villa ricciardi

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A villa ricciardi di solito si rimedia sempre un buon piatto di pasta e un bicchiere di vino.

Il campanello suona di continuo, stuzzicato dai molti viaggiatori che si fermano sull’uscio per lasciare un’impronta e scambiare due chiacchiere con l’ospite. Con gli anni, il tappetino sulla soglia ha imparato a rigenerarsi da solo, cosicché a ogni primavera i suoi filamenti consunti dal fango si ricolorano di fiori, frutti, cicale e gatti che giocano a nascondersi tra un’orma di scarpa e un filo d’erba.

Subito dopo l’ingresso, è il regno dell’ombra, un angolo di buio in cui hanno preso a dimorare stabilmente creature stralunate, sfuggite alle bonifiche puritane delle fiabe del nord. Nelle ampie sale, i muri si colorano spesso del bagliore settembrino, quella luce dorata che le facciate di Roma conoscono intimamente.

Le portefinestre si affacciano su interni di interni, giardini e cortili che si allacciano gli uni agli altri come in un alveare e occasionalmente si possono incontrare lungo i terrazzi uomini mutandati, donnine con lo chignon e piccoli quadrupedi guaenti.

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