Vorrei andare lì

10 ott 2007 In: racconti

“Vorrei andare li’ dove mi diceva Ada, dove non c’è nulla eppure non manca niente. Ada c’era stata, una volta sola, e non se ne poteva più scordare. Quella storia me la raccontava ogni volta che sorseggiavamo il tè sulla sua terrazza assolata, che sembrava un attico colmo di ulivi e rose col miglior panorama di Roma, solo per il fatto che eravamo lì a goderci una bustina in due, mentre il traffico della Tuscolana inghiottiva i nostri pensieri. Io pensavo che la storia di Ada in fondo era un sogno, solo un bellissimo desiderio che una notte si era trasformato in un viaggio, tangibile, di profumi e ricordi che non ap-partengono a nessuno e per questo sono a buon mercato. Ada mi disse che era stata proprio in un posto come quello che io adesso vorrei. Non c’era più niente, solo il deserto, un sole caldissimo e immenso, ma a due passi la fonte, il villaggio, una vita di piccoli artigiani e piccoli pastori con cui non era necessario mischiarsi. Io mi immaginavo i vestiti, Ada mi raccontava del miglio e del mais che ogni giorno pestava e metteva da parte. E ogni giorno scambiava grano con uova, grano con vino, grano con tessuti. Anch’io poi una volta sono stata lì. Solo una notte…”

Abitava un’unica stanza. Fuori si cucinava, si mangiava, ci si lavava. Dentro l’unica camera, c’era una bambina, pochi mesi ma già sapeva ridere. Il marito veniva di tanto in tanto a dare un saluto, qualche vestito, un agnellino appena nato e già pronto per il pranzo. Le sue visite erano regolari e un po’ troppo distanti l’una dall’altra. Lei non resisteva, aspettava sulla porta il momento di vederlo solcare il colle oltre il quale il villaggio con le sue case fitte dettava la legge e scandiva il tempo. Il tempo era la distanza tra il colle e l’uscio di casa, trenta passi di attesa e un’infinità di secondi dopo ogni saluto. Lei abbracciava la bambina e le insegnava le sillabe, le raccontava ogni cosa non fosse a portata di mano. Un giorno il marito non solcò la collina. Lei aspettava trepidante e continuava a fissare quel punto dove il cespuglio di rovi nascondeva il sentiero. Ma l’attesa era lunga e lo sguardo si infittì troppo sulle ombre che non si allungavano, tanto da non accorgersi che nella stanza era entrato un ladro. Era un ladro curvo, rinsecchito, la fame lo rendeva cattivo. O forse la cattiveria gli fece venire fame di avere di più. Perciò, senza trovare niente, prese l’unica cosa di valore. Lei tornò in casa allarmata, il marito non arrivava e gli occhi cominciavano a dolerle. Quando si accorse che la bambina era sparita, corse impazzita intorno alla casa, e allora li vide, terribili e minacciosi. Trenta ladroni correvano sui loro cammelli perdendosi nel deserto, uno di questi portava aggrappato alla gobba un fagotto appena sottratto da quattro misere mura. Urlavano nella loro lingua incomprensibile e lanciavano terra in tutte le direzioni. Il cielo era violaceo, nell’ora che precede il tramonto. Ada uscì di se stessa. Non nel senso che impazzì di dolore, ma guardando più lontano di quanto i suoi occhi avessero mai guardato, cominciò ad alzarsi in tutta la sua altezza per raggiungere la pista di nebbia sabbiosa che i ladroni si lasciavano dietro. E alzandosi si librò in aria, cambiò pelle, trasecolò, perdendo il contatto col terreno e diventando uccello. Due ali colorate e varie, piume sottili e piume forti, di pavone, sparviero e angelo, le strapparono le spalle e le rivelarono la sua vera natura. Ada non si fermò a pensare se quello era un sogno o un desiderio o se qualcosa dentro di sé era rimasto nascosto troppo a lungo, ma sbattendo contro le cime degli alberi volteggiò incapace fino a toccare il colle. E piegata dalla fatica del volo vide appannata una scia di polvere che si allontanava in linea retta. Una prima lucidità improvvisa, generata dall’ansia di ciò che stava accadendo si dissolse nel panico. Ada cominciò ad arrancare di corsa in cielo. Volò altissima per non rischiare sguardi indiscreti. Si vergognava di quel aspetto deforme e si vergognò anche di arrivare in città dall’alto. Sorvolò i palazzi precipitando sui tetti ogni volta che tentava di atterrare; davanti a una finestra alta si accorse del volto noto, si aggrappò a tutte le sue forze ed entrò. In quella stanzetta c’era il marito. Lui non la riconobbe, parlava con degli uo-mini lunghi e magri, vestiti di nero con un cilindro nero, tesi nei gesti a imitare geometrie spigolose e ipnotiche. Il marito macchiava il suo sguardo di quegli aspetti e attendeva risposta dei suoi commerci. Non la notò troppo. Ada cercò di parlare, di raccontare gli eventi, ma la voce le usciva in un filo e come un fischio smorzava le parole in gola, comprimeva le emozioni in un unico suono incomprensibile. Raccolse le sue ali colorate e si precipitò fuori dalla finestra. Schiva ormai della sua vergogna prese a planare sui vasi radunati negli atri, sfiorava piante grasse a un metro da terra con l’ultima piuma timone e più d’uno in strada la guardò sbigottito. Ada fuggì veloce. Prese a rincorrere la pista che aveva stampata nella memoria, capì che c’era una sola rotta da seguire e si diresse al deserto. Come uno che arranca nel buio, senza conoscere la direzione ma solo conscio di poter avanzare a tastoni fino al prossimo ostacolo che potrebbe essere letale, Ada arrancò sulle soglie dell’immensa distesa di sabbia, desiderando di imbattersi in qualcosa, una briciola di pane che le indicasse il cammino. Non c’erano tetti su cui nascondersi e ormai nemmeno più alberi per prendere ombra. Solo un gruppo di pastori intorno a un fuoco, la sera che poteva essere amica e un gregge di pecore. Ada cercò rifugio tra le pecore, che per quanto non fossero sue simili non l’avrebbero trovata troppo diversa. Quando vide i pastori controllare la tranquillità del gregge, Ada si accucciò sotto una piccola pecora grassa di lana, più cupa e sporca delle altre. La pecora la coprì e poi si scansò. “Ma tu che vuoi?”. Ada che non proferiva parola da ore trasalì a sentire la voce dell’animale. “Aiutami ti prego, dei ladroni hanno rubato la mia bambina e io sono solo quello che vedi. Voglio trovarla.” La pecora era molto sporca e chiese le venisse pulito il collo, perché portava dietro le orecchie troppe foglie per poter sentire bene i suoi detti. Ciò fatto, l’animale disse di chiamarsi Adele e che sì, aveva visto passare dei ladroni. I suoi padroni li avevano accolti con grandi pacche sulle spalle e cibo e risate. E c’era un fa-gotto di cui non si poteva dire nulla. “Dimmi dove sono diretti, io ti lascerò in pace e me ne andrò in cerca dei ladroni”. “Ma dove pretendi di andare tu, che appena spicchi il volo vieni impallinata da questi quattro cafoni”. Adele propose un patto ad Ada: l’avrebbe aiutata a trovare la sua bambina e protetta dai pastori se Ada l’avesse portata via con sé, in qualsiasi posto, purché lontano da quella landa desolata senza alberi. Ada cercò di convincerla che là dove andava c’era solo deserto, e cercò anche di spiegarle con delicatezza che non ce l’avrebbe mai fatta a portar via il suo peso. Ma Adele era cocciuta e si impose: “O mi porti con te o io comincio a belare come un’assatanata”. La compagnia si compose in quel momento. I pastori fecero ammansire le pecore nel recinto della notte, e Adele trascinò Ada aggrappata al suo grembo al sicuro da occhi umani. Poi, con il favore del sonno collettivo, Adele si allontanò dal gregge e uno strano fenomeno avrebbe potuto essere osservato in cielo se non ci fosse stato il buio e qualche rapido cader di stelle e una luna nera che oscurava la notte. Una pecora si alzava a balzi sorretta da una forza misteriosa che a ogni balzo trascinava più in alto il suo pesante fardello. E mentre cresceva l’altezza, singhiozzando tra il cielo e la terra, quel volo diveniva via via più leggero e morbido. Un grosso angelo scuro si allontanò con una pecora in braccio addentrandosi nelle terre dei ladri.
Adele raccontava ad Ada nel viaggio quel che aveva sentito dai suoi padroni: “hanno preso pani e capre, formaggio e molta acqua, si preparano a una lunga traversata. Io ho sentito dove sarebbero andati. Devi proseguire lungo la via delle dune, quando queste finiscono troverai un’oasi. Ecco, a quella collina mi puoi lasciare, sono abbastanza lontana”. Ma Ada non accennava a scendere. Adele si cominciò a preoccupare: “Il cielo è alto, ormai mi staranno cercando, ti rallenterai se continui a trascinarmi con te. Lasciami accanto a quel ruscello, così potrò bere e orinare sull’erba folta. Il che mi da un certo piacere.” Ma Ada proseguiva. “Tu verrai con me”. Adele cominciò a belare dispe-rata. “Io ho bisogno di una guida e tu conosci bene i pascoli e anche le zone meno fertili, dove non c’è rifugio.” Adele tentò inutilmente di liberarsi, ma nel cielo senza nemmeno potersi confondere con nubi che non c’erano, vedeva distintamente l’ironia della sua sciagura: libera finalmente, ma troppo lontana da terra per poter scacciare la sua liberatrice. “Va bene, ma tu sai dove stai andando? È un viaggio lungo e farà caldo e ci sarà fame e sete e solitudine. Loro vanno lì”. “Tu sai dove vanno i ladroni”. “Tutti i ladroni vanno lì per barattare la loro merce”. “lì dove?”. Adele belava disperata e sarcastica. L’angelo che la trascinava cominciava a scorgere solo ciuffi d’erba secca e la via delle dune. “Dimmi dov’è lì o ti lascio cadere”. “Hai fatto presto ad imparare a volare, e anche a minacciare i compagni”. “Dov’è lì?”. Adele non ebbe bisogno di faticare molto a spiegare. Le bastò dirigere il muso in una direzione, verso un punto lontano sull’orizzonte. Dall’alto delle sue capriole, Ada poteva vedere la meta, quello che sarebbe stato solo l’inizio della sua avventura senza fine. Quello era il Libro delle Storie, una barriera alta più di dieci grattacieli so-vrapposti, lontano allo sguardo eppure visibile. “Loro vanno lì, nel Libro”. E non ci fu bisogno che Adele dicesse altro, perché Ada sape-va: che quello era il Libro di tutte le storie, che i ladroni stavano imboccando la strada per le sue entrate di pagine sottili e bianche. Lì si componeva ogni verso, gli incipit e i finali e ogni cosa che avesse un limite si riversava in un racconto come una storia che narrasse delle mille e una notte di tutto il mondo. L’angelo dalle ali scure e variopinte strinse gli artigli sulla sua pecora compagna di viaggio e diresse il suo volo al centro del mondo, nel cuore del li-bro, per recuperare una fagotto che appena sapeva ridere.

“Guardo Ada e penso che vorrei andare lì. Lei rimpiange la vita di tempi scanditi da pause regolari e regolari piaceri, ma poi un guizzo negli occhi mi fa capire che le manca qualcos’altro. Si massaggia le spalle come se sentisse il vuoto che le opprime. E io mi figuro circondata di ali, a volare nel Libro dei libri per salvare qualcosa di piccolo che non so bene che volto abbia. Una volta ci sono stata, sì, mi dico. Ma forse era solo in sogno.”

La Sentinella

10 ott 2007 In: racconti

Sparò.
Poi contò fino a cinque.
“Se non vedi qualcosa muoversi vai in avanscoperta. Ma attento a indagare il terreno senza metterti nel mirino del nemico”. Il capitano aveva quel modo tutto suo di istruire i suoi uomini. Una parola si capiva, una no. Andrea non aveva studiato, non aveva fatto il servizio militare, non aveva mai visto neanche un fucile da vicino. Solo la pistola del nonno, una volta, per sbaglio. non aveva voluto toccarla. “Ohi Andrea, che tu c’hai paura?” e giù una grassa risata. Finito di contare si alzò sospettoso.

“Se non vedi qualcosa muoversi…” no, nulla. La stradina sterrata restava gelida e immobile sotto il chiaro di luna. Al lato una quercia portava ancora i segni delle pallottole. Un merlo giaceva per terra in una pozza di sangue. Forse un colpo andato a vuoto, forse un proiettile rimbalzato. Il capitano lo diceva sempre: “orca madonna, non sprecate munizioni! chi vi ha insegnato a tirare?”. La testa china, lo sguardo assente, Andrea ripeteva a se stesso “lei capitano, lei capitano…” ma sottovoce. Poi riprendeva il fucile e se lo rigirava tra le mani, come una canna da pesca, un bastone da pastore. “Come sono fatte le mazze del bessboll?”. Era sempre Giuseppe strozzaprete che faceva quella domanda, ogni volta che qualcuno giocava col fucile. “Che vuoi che ne sappia, io? Mica sono stato in america…”. “Eh, ma il cinema… minchia, non lo vedete mai il cinema… che girano quelle mazze, tutti i giocatori con maglietta e pantaloncini bianchi, e c’hanno pure il cappello…”. Andrea non partecipava, perché la sua mazza immaginaria era uno strumento di sangue. Aveva visto lo scoiattolo morire, quello sparato dal capitano, e non pensava che una bestia così piccola e dolce potesse fare tanto schifo.

“Se non vedi…”, come no? Ecco lì un merlo. Ma era immobile. La paura gli frenava il passo, ogni movimento sembrava dieci volte più faticoso. A un certo punto si accorse che la gamba era troppo divaricata, sarebbe caduto, così carico di provviste, zaino, fucile, munizioni, un elmetto trovato lungo il sentiero, un pacco di sapone che il bianchino gli aveva dato da conservare… e tutto oscillava impedendo l’equilibrio. Oppure avrebbe fatto un gran tonfo col piede destro su uno spuntone di roccia. Un botto sordo nella notte. Un gufo rispose dall’altra parte della strada. Allora la natura non era morta, o fuggita? Qualcosa rispondeva. Il sudore cominciò a ghiacciargli la schiena. “Se mi sentono, se sono ancora vivi, se è più di uno… madonna aiutami…”.

“Vai in avanscoperta…”. il rifugio tra i cespugli in alto è abbando-nato. Andrea guardò con la coda dell’occhio alle sue spalle. Non era lontano, ma irrimediabilmente irragiungibile. “Vi muovete come pecore! lenti, lenti! se il nemico vi prendesse alle spalle non fareste nemmeno in tempo ad alzare un braccio. in guardia!”. Il capitano aveva ragione. E poi c’era la faccenda dei calli. Ché erano venti giorni che camminavano senza sosta tra le colline della toscana, in un posto che nemmeno si sapeva il nome. E Andrea non aveva calze, nemmeno pezze, un pò di carta rimediata dalla parete di una casa occupata dai fascisti. “Con il duce vinceremo!” c’era scritto su un fondo bianco su cui troneggiava un profilo nero ben riconoscibile. E adesso ornava i talloni di Andrea. Ma era carta vecchia, anche un pò marcia, e gli insetti ci si andavano a fare il nido. Così, dopo l’ultima pioggia torrenziale, circa due giorni prima, aveva dovuto rinunciare anche a quella calza improvvisata per mettere i piedi direttamente dentro le scarpacce vec-chie del nonno, buonanima, che a lui non gli servono più. E va lento lento giù per la scarpata. Andrea continuava a muovere gli occhi più delle ginocchia, e restava per lunghi istanti piegato in avanti. Ma non erano passati cinque minuti. Ma era passata un’eternità. Ché forse quel tedesco era morto, e forse poteva tirare un sospiro di sollievo. E gli sarebbe venuto un bel sospiro ampio, cattivo, perché era la somma di tutti i sospiri che quell’uomo non avrebbe mai più tirato giù nei polmoni. “Meglio lui che io”. Ma adesso non si poteva pensare. Da una parte una piccola luce si agitava, erano i suoi occhi che volevano vedere la luna nascosta dietro la quercia o c’era qualcuno che gli fa-ceva segno di raggiungerlo?

“Attento a indagare il terreno…”. Accanto al corpo supino non c’era nulla. Andrea si aspettava una pistola, un elmetto, uno zaino, qualco-sa… “No, no…” la sua voce interiore cominciò a vacillare, sentiva i singhiozzi che salivano su, su nella gola. Adesso doveva fermarli, ma la fronte ora sudava di un sudore diverso. Il tremore si diffuse per tutto il corpo. Non c’era nulla. Quel tedesco, con l’uniforme tedesca, con i gradi attaccati alla spalla, e poteva essere chiunque, un ragazzo bruno con gli occhi aperti sul vuoto. Sembrava potesse guardare la paura di Andrea, il terrore lo invadeva man mano che si insinua-va il pensiero di un tranello. Non c’era pistola, non c’era elmetto, non c’era zaino. “Dove cazzo li hai lasciati?” Andrea diede un calcio al braccio riverso del morto, niente. Si chinò e girò il corpo. Niente. Si ricordò degli insegnamenti del capitano: “se vi trovate a per-quisire un nemico, prendete tutte le munizioni possibili, scioglietegli i lacci, il metallo… è ovvio che se ci sono armi…”. Niente. La mente offuscata dall’ombra opprimente della quercia. E il corpo del merlo giaceva a pochi passi. Forse stava dormendo, forse il proiettile aveva rimbalzato e l’aveva preso. Adesso bisognava pensare al morto. “I bottoni!”. Gridò senza rendersene conto. Seguì un silenzio infinito. Un lieve fruscio tra gli alberi in lontananza. Di nuovo la luce si avvicinava, ma era alle spalle di Andrea e lui non poteva vederla. “Ci vorrebbe la mi mamma! altro che le cure amorose del capitano… questa giacca fa schifo, scende da tutte le parti, ormai la vado raccogliendo per strada, me la devo legare attorno, manco fosse un sacco tutto sfrangiato!”. Era il Bianchino. Che guardava il pelo nell’uovo, la giacca rotta. C’era chi non aveva la camicia, e lui pensava alla giacca. “Eh, ma i tedeschi mica stanno nella merda come noialtri! se ne becco uno mi frego la giacca e i pantaloni!” “Sì, così noi ti spariamo perché sembri un tedesco!” “Ma loro c’hanno i bottoni. Vuoi mettere i bottoni! e sono di metallo lucido, con l’acquila sopra.” “Ma quando cazzo le hai viste, ’ste cose, tu? che ti sei avvicinato a un tedesco mai più di trenta passi…”. E sognavano di un giorno in cui ci sarebbero state giacche coi bottoni per tutti, e sigarette, e le scarpe senza chiodi che quando escono dal cuoio, sei fottuto, perché la pelle ti si squarcia tutta e fa un male cane. Ma quel soldato lì non li ave-va i bottoni. Andrea sbiancò e capì, forse aveva capito. Ché se i bottoni erano di metallo… ché se quel soldato non aveva i bottoni forse voleva dire che… dal silenzio emerse come un latrare di cani, ma più umano. In un attimo il colpo andò a segno. Andrea non aveva fatto nep-pure in tempo a voltarsi. cadde a terra pesante. Sbattè la guancia sulla mano sporca di sangue del soldato nemico. Nella nebbia della morte vide due uomini in divisa avvicinarsi. Uno lo girò violentemente di lato, esaminò il corpo ormai gelido del morto, disse qualcosa all’altro rimasto a distanza, con il fucile puntato su Andrea. Lo guardarono bisbigliando. stavano per sparare il colpo di grazia.

“Se non vedi qualcosa muoversi vai in avanscoperta. Ma attento a indagare il terreno senza metterti nel mirino del nemico”. Ma le parole si allontavano come una nave sull’acqua.

Fine del viaggio

10 ott 2007 In: racconti

“A’ ragazzì! T’ho detto mille volte che te devi sta’ accorto a ‘sta borza!”. Il monello cinese è appena salito e non ha fatto in tempo a sfiorare la mantella della signora matrona che è arrivato il rimprovero. Occhi a mandorla non se ne cura e scherza con un suo amico nostrano, trovano subito due posti affiancati e iniziano a scambiarsi figurine. Li osservo, il cinese ogni tanto minaccia di deragliare dall’italiano, ma l’occidentale gli risponde in romanaccio stretto e subito si intendono. La matrona non si è mai azzittita, ha colto al volo l’occasione e ora intrattiene la vicina di viaggio: “Io, qui, tutti i giorni. A me i tram mi dovrebbero dare un premio, non ho mai preso la metropolitana, eppure mi conveniva, soprattutto per andare “là”, ma che vuole, a me ‘sto trenino mi piace proprio”. Un gentiluomo con cappello a tesa larga la interrompe stizzito e borbotta qualcosa su ritardi e sporcizia. “Ma sì ma sì”, la matrona accondiscende, poi alla vicina: “Nun je date retta! Quello si lamenta pure della croce di nostro Signore Gesù Cristo. Ho detto, non è che mi piace proprio questo trenino qua. È tutta la ferrovia, so’ ‘sti binari che tagliano la Casilina fino a dentro la città. Una via dritta. A uno gli sembra di fare subito, e poi la gente che ci sale la raccogli dappertutto”. Ci siamo fatti attenti, il gentiluomo col cappello, la vicina secca ed io. “Eh, ne ho vista di gente salire su ‘sti trenini”. Sospira e gode. Ha capito di aver catturato la nostra attenzione e ha iniziato a centellinare la sua storia. Cappellini neri e gonne troppo corte, fusti da hit parade, zitellone flaccide, operai “zozzi e puzzosi, come diceva il mio nipotino, che Dio l’abbia in gloria, che se l’è chiamato dieci anni fa che piccolo, c’aveva ancora sedici anni, ma una matina…”; corre come il treno. Solo qualche volta prende fiato, ma per capire a che fermata siamo e quanto manca alla sua dipartita. Parrucca bionda e top turchese, un travestito si siede di fronte a me. “Cesarì, oggi fa freddo, che fine je hai fatto fa’ al cappotto”. Cesarina ride e si schernisce, dice che il suo cappotto è troppo pesante. “Meglio i manicotti, a zi’, mi fanno femmina”. La matrona continua a raccontare del freddo, e di quella volta che dovettero fermarsi che era tutto allagato. “Quarant’anni che vado “là” e nun c’è mai stata ‘na matina normale, ogni volta una cosa”. Lo capisco che vuole che le chieda dov’è “là”, ma io non cedo, fingo di essere distratto dall’entrata di una maestra con qualche alunno ben in riga. L’uomo col cappello non è altrettanto scaltro. “Là? È al posto dove lavoro. Faccio le pulizie, è vero, niente di che. Ma vuole mettere. A Montecitorio. Certe volte mi pare che a furia di pulire dove fanno le leggi, un po’ le faccio pur’io”. La secca diventa curiosa e chiede dei politici, vizi e virtù. Ma alla matrona proprio non va di raccontare questa storia e continua a interromperla per chiacchierare con Cesarina. “Che poi mica ho sempre viaggiato, vero Cesarì? Io abitavo sotto Trastevere. Un fetore e certi sorci! Se li ricordava bene mio padre, buonanima, che quando vedeva quelli del Pantano diceva sempre: “Che ce state a fa voi qua, dovete anna’ al centro, è là che ce stanno li capoccioni vostri”. Cesarina ride sguaiata. Il frastuono regolare del viaggio riassorbe il riso, così come la cascata di parole della matrona.
Il signore col cappello se n’è andato e al suo posto subito una lolita tonda e gommosa ha preso forma. La matrona è interdetta, per qualche minuto tace come se le sue non fossero storie per fanciulle. La secca continua a chiederle del Parlamento. “A me me basta il parlamento mio” sembra risponderle l’altra sotto i baffi. La ragazza scende. La secca fa per alzarsi, deve scendere anche lei. Ma la matrona si avvicina e tuona: “Qui una volta ho visto un morto”. La secca raggela, “Un morto?”. Sbianca. “Sì, sì, strabuzzava l’occhi”. La secca cambia idea e decide di scendere alla prossima, via via che la descrizione del morto si fa più raffinata. “Me lo ricordo, come no”, interviene un panciuto bonario, alzando la voce. “Mi ricordo, sì. Era estate, e siamo rimasti due ore fermi prima che riattivassero la ferrovia. Un caldo! Era tutto bloccato”. “Ma no, era inverno, mi venne la febbre tanto del freddo di quella volta ad aspettare il treno”, la maestra è sicura. Lei che si è avvicinata appositamente per curiosare tra queste storie di viaggiatori non si sbaglia. Recupera uno dei suoi monelli per lo zaino e continua a sciorinare certezze. La matrona momentaneamente spodestata mi guarda: “Nun ve lo potete ricordà! Io c’avevo 15 anni quanno è successo! Uno di quegli anni si ricorda il boom, il boom. Io mi ricordo un rumore d’ossa rotte! Nun so mai si erano le mie o quelle del morto lì, che veniva strascinato dal treno… Mi ricordo che era una bella giornata ma faceva anche freschetto, una cosa così. Mica una giornata che uno pensa a morire. Mia zia stava da una signora ricca, ma molto ricca. Io ogni tanto le facevo qualche servizio. Ci scappava la merenna e quacche artra cosa. Me lo figuro ancora qua, in fronte a me, un corpicino steso tutto stracciato. Uno disse che s’era buttato, ‘n altro che era scivolato. Vall’a sape’. Mio padre mi disse, quanno vide la foto il giorno appresso, che quello era un ex partigiano, che lui lo conosceva bene. A me me sembrava un vecchietto senza arte né parte”. La storia, all’improvviso, non riguarda più nessuno e il piccolo gruppo di ascoltatori si scioglie. Un’altra fermata e sono arrivato. “A zi’, ma è già finita la faccenna del morto?”, è Cesarina che brama favole per intrattenersi e uscire dal freddo del suo manicotto. La matrona non la guarda neppure. “La morte è veloce, che vuoi racconta’. È tutto il resto che dura”. Ultima fermata, fine del viaggio e del racconto.

(questo racconto è stato selezionato per l’antologia Parole in corsa, ed. 2004)

‘Ncoppa a Torre

10 ott 2007 In: racconti

Luntano luntano a stu posto ce sta nu paese scuro comm’ ‘a sprufunno a casodiavolo. Nunn’appena ca ‘o sole se ne scenne, vene ‘na notta nera, nu buio e nu silenzio ca manc ‘i muort’ su sonneno chiù brutto. Ce stanno tre fratre, uno muratore, n’ato ciavattino e n’ato cuoco, anche se ‘u terzo nun cucina mai pecché nun tene che cucinà. Nu iurno ‘u muratore se ne venette annanz’a porta do ciavattino e dicette: “fra’. fra’. iesce fora, ca t’aggia parlà”. ‘O ciavattino ascette e stette a sentì o primmo frate ca parlava ‘e ì luntano, fora do paese a cercà furtuna. “Tu te suonno”, risponnette, “fora nun ce sta furtuna, ce sta sulo ‘o scuro. E si parte e quanno scenne a notte nun truove n’atu paese, arò vaie?”
Ma nun ‘o puteva ncatenà, e se ne iettere ‘ nsieme annanz’ ‘a porta du frate cuoco; chillo comm’i verette accussì, mentre scurava, dicette: “Né, state ccà, nun ghiate giranno a st’ora ‘e notte”. E o terzo se partette pur’isso, areta ‘e primmi duie. All’intrasatto o sole se ne scenette, e ‘ncoppa a terra nun se vedeva cchiu niente. O frate muratore iette a sbatte contra a nu muro: “guagliù ferma, cca ce sta coccosa”. O frate ciavattino sentette fieto ‘e sola: “guagliù ferma, cca ce sta coccosa”. O terzo frate ca nun senteva e nu vedeva, se fermava istesso e dicette: “guagliù iammo annanza, ca ce sta coccosa, e se squagliava da paura”. E ce steve veramente na porta, l’arapettero e ascero fora. E fora ce steve nu paese ca pareva nu sogno: strade, case, puteche e pure pizzerie, e tutto o scuro se l’erano lassato areto, mentre ‘cca, pure ch’era notte, se vereva tutto bbuono, comma se fosse iuorno, pecchè ‘ncielo ce steva na palla tonna e ianca, ma accussì ianca ca pareva ‘e latte. E quanta luce faceva! ‘E tre fratre nu poco se annascunnettere, nu poco se mettettere sotta a luce che nun era cucenta comma a chella do sole. Allora ‘o primmo frate pensava: “chesta è furtuna, a tenè sta fiamma accussì bella”. ‘O secondo : “guarda nu poco tu si è giustizia, ca nuie amma sta o scuro e ntà miseria e chiste tenene stu poco ‘e pruvvidenza”. ‘O terzo nun pensava niente, ca faceva ‘o cuoco e teneva famme primm’isso. ‘O muratore costruietta na torre, auta comma a palla ianca, ‘o ciavattino facette nu sacco ‘e sola, e ce mettette ‘a palla arento, che nun se vedeva cchiù a luce, e ‘o cuoco aiutava a purtà. Zitto zitto se ne turnero a casa. Quanno ‘o sinneco i vedette e rrivà, ca purtavano stu peso e ‘o mettevano ncoppa ‘o municipio, abbiava nata tiritera: “Ué, disgraziati, nu scassata niente, fermatave mariuoli, chiammate a pollizia, chiammate l’esercito, chiammate ‘e gendarme, chiammate a San Gennaro”. E mentre chillo ieve annanza n’at’ora, i tre fratre levero ‘o sacco, e ‘na luce se spannette pell’aria comme nu lenzuolo. A ggente ca vocca araperta se ne veneva abbascio a vedè chillo miracolo eccezionale. Abbiettero a cantà e a zompà e facettero na statua pe i tre fratre, c’avettero onore e gloria.
Intanto ‘o scuro se n’era iuto all’atu paese, che c ‘aveva sulo na torre auta comm’a luna. Nu guaione ce sagliette e se truvava rimpett a porta do paradiso. San Pietro ascenne fora ‘o verette: “E tu che ce faie ccà?” Dicette, “Scinne abbascio, mariulo, ca l’eternità ancora nun te tocca”. “O sasà, ca c’hanno futtuto a luna”, dicette ‘o scugnizzo. San Pietro vedette ‘a torre, vedette ‘o sacco, e cchiù luntano vedette pura ‘a luna, ca se steva a ncaurià natu poco primma ca veneva ‘o sole. Allora vulava fino ‘o municipio ‘e chillo posto luntano, e senteva ‘o popolo ‘e cantà. “Embè, so modi questi? Nun v’abbasto ‘o sole, vulite pure ‘a luna?” ‘O sinneco dicette: “So stati i tre fratre, ‘i nun c’entro niento”. I tre fratre se facero annanza. “I’ aggio fatta ‘a torre, i’ aggio fatto ‘o sacco, e i’ l’aggio purtata”, dicettero i tre. “Sì, sì, ma perché?”, risponnette San Pietro. “Pecchè nun teneumo fatica”, dicettere i primmi duie. E o terzo, “pecché tenevo famma”. Allora San Pietro pigliava na fetta ‘e Luna e c’ha facette mangià ‘o cuoco, e chella ca rimmanette a mettette ‘ncielo, accussì auta ca nun se puteva acchiappà cchiù, e faceva luce ncoppa a tutta a Terra. E si ‘a luna ricresce è pecché ‘o cuoco s’è saziato.

Bloccate questo!


NESSUNO TOCCHI I BLOG

Twitter Updates

    Find Me On

    Read me on

    More about Lo schermo desiderante

    My Anobii library

    My Etsy Favorites