La ragazza del lago

29 ott 2007 In: film

Dopo un intenso recupero cinetelevisivo, posso eleggere il miglior film del week end: come da titolo, La ragazza del lago.

Partiamo dal fatto che ho letto un paio di sciocchezze in rete, qualcuno che parla di cinema della realtà, qualcun altro che paragona la prima parte del film allo stil novo di Sorrentino. Sgombero il campo dalle sciocchezze e parto dalle poche informazioni che mi interessano: Andrea Molaioli, il regista, è alla sua opera prima, e questo è già degno di nota. Molaioli non è un ventenne appassionato di cinema, ma un serio professionista che ha lavorato per anni appunto con Sorrentino, Moretti, Garrone, ovvero quella che potremmo considerare la nuova scuola del cinema italiano. Il film è tratto da un giallo scandinavo, pare di gran successo, io sono ignorante e non l’avevo mai sentito nominare. Il cast è la creme de la creme: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Valeria Golino, Marco Baliani, Fabrizio Gifuni, solo per citare i più famosi. La trama, riambientata in Italia, Friuli Venezia Giulia, mette in scena quanto di più attuale e chiacchierato ci sia nella mente dell’italiano medio: il male imprevedibile e rivestito di normalità che si nasconde nel cuore della provincia.
Faccio due conti sulle dita, come i ragazzini: regista di mestiere, attori di grido, tratto da un best seller o libro di successo, una storia di cronaca tale che Porta a porta ci camperebbe per un anno… Avrà incassato milioni di euro! Fossimo negli Usa, o in India, ci troveremmo di fronte a un blockbuster. Invece siamo in Italia, e La ragazza del lago viene considerato un piccolo film, di cui qualcuno dice che “addirittura sono state stampate 120 copie”… Non ho parole. Addirittura? Fosse per me, ne dovevano stampare almeno 300 di copie. Il film ha molti pregi, oltre quelli che si possono percepire superficialmente, e li andrò a elencare in maniera brutale, perchè ho un casino di lavoro:

. I dialoghi: sono incisivi, puliti, chiarissimi – un grazie a Molaioli e a Sandro Petraglia
. Gli attori: diretti benissimo, direi, forse l’unico un po’ tentennante è Gifuni, che comunque si cimenta con maestria con la grande sobrietà di Servillo. Servillo, che lo diciamo a fare, lo vorremmo vedere più spesso e ovunque. Crea un personaggio di commissario che scavalla Coliandro, Montalbano, e quanti ne volete. Un commissario che si chiede incessantemente “perchè” di ogni cosa, che non si ferma davanti al difficile compito di scoperchiare la pentola delle miserie umane, salvo, in finale, concedere tregua all’unica persona che abbia scompaginato il suo mondo (e chi ha visto il film sa di chi parlo).
. La regia: pulita, essenziale, capace di lasciare spazio all’immaginazione e di raccontare con pochi fotogrammi il senso di disagio dei personaggi. Non assomiglia alle regie di Sorrentino. E’ invece la prima regia di Molaioli. Ci tengo a precisarlo.
. La colonna sonora, scelta per differenza, per alienazione rispetto a un paesaggio a tratti freddo, familiare, austero, conciliante. La musica che accompagna non si sente proprio per questo, si integra come l’altra metà del panino.
. infine il companatico: un’indagine che viene risolta non per analisi chimiche nè per astuzia suprema degli indagatori, ma perchè lo spirito umano è debole, perchè a volte un peso grosso può servire a scacciare un peso enorme. E insostenibile.

Non si tratta di un film realista italiano, si tratta di un bel film italiano, di quel cinema i cui maggiori pregi, riconosciuti anche all’estero, sono precisione, profondità, bravura.

Una nota infine: qualcuno ha scritto che per scelta del regista è assente la macchina mediale: niente girandola di giornalisti e televisione che affollano i luoghi del delitto come oggi accade ogni volta che viene commesso un crimine, tanto più se efferato e incomprensibile. Beh, tante grazie. E’ un film! Per fortuna…

due parole sul resto:
Ho visto anche:
Giorni e nuvole, di Soldini: improbabile
Exotica (su sky mania), di Atom Egoyan: notevole anche se arzigogolato!

Across the universe

26 ott 2007 In: film

Presentato in anteprima alla Festa internazionale del cinema di Roma, Across the Universe dovrebbe essere il “Musical” dell’ormai avviata stagione invernale. Le più famose canzoni dei Beatles intersecano una storia d’amore, la stagione delle contestazioni made in usa, la guerra del Vietnam, i figli dei fiori, e tutto ciò che è ormai codificato come anni ’60 e ’70. Dico “dovrebbe” per vari motivi, e tutti personali. Il primo è sicuramente che il genere del musical mi sembra ormai un genere sfilacciato: ci sono opere che sono eminentemente musical, vedi Chicago, ad esempio, e soffrono di questo (io lo trovai molto noioso, ma a quanto pare non solo io); e opere che non c’entrano niente col musical, ad esempio Io non sono qui, che mi si è sedimentato in quella parte del cervello in cui si raccolgono i miei film preferiti, un posto che sta esattamente in mezzo tra i musical, i film di fantascienza, alcuni autori sacri e i sogni. Quindi può essere che mi sbagli in modo madornale, ma io quel film l’ho recepito come un grandioso musical postmoderno, più che una biografia liberissima di Bob Dylan.
E detto ciò, Across the Universe a me non è parso un musical: manca completamente di una visione di insieme, le note e le canzoni non servono il procedere della storia ma è il procedere della storia che serve alla messa in scena delle canzoni. La prima metà addirittura è talmente sfilacciata che sembra di assistere a una serie di videoclip incollati l’uno all’altro. Nella seconda metà del film ho passato almeno 45 minuti a chiedermi quand’è che avrebbero attaccato Hey Jude
I Beatles hanno regalato molto alla musica mondiale, il difetto principale è che il loro tessuto narrativo sovrasta e appiattisce il tessuto narrativo del film.
Il secondo motivo per cui dico “dovrebbe”, è legato all’immaginario che rappresenta. “Rappresenta” la dice lunga sul film.
Il film infatti mette in scena, come in un lungo carosello, una serie di “fattarelli” in cui noi, volgo cresciuto a pane e hollywood, riconosciamo gli anni ’70 e il fermento che attraversò quel periodo. Strizza l’occhio ad altri film (l’inizio è paro paro Moulin Rouge: giovane e dannato solitario canta della ragazza meravigliosa che ha incontrato un giorno, con musica melanconica a indicare che la storia d’amore è bella che andata). Fa un uso molto glamour degli effetti speciali (più che di effetti speciali bisognerebbe parlare di amarcord degli effetti speciali, un amarcord di Melies, un amarcord dei videotape anni ’80, ecc….). Alla fine si ha la sensazione che tutto sommato le storie rappresentate non siano così interessanti per la regista (Julie Taymor) e i suoi interpreti.

A questo punto, dopo averlo demolito, non mi resta che raccogliere le scene più belle:
il duetto tra Martin Luther e Dana Fuchs (lei è bellissima e ha una voce da paura)
l’ingresso di Bono Vox/Dr. Robert (dove Bono è irriconoscibile, e la cosa dà una certa soddisfazione)
il concerto finale sul terrazzo (All you need is love è attuale come non mai, potrebbere essere stata scritta adesso)
Infine il protagonista, Jim Sturgess, è così fisicamente inglese che rende un po’ più credibile tutto il resto.

In sala, alla festa del cinema, c’era sicuramente qualche personaggio famoso. Io non li ho riconosciuti, come al mio solito. Però ho visto Marco Mazzocca. E direi che come curiosity mi basta!

I film citati:
Across the Universe
Chicago
Io non sono qui
Moulin Rouge

copertina del vinile dei beatles

my lady story

15 ott 2007 In: musica

abbiamo passato un pomeriggio a cercare la colonna sonora giusta per un regalo a un amico che si sposa.
“Che ne dici di Bjork, All is full of love?”
“E’ brutta”
“Non è vero”
“Non è neppure una canzone”
“Ma quando mai!”
“E Ben Harper? pensavo una dall’ultimo album…”
(3 minuti di ascolto)
“Mmmm, No, ma non me lo ricordavo così country.”
“A me piace Nick Cave, dai, quella che canta con Kylie Minougue…”
“No, ti prego, where the wild roses qualche cosa…”
“E’ bellissima”
“Sì ma è triste”
“Ma di che parla?”
“Ma che ne so, di una che muore sicuro… sta nell’album murdered ballads”
“Allora Antony and the Johnson, gli piace sicuro…”
“Ma quale? Hope there’s someone?”
“Noooo! My Lady story!”
“Bellissima! è perfetta! Ma di che parla? mi pare di aver sentito bride/fire qualche cosa…”
“Bo? vediamo il testo on line”

Ok, non andava bene, abbiamo optato per una cosa più neutrale. Sono cazzi a non sapere l’inglese. Ma pure a voler per forza scegliere un pezzo che ci piaccia e che non sia straziantemente triste…

Il testo qui: link

Gli angoli della strada

10 ott 2007 In: racconti

Gli angoli della strada si arricciano al sole, mentre la nebbiolina del vapore estivo satura l’aria e si porta via i miei pensieri più lucidi. Aspetto qui, all’ombra, che lui passi, per sentirmi avvampare dalla voglia di averlo, e pensare che sia la mia giovinezza senza tempo che lo brama dentro, e non il calore di una vecchiaia che sta sbocciando. Read the rest of this entry »

about me

web project manager, web designer and user-interaction expert, more or less...

profile on linkedin




Categorie

Un sito al mese

Twitter Updates

    Find Me On

    Read me on

    More about Lo schermo desiderante

    My Anobii library

    My Etsy Favorites