…il punto in cui la terra sembra infinita e varia come le generazioni quando si incontrano
In mezzo a decine di milioni di stelle c’era Zeta. Aveva i raggi luminosi e pieni d’azoto, una scia morbida di gas azzurrini e tutta una polvere vibrante a precederla. Omega era appena nato. Era un piccolo pianeta dal cuore pulsante di magma, la giovane crosta ancora morbida e fluente, montagne tintinnanti di cristalli e vapori. Quando Zeta attraversò per la prima volta l’atmosfera di Omega, fu tutto un gorgogliare dal suolo, un tremolio dell’aria appena fatta che si mescolava con le voci dei metalli dalle profondità. Zeta non lo vide neppure. Tirò avanti rapida come una tempesta estiva. Ma in un istante, fecondò il pianeta con le sue polveri argentee, diffuse nell’aria il profumo della sua presenza. La stella corse diritta per altri trecentomila chilometri circa, poi girò a destra, dopo il vecchio Seleno, bruciando centinaia di satelliti nella sua scia. Omega sospirò. Aveva appena visto l’addensato di gas più bello dell’universo.
Essendo nuovo del posto, dovette informarsi chiedendo in giro agli altri pianeti che incontrava nella sua orbita. Di dieci e venti pianeti e pianetini, solo il satellite Frost aveva intuito il desiderio di Omega, celato dietro banali armonie gravitazionali. Un giorno gli disse anche: “Povero Omega, non la rivedrai più.”. “Perché dici così?”. “La sua orbita è irregolare, vaga per l’universo e chissà dov’è adesso. L’ultima volta sono dovuti passare 20.000 milioni di anni luce”. Omega si indurì e raffreddò. Stette gelido aspettando una stella. Ma le rotazioni attorno alla stella nana Antra si succedevano, gli anni trascorrevano, e Omega vedeva all’orizzonte solo e sempre i dieci e venti pianeti del suo solitario sistema. Il suo cuore di magma riprese a vibrare. Chissà per quale cambiamento improvviso. Come una primavera iniziò a pulsare sotto la superficie ghiacciata. E lentamente le montagne si muovevano di nuovo e davano vita a strane figure. Sorgevano oceani e i ghiacciai si ritirarono verso il cielo come punte di diamante. Comparve qualcosa che mai nessuno aveva visto prima. I colori. I suoi compagni di giro pensarono a un’improvvisa ispirazione artistica. Solo l’occhio saggio della vecchia Antra, che era lì prima di tutti, da un’infinità di tempo, e aveva avuto modo di vedere le mille e mille forme dell’universo viaggiare dinanzi ai suoi raggi, solo Antra se ne accorse. Omega stava crescendo. Voleva diventare sfolgorante e nitido, lussureggiante quasi, per essere più visibile, riconoscibile, solo per lei. Zeta.
E lei arrivò. Omega la sentì di lontano, percepì la strana agitazione del cosmo e un turbine di fiammelle che vibravano tra due punti luminosi. Un rombo assordante di mille voci precedette la sua apparizione. Tra queste, mescolata alle altre, Omega credette di poter distinguere quella di Frost, incidentalmente travolto da Zeta e frantumato in scaglie sottili e rossastre. Ma non volle pensarvi, neppure per un istante, e cercò di offrire rapidamente alla luce di Antra la sua parte migliore, i suoi oceani di cobalto, le verdi distese e luminose che sussurravano a Zeta tutto il suo amore, portato lontano dal vento stellare. Zeta rispose. Almeno così sembrò, che rispondesse a quel richiamo con una leggera oscillazione della sua strada e un improvviso silenzio, innaturale.
Quello fu l’inizio della loro storia, fatta di attese infinite e fugaci dichiarazioni, rapide corse di orbite che non si incontravano mai, forme misteriose e vive che il pianeta offriva alla vista della sua amata. Zeta cominciò a passare più spesso per quel sistema solare. Impercettibilmente, non si sa come, aveva deviato la sua orbita, strano fenomeno di attrazione. Omega credette allora di potersi dire il pianeta più felice dell’universo intero. Chè nonostante la sua stella fosse sempre raminga, credeva di poter sentire il brivido della sua presenza. Ma ispidi satelliti dispersi dall’ultimo passaggio di Zeta presero a ruotare intorno al pianeta e a mormorare di nefasti eventi. Zeta stava rimpicciolendo. Sempre più duro era il suo nucleo, e i gas azzurrini ricadevano e si mescolavano al buio. Zeta accorciava le sue orbite perché per poco ancora avrebbe potuto resistere al vento stellare e alla corsa della sua irregolare rotazione.
Omega li ascoltò. Non gridò, non esplose, non gelò la vita che continuava a trasformarsi lieta di esserci. Fu come il vuoto in una bolla di sapone. In un attimo secoli e millenni divennero briciole, e Omega sentì tutta la solitudine di quella sua attesa vana. E se Zeta fosse scomparsa prima del suo prossimo passaggio? Se all’improvviso si fosse dispersa negli ampi spazi di una galassia remota, e lui non ne avesse più saputo niente? Avrebbe atteso invano per chissà quanto, e la sua stella non c’era già più, forse.
E quel pensiero, l’idea di non essere con lei, fino alla fine, divenne un fuoco verde al centro del suo cuore di magma. Fu allora che decise. Lentamente, minuziosamente, variò gli impercettibili accordi della propria armonia, fino a comporre un messaggio inudibile agli esseri viventi, ma che gli astri a poco a poco compresero, e trasmisero. Una grande rete interstellare attraversò la via lattea per raggiungere Zeta ovunque essa fosse e comunicarle il desiderio di Omega. I pianetini del suo sistema tentarono di dissuaderlo. Antra lo avvicinò solo una volta prima della fine, e gli chiese se avesse pensato bene a quel che stava architettando. Omega annuì, e il suo saluto fu un ultimo voluttuoso scintillare di nubi alle luci della antica stella. E finalmente Zeta seppe. Prima ritrosa, cercò di evitare il sistema di Omega. Ma il messaggio continuava a raggiungerla in tutto l’universo. E le sue energie si riducevano, sempre più piccola e opaca attraversava atmosfere straniere. Allora anche lei desiderò il desiderio di Omega.Tornò dal suo amore. I satelliti dispersi e pettegoli annunciarono il suo arrivo. Omega sussultò e sorrise un’ultima volta. Zeta ebbe solo il tempo di chiedere: “Sei sicuro?”. Lui disse sì, e la stella si schiantò sul pianeta, lo attraversò dividendolo in innumerevoli parti. L’eco di quell’esplosione ancora perdura. Non rimase nulla al posto di Omega. Un piccolo vuoto nello spazio prima completo di un pianeta vivente. Frammenti più piccoli si dispersero intorno, inermi.
Zeta, dieci volte più grande, proseguì incolume. Nella sua scia, un nucleo di magma ancora caldo.
“Adoro gli uomini all’antica. Sanno come si ama. Peccato che non ce ne siano sotto i trenta”.
Gloria fuma lentamente il suo lungo sigarillo come se fosse ripresa da venti videocamere, inquadrata da obiettivi di tutte le dimensioni. Soffia, dipanando la leggera nebbia del fumo, e mi guarda solerte. “Avanti, dici la verità, anche a te piacciono”. Ma no, non saprei, non ne ho mai conosciuti. “Sì”. “Nessuna donna resiste al fascino di un corteggiatore galante”. Corteggiatori? Galanti? “Hai ragione. Non ce ne sono sotto i trenta”.
Guardavo nervosamente l’orologio. La mia amica Gloria sarebbe giunta di lì a breve. Lo so che adesso è cosa da poco, ma pensare di incontrarla in un bar del centro, con le sedie in ferro battuto e i tavolini bassi e tondi, quelle luci soffuse un po’ e un po’ troppo, che non ti lasciano che intravedere le sagome degli avventori che potrebbero entrare… tutto questo, tutto insieme, dava l’aria di un incontro importante, di un appuntamento d’altri tempi. Lei era sulla quarantina. I capelli tirati dietro, come ogni brava ex-ballerina sa fare, i movimenti aggraziati e maestosi, sempre in bilico tra la caricatura e il teatro. Io all’epoca avevo dieci anni di meno e venti meno di lei. E un amore appena finito.
Se se ne dovesse accorgere? se capisse da un mio sguardo ciò che ho fatto? se questa fosse davvero la fine?
Jean Luc ha negli occhi un cielo. Il viso sottile, trasparente. Lo vedi, ma lui non c’è. Tocca ogni cosa come se la modellasse in quel momento: tasta, traccia, plasma gli oggetti, afferra una tazza e diresti che non era così tonda e liscia prima che lui la sfiorasse. Jean Luc è un pittore. Aggiunge colore ogni volta che finisce un quadro, ogni giorno per una settimana. Poi decide che non arriverà mai alla stessa densità delle cose e lascia perdere. Disincagliò la mia sciarpa da un groviglio di sedie da cui non riuscivo a liberarmi. Lo ringraziai. Corsi via, come avessi fretta di assistere a un’altra lezione. Avevo fretta di sparire. Lo vidi ogni giorno da quel momento. Era seduto sempre allo stesso posto, dieci file più avanti, non lo avevo mai notato. O forse una volta, l’avevo visto parlare con una ragazza dai capelli rossi e la voce profonda. Decisi che non avevo la stessa grazia e non ci pensai più. Fino a che la mia sciarpa non mi tradì.
Gloria mi sorride leggera. “Dì la verità, ti senti meglio adesso”. Io non mi muovo neppure. “Certe storie hanno il sapore di un limone mangiato a morsi, prima aspro e piacevole, poi solo aspro…” e continua su ortaggi e uomini, altri tempi e uomini, sogni e uomini e solo sogni. Io non ascolto più. Penso solo alla mia tazza di cioccolata che freddandosi va addensando la superficie. E con il cucchiaino passo e ripasso accanto al bordo, per raccogliere la crema più scura. Intanto Gloria ha cominciato a parlare del suo ultimo spasimante da far soffrire.
Eppure non mi sento in colpa. Non soffro. Non sto male. Non mi sento in colpa. E se fossi un mostro? “E la tua sciarpa sta bene?”. Era una domanda così stupida che stavo per girarmi di scatto e vomitare un “ma va’ al diavolo”, pensando che fosse Marco, il solito burlone del corso di storia. Una ventata di sguardi smeraldo mi colpì in pieno petto. Se fosse stata un po’ più solida, penso che sarei caduta. Così, oscillai leggermente, sperando non se ne accorgesse. Jean Luc mi sorrideva sornione. Non mi aveva mai guardata così. Non mi aveva mai guardata.
La cameriera striscia impaziente alle mie spalle. Sento che vorrebbe togliermi la tazza che così avidamente sto massaggiando con le dita intirizzite. Un grande orologio metallico pende a metà della stanza. Ogni avventore lo guarda, prima o poi, con un misto di stupore e distacco, come di chi veda per la prima volta il tempo calarsi tra tanto oblio. C’è un ultimo biscotto secco e solitario al bordo del piattino. Quasi quasi lo ingoio tutto in un colpo. Gloria sta per chiedere un bicchiere di vino. Lo so, sta per farlo. “Mi scusi, può portarmi un bicchiere di vino? Che vini avete?…” Dice che è per togliersi il sapore del caffè di bocca.
E’ stato un istante. Solo uno. Ho perso il controllo. Non ero neppure io.
“Sei troppo tesa. Non ti fa bene. Gli altri se ne accorgono e ti trattano con distacco. Bisogna affascinare, non farsi compatire”. Io non so che farmene di queste parole. Gloria sta analizzando le mie posizioni durante una conversazione. Spalle richiuse sul petto, testa china, troppa ritrosia. Le mani nascoste o a nascondere qualcosa, un punto sul naso, un sorriso, una ciocca di capelli, poca autostima. “Sciogliti”. Sì, mi sciolgo. Abbandono una mano, accarezzo una gamba, mi rilassa. I capelli? Non so che forma hanno, adesso sono solo appuntati a un fermaglio instabile, che cada pure. Il maglione mi va largo, ha un’ampia scollatura con cui non vado d’accordo. Si intravede una bretella. Lui se ne accorge, e la tira giù con forza, a scoprirmi il seno. La prima volta che ero così vicina a un uomo, ed ero perduta, in balia delle sue mani. Dopo, mi sentivo un albero, salda al terreno e oscillante al minimo fruscio. “Tanto non apparirai mai come sei. Come sei tu, veramente. Tanto vale suonare il proprio corpo con maestria e se è il caso, prendere ripetizioni da chi lo fa davvero bene. Come vorresti apparire tu?”. “Un albero”. Gloria ride e non capisce.
Nell’appartamento domina una luce intensa, ocra. Dopo due mesi di Jean Luc, vedevo tutto con occhi diversi. Di fronte a me, un poster con il profilo di un gatto e una città scura sotto una coltre di stelle. Più in là, il tavolo con i pennelli, boccette di colori, azzurro, nero, rosso, giallo, verde, pastelli di cera, tubetti strizzati e secchi, macchie che si intersecano. Una sedia, un foulard bianco. Una libreria, opaca di polvere. Stendhal, Sartre, Borges, Willow, Chandler, in ordine sparso e rovesciati. Una vaschetta di vetro trasparente e vuota. Alcuni sassi, lisci, ovali. Un grande letto in mezzo alla corrente, di là la finestra su un angolo di Bologna, e porticati e acciottolati in prospettiva. Di qua una matassa di lenzuola fredde. Io.
“Non sai quante cose si capiscono da come cammini. Tu attraversi la sala e l’aria si sposta, intorno qualcosa cambia, forse anche il tempo”. “Quello no”. Gloria sorride: “Ma sì, forse esagero, non s’addensano nubi sulla tua testa, non ti preoccupare”. Io pensavo al tempo delle lancette e della sabbia che danzava nella clessidra di mia madre, che scuotevo incessantemente quando ero piccola, gridando “Guarda, guarda, è passata un’ora. Ora un minuto. Adesso è un giorno”. Poi riponevo quell’otto di vetro
rovesciato e lo vedevo stare fermo. “Comunque hai capito. Il punto è: incedere, non camminare. Attraversare, non andare avanti…”. Qualcosa dietro di me si è rotto. Immagino che sia il grande orologio di metallo, precipitato sulla testa di un passante. E quel rumore non è di vetri, ma di sinapsi che si scollegano e si spargono tintinnanti sul pavimento. Ci giriamo entrambe, Gloria sorride. “Ovviamente andare avanti è meglio di inciampare”.
Forse dovrei dirlo a qualcuno. Forse se lo racconto, il tempo riprenderà a scorrere. e quell’istante non sarà solo un gesto irrazionale e violento perduto in un flusso di dati che nessuno riesce a districare. Ma i granelli di sabbia continuano a cadere. Non riesco a raccoglierli e rimetterli insieme.
“E poi i dettagli, cara mia. Un foulard al posto giusto dice tante cose di una donna”. Sì. E di tante donne che erano state distese in quello stesso letto, e di una che c’era stata poco prima, che sarebbe venuta subito dopo. Restai immobile. Avevo capito troppo tardi quello che ero diventata. Arriva il momento in cui il disco si inceppa e senti la musica una seconda volta, e una terza, e una quarta, una spirale avvolta su stessa nel tempo lineare di una sola vita.
“Sei troppo tesa. Non ti fa bene. Certe storie hanno il sapore di un limone mangiato a morsi. Che dici, prendo un bicchiere di vino?…”.
Jean Luc, al balcone, di spalle, mi dice qualcosa di noi. Sta cercando l’amore vero, quello che abbia la densità delle cose. “Tu sei troppo trasparente”. Non abbastanza.
Mi alzo dal letto, navigo fino al davanzale.
Ti abbraccio di bianco e morbida seta.
Ti abbraccio. Più forte.
E’ un istante, l’inizio di un sogno.
Io sono l’albero.
Tu l’impiccato.
FINE
C’era una volta un re con le sue tre mogli che amava tanto: Chiara, Filippa e Romina.
Romina era la più bella e giovane. Con gli occhi color del cielo e i capelli rosso amarena, le guance morbide e i seni appena sbocciati. La dolce Romina era figlia di un pastore capitato nel regno del re, un giorno che inseguiva una pecora, Romina, scappata al gregge. Il pastore che si chiamava Eugenio vide Romina che scorrazzava nelle terre del re e la apostrofò: “O Romina, unn’è che vai? torna a la casa, pecora della malora”. Ma Romina niente. Restava immobile a contare gli òmini.
Passò una strega che scappava dai cani del re proprio in quel momento. “Bastardo d’un cane”, diceva al re, non ai cani “se mi capiti sottomano ti rigiro come una seppia!”. La strega, come vide la pecora, pensò: “Ora gli fo un bello scherzetto!” e trasformò la pecora in fanciulla. Cosicché il re, che veniva dietro ai cani, vide la bimbetta e se ne innamorò. Piccola e rossa come una ciliegia. Una delizia. Il pastore andò su tutte le furie. “O che tu vuoi, pastore? Che la pulzella è figlia tua?”.”Sì, maestà, ma vede, l’è che c’è un problema…”. “Spara, avanti, me la voglio sposare, sa, mica me la inchiappetto senza darle una dote! o non ti fa piacere d’averci un re per genero?”. “No maestà, è che la bimba l’è una pecora!”. “Questa è bella! Che avrei capito se m’avessi detto che l’è una somara, ma una pecora proprio no! E te come fai ad aver per figlia una pecora?”. “Maestà, suvvia, siamo òmini di mondo. Io son pastore, mica contadino. E’ che il tempo passa e la casa l’è lontana. Mai così lontana. E capita…”. “Capita?”. “Capita, capita!”. La strega sbellicava dalle risate, poiché il re tirava da una parte e l’Eugenio da un’altra, e la povera Romina in mezzo belava, ma belava, ma belava così forte che era uno strazio per il cuore.
Non vi dico la faccia delle altre due mogli, quando videro la bimbetta. “Un’altra? ma te sei scemo, eh? Già si stava stretti in tre qua dentro, figuriamoci in quattro”. Chiara era piuttosto contrariata. Filippa, la più vecchia, vedeva la pelle morbida e lucente della nuova arrivata e pensava che presto l’avrebbero mandata in pensione. Il re non volle saper ragioni: “La sposa ormai ce l’ho, e guai a chi me la tocca!”.
Il problema non era la gelosia delle altre due, nè la libidine sfracellante del re. Il problema era Romina. Che non la finiva mai di belare. E la notte non pigliava sonno se non le si faceva contare almento 130/140 òmini. Così il re aveva cominciato a sentirsi un pò moscio, le due mogli parecchio insonnolite. Allora il re mandò a chiamare il pastore Eugenio. E stabilirono di comune accordo: “Te ti porti la Romina la notte a farla dormire con l’altre pecore, io me la tengo di giorno. E le sia tagliata la lingua, che non beli più per carità!”.
C’era una volta un re con le sue tre mogli, che amava tanto. Beeeeh, forse erano due.
“Sono un airone”, disse, e dispiegò le ali, immense ali bianche, candide come nevi, e con un leggero fruscio fu un punto nel cielo. Da lassù potevi sentire le risate e i ghigni sottili, guardò solo un istante verso il basso poi picchiò sul sole. “Non volevo rompere il sogno, ma è stato come cadere dalla veglia al sonno, inevitabile, impossibile impedire al mio corpo di volare verso la stella padre”. E cadde, cadde, cadde. Le ali frantumate in mille fiammelle, la cera sciolta, “Non c’era cera”, mi canzonava anche, da laggiù, dal nero oceano e ne uscì delfino “Sono elegante”, disse, e sguizzò nel profondo diventando squalo. Quando i suoi denti dilaniarono un tonno, quasi per caso, quasi per sbaglio, risalì inorridito. “Non volevo, non volevo, è stato come cadere dalla veglia al sonno, non sono stati i miei denti a strappare la carne”. E piangendo si seccò e dissolse come scultura di sale. E fu granchio, gioioso di zampettare su punte arancio, color del tramonto. Confuso tra le dune ne scelse una abisso e si perse e strisciò fuori lombrico, rotolandosi nel fango, ma un castello era il il fango e la torre più alta crollò scavata da lunghe gallerie di lombrico. E “non volevo, non volevo” e s’addormentò. Schiuse gli occhi all’alba, fissando il monte, ed era cammello, placido, silente. Masticò i resti del suo corpo lombrico e sciolse le redini correndo verso il monte, ma incontrò un burrone. Precipitando pianse ancora per la sua gobba schiacciata di lì a poco. E piangendo divenne pioggia, sognando di incontrare un fiume. E sparse il sale delle lacrime nell’acqua sottostante trascinato dalla corrente, disperso in una goccia. Intrecciò rami e cespugli e rocce informi al suo fluire e su queste ultime sputò l’anima che fu orso. Gli schizzi lo distrassero dai pesci e rise ancora, rise orso, anche se gli orsi non ridono, così si dice. Ma ridendo e schizzando abbatté un albero piccolo e robusto, con furia da orso, senza capire. “Fu come passare dalla veglia al sonno e i suoi piccoli erano in acqua, urlanti, soli. Non poté nulla, si protese, annegò, nonostante gli orsi sappiano ben nuotare. Ma non era orso, bensì zanzara. E divenne il salmone che la inghiottì, e la lontra che lo sgozzò, e il cespuglio che la imprigionò, e il fiore che ne fiorì, e l’eremita che lo strappò per farne minestra e bellezza dello stomaco. E quando tornò nella caverna, nel buio di questa umidità malsana, dopo mille anni vagando attraverso le forme di una vita imperfetta, domandò riposo. E ristette meditando serio sulla sua altezza. Io socchiusi gli occhi. “Dormi?”. Sorrisi. “No. Abbandono la veglia”.
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