Prologo

9 ott 2007 In: racconti

Zoe
Stava lì, fermo davanti al bancone come se all’improvviso tutt’intorno ci fossero solo immensi dirupi e squarci della crosta terrestre, un vuoto ridondante di eco. Leg lo guardava sbirciando da dietro la prima fila di bicchieri disposti a testa in giù a sgocciolare, mentre si indaffarava a fingere di essere molto occupato con misteriose bottiglie da riordinare sotto al lavandino.

“Dammi il mio tè”, avrebbe dovuto dirlo già da qualche minuto, e poi sarebbe andato a sedersi in giardino, sotto l’albero di magnolia. Ma la parola gli è morta in bocca, una foglia secca e accartocciata che impasta la lingua. Tre anni che il vecchio Atom pronunciava sempre la stessa battuta. Qualche volta ci infilava anche un “Buon giorno”, o un “Amigo”, o tutt’e due insieme, se era di voglia. Da quando aveva smesso di correre dietro a bottiglie scintillanti di alcool, odorose di vino e malvasia, spumeggianti di schiuma al doppio malto. Leg fa il suo mestiere. Versa nel bicchiere tè o vodka con la stessa aria distratta, lo stesso desiderio di essere altrove. Atom invece non si sentiva così leggero. Quella parola, tè, ancora gli si attaccava al palato, a volte, a fargli pensare a quanta sete si può avere nel deserto, a quante casse di birra ci vorrebbero per prosciugarla tutta. “L’ultimo bicchiere l’ho vuotato da un pezzo”. Ci era stato costretto, e non sarebbe tornato indietro nemmeno se gli avessero annunciato l’avvento del Signore, nemmeno se lei fosse tornata. Ma adesso, vacillava. Zoe era tornata. I primi tempi, subito dopo l’abbandono, Atom non esisteva. Gli s’era scatenata una bufera, dentro, e continuavi a raccogliere cocci, ogni volta che passava; era tutto in disfacimento. Non vedeva più niente intorno a sé. Sapere che sarebbe morto non lo aiutava a schiarirsi la mente. Avrebbe passato gli ultimi anni della sua vita, fossero stati anche cinquanta, annebbiato, come uno che si fosse perso al Polo Nord, e nessuno avrebbe potuto più riportarlo indietro. Finché un giudice benpensante decise che la sua condotta di ubriacone recidivo era pericolosa per il piccolo Abramo, figlio di primo letto di soli otto anni. Abramo usciva da scuola ogni volta con un quaderno pieno di storie e più ne inventava sul padre più il padre si divertiva a impersonarle, come fossero copioni fatti apposta per mandarlo in scena. Nella nebbia, quel sorriso sdentato era l’unica cosa luminosa. Era il suo paracadute e decise di indossarlo. Si chiuse in un centro di disintossicazione, si fece rimettere insieme i pezzi, si dimenticò persino quella chioma bionda che ora rifletteva il sole di marzo sotto l’albero di magnolia. Si dimenticò d’averla tanto aspettata e si diede a vizi meno lussuosi. Come il tè da Leg, o l’amore con Betsy.

Betsy l’aveva incontrata quasi subito. Una chiacchiera o un sorriso, lei non se li faceva pagare. Così, nel momento peggiore, quando le poche monete che aveva finivano tutte sul bancone di Leg, lei era lì, a terminare le sue esclamazioni lasciate monche da una gola strozzata nel whyskie. Lei non lo evitava. Era una delle poche, oltre la sua ex-moglie, che, santa donna, doveva pur crescere un figlio, e ci volevano soldi. Ma Betsy non lo evitò nemmeno quando Atom le piantò dieci dollari in mano con un occhio spavaldo, l’altro pieno di lacrime. “Continuiamo la conversazione”, diceva, e andavano a rintanarsi nel retrobottega. Una volta si fece pietrificare dal sesso, come ora dallo spavento, e se ne stette immobile per qualche secondo, stupito da quanta emozione potesse scorrere ancora in quel corpo sieropositivo. “Non ti fermare”, gli ordinò Betsy, e lui continuò boccheggiando e pensando che poi sarebbe morto, e allora era meglio farlo tra le braccia di lei, che non gli facevano pesare la vita. “Ma tu non hai paura?” “Di cosa?” “Del mio male”. Betsy s’era fatta grandi risate, quella volta, e ad Atom sembrava che risuonassero spavalde come un vaffanculo che la gente per bene, fuori dal retrobottega, non se lo poteva permettere. Lei aveva ragione: di cosa avrebbe dovuto aver paura una donna dopo avere attraversato mezzo Texas a piedi quella volta che il suo uomo le aveva fregato tutti i soldi per rifarsi l’anima in Messico, che teneva testa ogni giorno alla lobby dei magnaccia di Chicago evitando di disperdere il suo patrimonio in mazzette, che aveva sputato fuori tre figli uno più roseo dell ’altro per vederseli togliere di mano in pochi giorni dal suo cliente preferito, Sir William Churchtone, giudice di primo grado. Se la figurava ridere a quel modo mentre metteva piede all’aeroporto di New Mexico, tirando per le maniche sbrindellate i tre marmocchi rosa.

“Betsy, adesso dove sei?” Si sentì come un eretico, all’improvviso. Fuori, sotto una luce abbagliante – o forse erano i suoi occhi a essere abbagliati – c’era Zoe/Chioma bionda, spalle spigolose e morbide come sempre, vestiti leggeri anche d’inverno, che non avresti mai detto che il tempo passa e le stagioni si susseguono, a stare al suo fianco. Fuori, sotto l’albero di magnolie. Il tempo era passato, e ora, all’improvviso, con il vento alto e le nuvole leggere a nascondere momentaneamente il sole, sembrava scuro e minaccioso, una fotografia della morte, con una bella donna troppo ossuta e pallida, sotto il grande albero, scosso dai tremiti della costernazione. Sotto quei rami piegati da ere geologiche ideali, Atom aveva passato i giorni a immaginarsela, questa morte, e da quella prospettiva, essa era l’entrata del bar di Leg, la penombra che sbucava subito dopo il primo passo nell’uscio, lo scintillio invitante dei liquori dietro il bancone. Era la risata lontana di Betsy che risuonava dall’oscurità come un monito ai suoi pensieri impauriti. E aveva sbagliato prospettiva. Gli era mancato un pezzo della fotografia, un frammento strappato troppo presto dalla sua vita perché potesse capire che quello era il motivo per cui tutto si era sfasciato. Una donna troppo pallida, malata. “Mi ha scritto ieri. Dice se vogliamo andarla a trovare. Io devo combattere coi fornitori e tenere pulito il locale, non mi fido a lasciarlo in mano a Tom, ma tu, se vuoi, ti do l’indirizzo. Dice che sta bene.” “Chi?” Leg rovesciò un bicchiere asciutto e versò il tè: “Betsy, a chi pensavi?”.

Soggetto offresi

9 giu 2006 In: riflessioni

Metto a disposizione della rete un soggetto che non ho mai potuto realizzare, per un corto di animazione. La cosa è andata così: io e un mio amico ci rimbocchiamo le maniche e cominciamo a tirar fuori un po’ di idee per corti micro, ma veramente micro, da realizzare con animazione 3d oppure tradizionale, o miste. Io adoro l’animazione. Ma non ho assolutamente i contatti e gli agganci giusti per poter anche solo proporre le mie idee. Non ho tempo per mettermeli a cercare. Non ho nemmeno troppa voglia. Al mio amico, che invece ha più fantasia di arrivare al risultato di me, propongo una serie di storie. Ovviamente, questo mio amico, di cui non faccio il nome ma che alcuni dei miei lettori avranno riconosciuto, me le boccia tutte. Anche se devo dire che io ritengo non tanto male alcune di queste proposte. Una in particolare, la trovo veramente azzeccata. Ma tant’è, non piace, non se ne parla più. Via, mettiamola nella cartella dei 30 script che ho scripto e che non vedrò mai sul grande schermo.

Mo’ però, stavo cercando qualche racconto “vecio” o nuovo per aggiornare il blog. E mi è passato per le mani questo corticino ino, L’alchimista. Non era una delle idee migliori, forse, ma racchiudeva un senso, un concetto a cui mi ero affezionata, un racconto che si può realizzare anche con elementi minimi: un personaggio muto, musica, immagini, animazione di tutti i tipi, un colpo di scena a chiudere, per qualcuno forse deludente, ma praticamente il leit motiv delle mie giornate :D

Concludendo. Dato che non ci faccio una ‘beata’ con queste cose chiuse nel cassetto. Dato che non penso manco che stiano aspettando a me, i registi che passano per internet, per copiare idee originali come la susanna. Dato che non ci credo ma ci spero sempre, che a qualcuno possa interessare ciò che una volta, in un momento di grossa autostima, ho scritto. Dato tutto questo: fatene quel che volete. O voi flashari perduti dietro l’ultimo effetto di testo, o voi appassionati di programmi di rendering, o voi registi smanettoni e non, che procedete per la rete a tentoni e siete capitati qui per caso o perchè sono venuta a rompervi le palle e vi ci ho portato io. Se a qualcuno si voi interessa questo soggetto, realizzatelo. Fate diventare la mia creatura una visione, da mandare in onda a reti unificate :D.
Se poi interessa un confronto mi si può scrivere in mail, sono disponibile a: dialogare dell’idea, elaborarla ulteriorimente, dare qualche sporadico suggerimento di regia solo su richiesta. Ho messo a fondo pagina la licenza “some rights reserved”. Non l’avevo mai usata. Perchè penso che se qualcuno si appropria indebitamente dei miei racconti o poesie per scopi commerciali è proprio un coglione, e quindi: meglio chiarire che tutto il resto di questo sito è mio, questo soggetto qui, prendete e usate, anzi, se lo fate mi fate un piacere! Almeno avrò smentito quel mio amico.

a voi il link

Se poi il soggetto fa schifo pure ai miei 4 visitatori, pazienza. Resterà solo un altro raccontino nella rete, a eterna memoria della mia voglia di scrittura e di lettori. Non mi vergogno di questo. Non più.

Orfeo, Euridice ed io

2 mar 2006 In: riflessioni

Contravvenendo alle regole che mi sono data, affianco il racconto stavolta con un pensiero. Questo lo scrissi quando buttai giù questo dialogo/racconto su Orfeo ed Euridice. In realtà sul mito greco a me sarebbe sempre piaciuto riuscire a scrivere qualcosa di più esteso. Poi una volta mi sono imbattuta in una poesia di Rainer Maria Rilke, e l’immagine di Euridice “divisa come un’ultima ricchezza” mi ha tolto di gioco. Le parole che seguono sono ovviamente una parte del mio pensiero. Che in un altro momento metterò per iscritto. Perché su Orfeo e Euridice ho pensato molto. E non ho ancora finito di pensarci.

“………………
il mito di orfeo ed euridice: a un certo punto ho capito. così semplice è il significato del mito, che quasi spaventa, atterrisce. “orfeo, non voltarti indietro”. Lo dice chiaramente: orfeo troverà la sua donna solo guardando avanti, verso la vita, senza adagiarsi triste e ansioso sul passato, come dire che ogni donna può essere euridice, perchè non importa la lucentezza dei capelli o il candore della pelle, non importa il sembiante, come direbbero i colti, ogni donna è bella esattamente come euridice se quella donna è la donna di orfeo e ogni uomo è orfeo, per cui un mondo nasce dalle parole e muore in esse, ma solo la creatura cui furono dedicate può dare vita e sostanza. orfeo si volta, torna sui suoi passi, ed euridice è così condannata a restare pallida figura di una donna che fu e non è più. le donne uccideranno orfeo non per invidia o per disperazione, ma perchè orfeo è il demone della sterilità, del rimpianto, dell’attaccamento alla bellezza leggera e sfumante che non lascia alle donne più fiato di un solo tiepido respiro.”

Questo non è un dizionario

26 feb 2006 In: riflessioni

Il mio oroscopo di internazionale oggi dice che il tipo di parole che userò condizionerà la riuscita e la stessa selezione delle mie esperienze. A tal proposito mi sprona a tirare giù una lista delle parole che possono farmi sentire meglio, e propone “mellifluo, rigoglioso, melodia, luminoso, ondulato, rinfrescante, venerazione, primordiale, scintillio”… Devo dire che mi sento già meglio. Mi sembra di respirare. Rin-fre-scan-te. Sento l’aria nuova che entra e profuma di gelsomini. Mio dio che retorica. Re-to-ri-ca. Puzza di pantofole e polvere. Pri-mor-dia-le. Qualcosa che ha a che fare con l’inizio, l’esser primi, l’essere antichi. Scin-til-li-o. Una luce, ma non diffusa e nemmeno improvvisa, una specie di scoppiettante fiochissimo barbaglio continuo, uno scintillio appunto. La mia preferita è una rigogliosa e ondulata melodia, come l’ultimo album dei Radiodervish, un suono che viene dalle piume variopinte degli uccelli.
Allora, la lista:
Cristallino
Ardore
Abbacinante
Simpatetico
Arzigogolato
Lucido
Senziente

La riempiamo? potrebbe essere utile in tempi in cui l’italiano non è un luogo comune e la fantasia si inchioda sul peso di una sola parola, sconfitta.

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