche mese fa, ben prima che la creatura che mi consuma gli zuccheri stesse smaneggiando nel mio stomaco alla ricerca di qualcosa da inghiottire. Tutto è iniziato quando ho cominciato a sviluppare il mio antifeticismo della carta. Amiche che mi conoscono bene sanno che in realtà tutto è iniziato qualche anno fa, da quando ho sconfitto tre stati mentali per poter procedere allegramente nella mia esistenza:
Ad un certo punto però, ho visto le cose crescermi intorno e occupare lo spazio vitale delle persone, quello spazio che prima era occupato da coinquiline, sorelle, amiche, e per fare posto al compagno bisognava stringere lo spazio delle cose, ridurlo fino a perdere di vista le cose, anche un po’ fino a farle sparire. E’ così che è nato il bisogno di liberarsi dei feticci. Perché un po’ mi sentivo come il protagonista di Quarto Potere, con montagne di scatole ad accumularsi nel mio futuro, scatole da cui probabilmente sul letto di morte avrei recuperato una sola palla di neve. E addio alle armi, addio a tutto, sarei rimasta con quella sola palla a pensare a un solo momento, perché troppi momenti, forse, non siamo in grado di riviverli, alla fine, tutti insieme, perché il nostro cuore è limitato e si innamora di un pensiero e lo insegue. E perché un po’ cominciavo a sentire le cose come una minaccia: loro lì a ricordarmi pensieri e idee che pensavo di aver dimenticato, e a ingombrare con il loro bagaglio di emozioni il presente e le mie capacità di immaginare il futuro.
Così ho cominciato a fare pulizia. Prima ho eliminato gli appunti incomprensibili. Le registrazioni delle lezioni. I quaderni di esercizi. Poi ho eliminato vecchi vestiti, anche quelli a cui ero affezionata. Accessori da adolescente. Ritagli di giornale da adolescente o tardo adolescente. Alla furia devastatrice si erano salvati finora solo la collezione di albi di Dylan Dog e gli Internazionale dal 2000 ad oggi. Qualche mese fa ho messo gli occhi sugli Internazionale.
Occupano due ripiani di libreria (quasi due metri), i due più in alto, più difficili da raggiungere; abbiamo rinnovato nuovamente l’abbonamento per cui la serie continuerà a crescere, ho già acquistato tempo fa il cd con tutto l’archivio storico dei primi dieci anni di vita di Internazionale, se esce un altro cd sicuramente lo acquisterò. Perché conservare il cartaceo? Nonostante le molte proteste da più parti, anche interiori, non riesco a trovare una buona motivazione per conservare tutti i vecchi numeri. Si sono creati due fronti opposti dentro casa. Con me sempre dall’altra parte della barricata:
è bello poter sfogliare la copia cartacea e rileggere vecchi articoli VS si può sempre sfogliare il cd, visto che ormai le nostre letture sono al 90% al computer e per il resto di libri
le copertine sono belle, è un peccato buttarle VS se sono sempre impilati nel ripiano più alto, le copertine non le vedi mai, quindi cosa le conservi a fare?
alcuni articoli sono saggi interessanti da leggere a distanza di tempo VS come fai a sapere in quale delle centinaia di riviste stanno questi articoli e a ritrovarli se non dedichi tempo a mettervi ordine e ad archiviare? e se non hai tempo neppure per leggere l’ultimo numero arrivato perché non è arrivato venerdì ma lunedì come puoi pensare che archivierai i vecchi numeri?
Lo so, la mia è necessariamente una sintesi brutale delle discussioni che si accendono qua e là per la casa. Sono andata fin troppo lunga finora. Alla fine, le chiacchiere stanno a zero e poiché arriva Caterina e ha bisogno di spazio, per sé e i suoi ricordi, Internazionale esce e prende la via del macero. Così ho detto, così sia fatto.
L’unica cosa che si salva, che si salverà, perché il feticismo è duro a sconfiggerlo e perché voglio che il futuro che si sta per affacciare possa riconoscere una parte della mia vitalità nella contraddizione, esattamente come il passato che mi ha lasciato, l’unica cosa che si salva, dico, sono le STORIE VERE.
E potrete dire quel che volete, ma di tutte le cose meravigliose e pessime che su quella rivista ho letto, le STORIE VERE sono una perla rara, stimolano il mio senso per il collezionismo, senso che non ho mai avuto, mi fanno sentire vicina ai personaggi di Safran Foer, conservarle mi da il brivido del catalogo seicentesco o l’aura dell’apologeta dei casi umani. Pazientemente, sto ritagliando ogni storia vera dalle vecchie riviste, la conserverò in un quadernone e ne farò un libro degli errori umani da leggere e sfogliare come un albo dei ricordi.
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