…il punto in cui la terra sembra infinita e varia come le generazioni quando si incontrano
“Condividere
…è meglio che dividere…”
disse mariantonietta al boia…
e il boia rispose
“dovevi pensarci prima”.
“ma io non sapevo, non potevo sapere… tutta una vita tra fiocchi e lustrini… al mattino una luce fioca e rosata entrava nella stanza, attraverso la tenda. io aprivo gli occhi. non potevo muovermi. all’inizio, un senso di disagio, allo stomaco un crampo, come di fame, ma per troppo sonno… la cameriera non veniva a svegliarmi. contavo i minuti, le ore… ore… come si può? mi va di uscire, correre, respirare, mi va di amare… ma anche questo, in silenzio: devi amare in silenzio, dissero, nell’ombra dei complotti, sotto i divani che servono al re per far accomodare i suoi nemici. quanti sussurri. troppi per le mie tenere orecchie di donna. capivo la politica perché la facevo io: quanto sei disposto a pagare per questo trono? quanto per un ducato? il dibattito era animato, nella sala del
Consiglio. tra un ballo e lo champagne piroettavo con avversari che erano
amanti, con amanti che erano avversari. e mi chiedevo: “qual è il prezzo
giusto?”. poi la cameriera venne a svegliarmi, e scoprii il prezzo… ma io
volevo solo correre, respirare, amare…”
“volevo scoprire la bellezza. ognuno portava un quadro, un fiore, ognuno veniva con una chiave per aprire la porta che da sul mondo dei sogni… ma non ero mai paga, mai alcuna opera poteva riempirmi la vista di bellezza abbastanza. travestivamo la vita dei nostri desideri. eppure, al tramonto, quando cacciavo la bianca cipria dal viso… non c’era luce nei merletti, nessuna nelle parrucche, e le candele scurivano col loro fumo il soffitto dorato… non c’era luce che uscisse dal mio viso. io, la più potente regina che si affacciasse ai balconi d’europa. piccola e minuta, un’ombra qualunque. malattia del pensiero. la mia grandezza superava la natura umana, il potere mi apparteneva come un anello, che trova il suo senso solo al dito della dama. eppure il tempo e lo spazio, quanto erano più grandi! me ne accorsi il giorno che morì il mio cane. gustave, colpito da un cacciatore di
frode. piansi amare lacrime, sospiri di disperazione. qualcuno mormorò. ma
non piangevo per gustave. nel colmo della mia crudeltà, piangevo per il mondo. forse presentii la fine. lontano, lontanissimo mi apparve quel mondo dei sogni in cui sempre cercavo rifugio. era piccolo, stretto, fatto solo per me, troppo stretto per accogliervi tutti. quel mondo sarebbe morto. quel mondo stava già morendo…”
“fu allora che iniziò: ebbi paura. una paura totale. mi tremavano le gambe al pensiero del sole, brividi scorrevano al sentire parlare del mare. e la gente. troppa gente. migliaia di persone, milioni, miliardi… non sono così tanti, mi dicevo, e tremavo… cominciai ad uccidere. speravo di eliminare il male, distruggere e cancellare da questa terra ogni segno del mondo. volevo che quel piccolo regno di sogno ne prendesse il posto. ma il sogno stava morendo.
“nella penombra e nella polvere, stamani ho visto la cella. volevo correre, respirare, ma un dolore incessante al fianco continuava a togliermi il fiato. mi hanno posseduta in molti l’altra notte, ho conosciuto la violenza.
e non sapevo, non potevo sapere cos’era. ogni evento, lassù, dalla torre cui mi avete strappato, è solo un segno di se stesso. una parola, un’immagine disegnata dal miglior artista. i segni mi hanno ingannata. ma i segni inganneranno ancora. voi, con le vostre lame, e le pubbliche esecuzioni, con le vostre feste, le ho viste attraverso le sbarre. questo è il momento della festa. ma verrà anche per voi quello della paura, verrà il momento in cui i segni cresceranno come rose a coprire la verità della terra e la paura di quello che siete infetterà i semplici sogni, quelli che ora condividete con me: respirare, amare, vivere…”
il boia alzò le spalle. strinse nel pugno la corda, tesa, immobile. non un ronzio di mosca, non un alito di vento. l’immensa piazza vibrò all’unisono. un grido di gioia si diffuse per l’aria, tremarono i vetri delle case
circostanti, un’eco lontana rispose al richiamo della folla. altrove si alzava una barricata, iniziava una nuova notte di insonnia. il boia raccolse la testa prima che rotolasse giù dal palco. Sorrise e guardò il carro che si allontanava col corpo diviso.
Caterina si alza la gonna e canta oilì oilà, poi sbatte contro un palo e muore. La nonna tace invece, seduta sulla panca, guardando la scena, poi si alza, sbatte contro lo stesso palo e muore. Il cane abbaia in continuazione, auuu, auuuu, il cacciatore passa gli spara e va a buttarsi contro il palo.
Giulio sentiva la favola delirante del fratellino più piccolo e non poteva fare a meno di ridere. La maestra lo rimproverava, che ridi, non fa ridere, sono storie bruttissime, bambini, non dovete raccontare storie così tristi, la morte non è uno scherzo. Cos’è la morte, signora maestra? La morte è una donna invisibile dentro un mantello nero, con la falce e la clessidra, che quando viene vi si porta via, e non potete più mangiar gelati.
Non è vero, la morte non è una donna invisibile. La voce di Mattia squillava sopra le altre. La morte è un pomeriggio senza fine, che papà piange e non capisci bene perché e la nonna va e viene dalla tua stanza e continua a dire povero, poverino. La maestra faceva fatica a trattenere i bambini presi dalla furia del gioco che facevano i versacci l’un l’altro e si fingevano a turno la morte. La morte è così, un pomeriggio lunghissimo. La maestra prese in braccio Mattia, e se lo coccolò e disse parole che non si possono ripetere, perché non significano nulla. E solo le lacrime di papà significavano qualcosa. Poi, un giorno, dopo tanto tempo, Mattia è grande, attraversa la strada: la nonna non c’è più, il papà non c’è più, la maestra non c’è più, persino Giulio non c’è più. Solo Mattia è rimasto ora: ha un cappello scuro in testa, in una mano l’orologio da taschino, nell’altra un coltellino col manico in osso. Negli occhi ha un sorriso cattivo, un pallore diffuso. Il medico gli ha diagnosticato tre giorni di vita. Ormai il cancro lo ha divorato da dentro, si attende solo un collasso. Un pomeriggio lunghissimo, interminabile.
Ad un tratto Caterina si alza la gonna e canta oilì oilà. Cosa farai da grande Mattia? Voglio fare l’orologiaio. E perché? Mi piacciono le lancette degli orologi antichi, lunghe e sottili, con i disegnini sopra. C’è una bambina in fondo alla classe che resta sempre sola, perché non giochi un po’ con lei, magari è timida e non sa bene come fare amicizia. Non mi va di giocare con le bambine. Un giorno ti piacerà. No, non mi piacerà mai. Nicoletta invece era simpatica, sapeva andare in bicicletta meglio dei maschi, e non aveva quelle stupide bambole con i capelli biondi e i sorrisi finti. Anche il sindaco aveva un sorriso finto quando andò a fare l’ispezione al liceo ginnasio di Mattia: Bene, bene, ottimo, tutto splendido, quanto fa 7 per 8? Bravi, bravi, chi era Omero? Ma questi sono i ragazzi più piccoli. Di là ci sono i grandi: signor sindaco, li vuole interrogare? Magari un’altra volta, eh? Mattia, sputa la gomma. Faceva dei disegni splendidi; un giorno fece anche una mostra nell’atrio dell’università. Laureato in legge. Che c’entra la legge con l’arte? Come che c’entra. Mattia è per il tuo bene, devi sceglierti il tuo futuro, adesso. Ma non si può rimandare? Come se il futuro, una volta stabilito, non potesse prendere altro corso. Mattia, mi hai sentito, sputa la gomma. Quante storie perché si era fatto i capelli blu: oggi tutti si tingono. Non mi interessa se tutti si riempiono di buchi e disegni sulla pelle, ma mi ascolti quando parlo? Un pomeriggio senza fine. Papà era in agonia da quindici giorni, la zia era venuta a dare una mano. Mattia non la vedeva di buon occhio, sempre tra i piedi, sempre con quell’aria addolorata. Era mio padre! Ma era anche mio fratello! Quante urla perché lui voleva stringerselo al petto e basta, non sentire più le lacrime degli altri: solo le sue erano calde, salate. Ma intanto i singhiozzi sommessi dei parenti non si potevano cancellare. Mattia, sputa la gomma. La stanza del medico era bianca e pesante da guardare, greve è il termine adatto. Dottore ho appena disputato una causa importante, e non aspetto altro che andare a festeggiare con i mie colleghi. Lei capirà, poi c’è Barbara. Barbara è ogni giorno più bella, ha i riccioli biondi che le coprono le spalle, e a letto, quando sta nuda, dormendo, le sfiorano la lunga linea sottile della schiena, una pelle bianca e delicata, che si vorrebbe metterla sotto vetro. Nella voce però ha una nota d’amarezza, come se aspettasse sempre una fine. Mattia, sputa la gomma.
Insomma, dottore, che cosa mi deve dire. Mattia attraversava la strada, e intanto pensava a cosa avrebbe dovuto fare: testamento, Barbara, papà, Caterina si alza la gonna, testamento certo. Ferma i pensieri, mettili in ordine. Ricominciamo da capo: oggi sono stato in tribunale, poi dal sarto, poi dal dottore. Ho comprato un pacchetto di sigarette. Ho bevuto un bicchiere di vino. Ho detto a Barbara che l’amo. Ho guardato il mio orologio e il mio coltellino, quello col manico d’osso, che porto sempre in tasca. Ho attraversato la strada. Sono morto. Un pomeriggio lunghissimo.
I.
Vieni, ti racconto una storia.
Che storia?
Non essere impaziente, siedi.
No, dai, davvero, che storia?
Quella di Orfeo ed Euridice.
Ma la conosco già.
Ah davvero? e che dice?
Orfeo è un poeta, Euridice una bella ninfa, lei muore, lui la raggiunge negli inferi per liberarla dal cattivo re della morte. Il re gliela restituisce, ma Orfeo si volta troppo presto, prima di essere in salvo. Euridice scompare del tutto. Poi mi pare che anche lui…
Anche lui cosa?
Anche lui muore.
Come?
Le donne. Sono state le donne.
Ateniesi?
Mah, forse della Tessaglia. Lo sbranarono mentre cantava canzoni tristi per la sua bella.
Come Amedeo Minghi.
Non mi pare che nessuno l’abbia sbranato.
Non ancora.
II.
Comunque non è proprio così.
Non è proprio così cosa?
La storia.
Orfeo ed Euridice?
Sì.
Ma basta. Sempre la stessa storia… Dai, ti prego, cambia genere.
E che vorresti sentire?
Non so, magari la storia di un supereroe. Che ne dici di Nikita? Quella è una storia che mi piace ascoltare.
Ma Nikita non è un supereroe.
Non fa niente, non sottilizzare.
Senti, a me non va di raccontarti la storia di Nikita.
Uff!
Io voglio raccontarti la storia di Orfeo ed Euridice.
Ma devo ascoltare per forza qualcosa che non mi va di sentire?
E io devo raccontare per forza qualcosa che non mi va di raccontare?
Vedi tu. Il pubblico ti ascolta, si aspetta grandi cose.
Ma per piacere. Lo sai che quella è l’unica storia cui tengo davvero.
Ma perché ti ostini?
Non lo so. Forse io sono Orfeo.
Oppure sei Euridice.
Già.
Oppure Pollicino.
Non mi sfottere.
Sei tu che hai iniziato co’ ’sta storia del mito.
E va bene. Racconta.
III.
“Era l’ardua miniera delle anime.
Correvano nel buio come vene
d’argento, silenziose. Tra radici
sgorgava il sangue che poi sale ai vivi
nella tenebra duro come porfido.
Poi null’altro era rosso.”
Cosa?
Come cosa?
Cosa era rosso?
L’ho appena detto. Il sangue. Il sangue è rosso, come il cielo azzurro e il prato verde. Ma tu se senti rosso, parlando di inferi, a che pensi?
Alle fiamme?
Beh, sì, anche, in effetti…
Lo vedi che non sei capace?
La verità è che non ti devi distrarre. Se non mi ascolti, per forza confondi fuoco e sangue. Dove eravamo rimasti? Orfeo è giù, sotto la terra, alle soglie del buio più profondo. Ha commosso con il suo canto Ade. E Mercurio che fa da guida protegge il suo pupillo dai propositi del Dio di tenerselo per sè stesso, ad allietare la sua triste tempesta di anime.
QUesto non c’entra.
Cosa?
Questa cosa di Ade… Non è necessaria.
CHe vuoi dire?
Che me lo dici a fare? Ade si vuole tenere ORfeo, va bene, ma è un’altra storia. Non c’entra con Euridice, va’ avanti.
Si chiama parentesi narrativa, ti dice niente?
Secondo me ’sto nome gliel’hai dato tu.
Ma no.
Ma sì. Ma insomma, vuoi andare avanti?
IV.
“V’erano rocce
e boschi informi. Ponti sopra il vuoto
e quell’immenso, grigio, cieco stagno
che premeva sul fondo come un cielo
di pioggia sui paesaggi della terra.
Fra i prati tenue e piena di promesse
correva come un lungo segno bianco
l’incerta traccia della sola strada.”
Basta con le descrizioni. TI prego, basta.
Ma lasciami fare. Non sei capace di apprezzare la bellezza di un paesaggio.
No, è che finora hai detto solo quello. Vorrei un po’ d’azione.
“E quell’unica strada era la loro.”
Ora si comincia a ragionare.
Orfeo cammina avanti, mantello al vento, chioma scossa dai fremiti dell’ansia. DIetro di lui, Hermes, il dio Mercurio per i latini, sorveglia i suoi passi come la sua ombra, plana leggero sulla sabbia grigia dell’Inferno, cerca di allietare il viaggio con i suoi continui richiami a Euridice, facendole forza, tenendola stretta tra le braccia, a tratti, perché non cada.
Forse Orfeo era geloso.
Cosa?
Già, magari si volta perché teme che Mercurio gli freghi la ragazza.
MA che dici? e poi, non anticipare. Adagio.
V.
Orfeo non si volta. Non ora, almeno. Sulla strada il suo canto è diventato sospiro, un sottile richiamo per i fuochi fatui, perché illuminino il cammino della sua amata, e diradino la luce ingannatrice, perché nell’ombra ogni candela sembra un faro a indicare il giorno e la vita. Le curve si susseguono, la distanza dal fondo aumenta e il richiamo dell’Inferno giunge sempre più attutito, tanto che Orfeo, ormai, non sente più neppure i passi della sua anima. Rallenta e poi riprende, tendendo l’orecchio indietro, cieco per il desiderio di non vedere più la strada innanzi, ma solo lei. E si stordisce ripetendo: “Essi verranno”.
Ma non vengono, vero?
Vengono, invece, “due dal lentissimo passo”. “Il dio dei viaggi e del lontano annunzio”…
Mercurio?
Sì, avvolto da un fruscio di ali. E lei…
Euridice?
Sì, “lei così amata…”
Com’è Euridice?
E’ un’anima.
Sì, ma com’era? In vita, dico, Orfeo ne avrà cantato la bellezza.
Che importa com’era? Bionda o bruna, con gli occhi cinerei o profondi, la pelle candida o ramata? Euridice era bella, sì, ma di una bellezza che appartiene solo agli dei nella loro eternità. E alle donne tanto amate.
Sei enfatico.
E tu sei petulante.
Io voglio solo immaginare Euridice. Dammi una mano!
Come? Forse così: è un volto di cui non puoi fare a meno, perché la sua bellezza non è un dato oggettivo, ma l’essenza stessa del tuo stare al mondo.
…
Non ho capito. Sono solo parole, che vuol dire?
Uff, cos’è che non può mancare assolutamente nella tua vita?
Il caffé.
Va bene, allora Euridice è il caffé. Ma tu guarda…
VI.
Riprendiamo. Dov’eravamo rimasti?
Seguono Mercurio ed Euridice.
Sì, lei così amata…
Ancora? Ho capito.
“LEI così amata!… che più pianto trasse
da una lira che mai da donne in lutto”. Ma ora… Ora è solo un’anima.
E’ morta.
E’ libera. Inconsapevole dei dubbi e degli affetti, non si cura dell’uomo che è davanti, segue mite e incerta senza vedere la strada. E’ entrata a una nuova vita, lasciando la pelle vecchia, dissolvendo:
“sciolta come un’alta chioma,
diffusa come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.”
E’ triste.
Sì.
VII.
Improvvisamente l’Inferno è deserto.
Deserto?
Sì. La strada sparisce sotto i loro piedi e non c’è più una via ma tante piccole radici nella terra che si espandono in tutte le direzioni; la volta e la base si avvicinano fino a toccarsi in lontananza, correndo improvvisamente verso un acuto punto di luce. Il silenzio poco a poco è penetrato da un rumore cadenzato di ruscello e il fruscio leggero delle ali del dio sparisce inghiottito da un suono più deciso di interi stormi. E’ come una piena, un’inondazione che sta per invadere il cuore di Orfeo, il ritorno alla vita.
Ma lui si volta…
E’ già cieco
(si ringrazia Rainer Maria Rilke per il suo OrfeoEuridiceHermes)
30 Dicembre 1895
Era una calda mattina d’inverno. Calda per quel che il tempo a Parigi consentiva. Il sole era alto, luminoso, un disco giallo così nitido da sembrare una grossa frittata a Marguerite, la quale aveva una fame da lupi e non lo nascondeva. Gli zii avevano preso lei e Jacques, il suo fratellino rompiscatole, e li avevano portati in gita in campagna: “Bisogna festeggiare anche con voi, mi pare giusto”, aveva detto lo zio Auguste, addolcendo le parole con un sorrisetto buffo, da vecchia volpe. Così, eccoli lì, tutti e sei: lei, il fratellino, i due zii, il nonno e la governante Rosette, una signorona tutta ciccia e pasterelle, che portava sempre una borsa piena di biscotti da regalare ai bambini. Solo che Rosette aveva perso la meravigliosa borsa durante il viaggio in carrozza, per uno scossone che aveva fatto rovesciare alcuni bagagli posti sopra il tettuccio, provocando anche l’irrimediabile dispersione di un ottimo vino di Borgogna lungo il sentiero. Eccoli lì, in mezzo alla radura, che si apre ai limiti della foresta, offrendo da un lato l’ombra di pochi alberi sparsi, isolati, prima di addentrarsi nel bosco, dall’altro un breve tratto di terreno, morbido e ondeggiante di lucida erba, digradante su un piccolo strapiombo, oltre cui si dispiegava la splendida vista di Parigi. Lo zio Louis si era molto preoccupato per lo scossone ricevuto in carrozza, e nonostante avesse già controllato i pacchetti posti sul tettuccio, li stava esaminando di nuovo, stava smontando l’imballaggio che vi aveva posto e tirava fuori strani aggeggi, che poco interessavano Marguerite. L’arietta frizzante e leggera le dava una specie di eccitazione da cui non si sapeva contenere. “Ci sono i biscotti ? Eh, zio, ci sono ?”, ma lo zio Louis non le badava, e chiamava la signorina Rosette per portare via la bambina mentre era occupato a controllare i suoi strumenti. Intanto Auguste e Jacques giocavano a nascondersi dietro gli alberi, e il nonno li vedeva e rideva, stringendosi al petto la sciarpa di lana rossa, e mentre il bambino compiva le sue corse sfrenate e i mirabolanti capitomboli che solo l’energia dell’infanzia può concepire, allo zio Auguste veniva un fiatone da cane assetato, tirava fuori la lingua penzoloni, e cadeva con una morbida piroetta sul prato. Al che, senza esitare, Jacques correva gridando “Evviva!”, e con un’ultima capriola si gettava sullo zio sconfitto. Rosette, dopo avere richiamata Marguerite, guardava divertita la rincorsa, gridava qualche raccomandazione sul non bagnarsi, o cose del genere, poi come è per ogni grosso pachiderma che si rispetti, stendeva dignitosamente la coperta sotto un albero, e si adagiava con un libro sulle ginocchia. Anche la bimba allora si gettò nei giochi, ma con poco entusiasmo, impacciata da guanti, sciarpa, cappotto, cappello, e tutti quei vestiti che le mamme ti mettono per chiudere la porta di ingresso al freddo, “per chiuderlo fuori del tuo corpicino”. Una brezza leggera si stava alzando, o forse era il vento della corsa che tagliava il volto di Marguerite, e qualche gocciolina tiepida di sudore cominciava a danzare sulla fronte sotto il cappello. Allora anche Marguerite si dichiarò sconfitta gettandosi a terra, e Jacques rinunciò a seguirla oltre, balzando dietro lo zio che intanto aveva ripreso le forze. Lì, nel folto dell’erba, la bambina sentiva un profumo dolce e penetrante, e un fresco confortevole di rugiada sui vestiti. Poco a poco cominciò a farsi strada tra le voci squillanti e le risate, il silenzio del bosco. Vicino alle orecchie scoperte frusciavano foglie secche scosse da un alito leggero, mentre sotto le mani, ora nude, si piegavano docili e sinuosi fili, che Marguerite non vedeva, ma che poteva ben immaginare di un verde chiaro e sbiadito. Stando così, come il Gesù in croce che la mamma aveva in stanza da letto, braccia aperte e la testa abbandonata all’indietro, poteva vedere solo un angolo di cielo sopra i suoi occhi. Lentamente si avvicinavano con gran maestosità delle nuvole bianche candide, che appena passavano dinanzi al sole, oscuravano per poco quel bagliore diffuso e mostravano zone oscure, più gonfie, ridondanti e morbide. Di tanto in tanto qualche uccellino le attraversava la vista e allora cercava di seguire tutti i movimenti del suo volo, per capire come fosse possibile che quell’animale molto simile alle galline che la nonna aveva nell’ovile dietro casa, potesse restare sospeso in aria. Ma quando gli uccellini non la disturbavano, allora veniva il bello dello stare naso all’aria. Guardando le amiche nuvole, infatti, riusciva a scovarne alcune che assumevano le forme più impensabili. Eccone una che assomiglia a un castello da fiaba, con tutte le guglie sopra le torri e gli stendardi fluttuanti al vento. Ed ecco, lì dietro, che emerge piano piano un drago, e la nuvoletta che gli sta dietro, sembra una fiamma sputata fuori con forza. Poi una lumaca gigante, un pappagallo che vola, e… e una rondine le attraversò il pezzetto di cielo. Mentre l’ombra nera dell’uccello copriva per poco gli occhi della bambina, chissà perché, il suo stomaco produsse un rumore da orso in letargo. Marguerite portò una mano sulla pancia e le ordinò di tacere, ché tra poco più di un’ora avrebbero pranzato, ma mentre cercava di tornare alla sua occupazione, di visitare in volo qualche altra nuvoletta passeggera, le comparve davanti una grossa cascata di panna, che riversandosi sul sole, mostrò i suoi strati interiori, ricoperti di cioccolata. E mentre la divina immagine rifluiva verso altri spazi remoti, la sostituiva una fragola immensa, ma bianca di vaniglia, al cui seguito danzavano in corteo tante piccole nocciole caramellate, agitando i loro veli di zucchero, tutte sinuose e dorate alla luce del sole loro complice. Quando sopraggiunsero dei bignè spruzzati di panna, Marguerite non resistette, e allungò una mano. Ma dovette nuovamente sentire quell’odioso rumore dello stomaco, che non sapeva aspettare, e costatò che le nuvolette si erano fatte complici di quell’antipatico per farle aumentare la fame. Si alzò decisa, tutt’a un tratto, sbilanciandosi e perdendo l’equilibrio per la foga di quel gesto. Ricadde su un ginocchio, proprio davanti a Jacques che veniva a chiamarla per cominciare il pranzo. “Non c’è bisogno che t’inginocchi davanti a me, mi basta che mi chiami monsieur !”, disse sbellicandosi dalle risate la peste. Al che iniziò una nuova e più vigorosa rincorsa tra i due, che si concluse alla tovaglia del pranzo davanti a Rosette che apparecchiava, con i due bimbi che guardavano eccitati i cesti delle vivande.
Due guance rosse colorirono la giornata di Marguerite, che dopo pranzo si dedicò ad ogni tipo di giochi col fratello e con gli zii. Guardandola così in salute e allegra, lo zio Louis chiamò Auguste e i due si misero a montare gli strani macchinari che avevano tirato giù dalla carrozza. La bambina, che fino allora non si era mai fermata, li osservò un po’ stupita, poi riprese a correre verso il boschetto. E cadde. Fu un bel salto di un metro, che fece inciampando su una radice rialzata dal terreno ; Jacques se la rideva a crepapelle, e intanto lo andava a raccontare al nonno. Marguerite si girò su se stessa e scoprì di nuovo il cielo. Stavolta le nuvolette erano normali, tutte bianche, anche un po’ rosa per il colore gemmato che aveva preso l’aria in quell’ora pomeridiana. Gli uccellini più fitti stavolta si dirigevano verso l’interno del bosco, chiamando con fischi prolungati e cantilenanti i loro compagni. Si stavano radunando per la sera imminente. Ancora Marguerite cercava di studiare i loro movimenti. “Se loro possono volare, niente impedisce che un giorno lo possa fare anch’io.” Così pensava, e intanto afferrava con le mani l’erba e la strappava docilmente, per non farle male, quasi, per sentire con la pelle lo strappo dei fili. E mentre ancora guardava in cielo, vedeva le nubi diradarsi. “Domani sarà un bel giorno, l’ultimo dell’anno con tanto sole”. E le sottili figure nere degli uccellini diventavano sempre più fitte, sostituivano le nubi nel coprire il cielo. Ad un tratto sentì il richiamo degli zii, e le urla di eccitazione di Jacques che risuonavano squillanti nel fresco della sera. Si alzò e li raggiunse. “Così, Marguerite, vieni correndo, che ti si possa vedere meglio, più vicino, non troppo, altrimenti oscuri l’obiettivo”, era la voce di zio Louis, che da dietro una specie di enorme dagherrotipo su un treppiedi, le dava indicazioni, e zio Auguste intanto iniziava una danza scalmanata con Jacques, mentre il nonno si avviava in un valzer solenne con la grossa Rosette. Marguerite restò un attimo immobile senza capire bene. Ma come ? Quando le dovevano scattare una fotografia, la sgridavano sempre perché stesse ferma, ed ora le dicevano addirittura di correre e danzare ? Cominciò a ridere, pensando alle facce che sarebbero venute in quel guazzabuglio farsesco, e si prestò anche lei al gioco, poi uscì di campo e si avvicinò con fare circospetto allo zio Louis. “Zio, zio, ma cosa vedi mentre giri quella manovella ?” Lo zio la sollevò sopra una cesta rovesciata e continuando a girare la manovella, le avvicinò la testa ad un buco nero con la luce in mezzo, da cui Marguerite cominciò a distinguere la sagoma del fratello e quella del nonno, e tutti proprio com’erano, che prendevano il sole o giocavano, e Rosette che offriva qualcosa da bere al nonno. E mentre tutto questo avveniva davanti a lei, chissà come il buco nero si mosse. Marguerite aveva infilato un piede nella cesta, sfondandola, e aggrappatasi alla macchina aveva girato l’obiettivo verso l’alto, e prima che lo zio potesse intervenire, riportando Marguerite a terra, la bimba poté vedere un lembo di cielo, e tutti gli uccellini che volavano verso il bosco, le nuvolette che sparivano fuori del quadro, una grossa macchia nera che avanzava al ritmo di un valzer viennese, leggera e dai riflessi rosei, paffuta e sorridente, con due alucce da passerotto e una pancia da dirigibile. “Un maialino, un maialino volante !”, gridò la bambina. E zio Louis raddrizzò il cinematografo.
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