Orfeo ed Euridice

10 ott 2007 In: racconti

I.
Vieni, ti racconto una storia.

Che storia?

Non essere impaziente, siedi.

No, dai, davvero, che storia?

Quella di Orfeo ed Euridice.

Ma la conosco già.

Ah davvero? e che dice?

Orfeo è un poeta, Euridice una bella ninfa, lei muore, lui la raggiunge negli inferi per liberarla dal cattivo re della morte. Il re gliela restituisce, ma Orfeo si volta troppo presto, prima di essere in salvo. Euridice scompare del tutto. Poi mi pare che anche lui…

Anche lui cosa?

Anche lui muore.

Come?

Le donne. Sono state le donne.

Ateniesi?

Mah, forse della Tessaglia. Lo sbranarono mentre cantava canzoni tristi per la sua bella.

Come Amedeo Minghi.

Non mi pare che nessuno l’abbia sbranato.

Non ancora.
II.
Comunque non è proprio così.

Non è proprio così cosa?

La storia.

Orfeo ed Euridice?

Sì.

Ma basta. Sempre la stessa storia… Dai, ti prego, cambia genere.

E che vorresti sentire?

Non so, magari la storia di un supereroe. Che ne dici di Nikita? Quella è una storia che mi piace ascoltare.

Ma Nikita non è un supereroe.

Non fa niente, non sottilizzare.

Senti, a me non va di raccontarti la storia di Nikita.

Uff!

Io voglio raccontarti la storia di Orfeo ed Euridice.

Ma devo ascoltare per forza qualcosa che non mi va di sentire?

E io devo raccontare per forza qualcosa che non mi va di raccontare?

Vedi tu. Il pubblico ti ascolta, si aspetta grandi cose.

Ma per piacere. Lo sai che quella è l’unica storia cui tengo davvero.

Ma perché ti ostini?

Non lo so. Forse io sono Orfeo.

Oppure sei Euridice.

Già.

Oppure Pollicino.

Non mi sfottere.

Sei tu che hai iniziato co’ ‘sta storia del mito.
E va bene. Racconta.
III.
“Era l’ardua miniera delle anime.
Correvano nel buio come vene
d’argento, silenziose. Tra radici
sgorgava il sangue che poi sale ai vivi
nella tenebra duro come porfido.
Poi null’altro era rosso.”

Cosa?

Come cosa?

Cosa era rosso?

L’ho appena detto. Il sangue. Il sangue è rosso, come il cielo azzurro e il prato verde. Ma tu se senti rosso, parlando di inferi, a che pensi?

Alle fiamme?

Beh, sì, anche, in effetti…

Lo vedi che non sei capace?

La verità è che non ti devi distrarre. Se non mi ascolti, per forza confondi fuoco e sangue. Dove eravamo rimasti? Orfeo è giù, sotto la terra, alle soglie del buio più profondo. Ha commosso con il suo canto Ade. E Mercurio che fa da guida protegge il suo pupillo dai propositi del Dio di tenerselo per sè stesso, ad allietare la sua triste tempesta di anime.

QUesto non c’entra.

Cosa?

Questa cosa di Ade… Non è necessaria.

CHe vuoi dire?

Che me lo dici a fare? Ade si vuole tenere ORfeo, va bene, ma è un’altra storia. Non c’entra con Euridice, va’ avanti.

Si chiama parentesi narrativa, ti dice niente?

Secondo me ‘sto nome gliel’hai dato tu.

Ma no.

Ma sì. Ma insomma, vuoi andare avanti?
IV.
“V’erano rocce
e boschi informi. Ponti sopra il vuoto
e quell’immenso, grigio, cieco stagno
che premeva sul fondo come un cielo
di pioggia sui paesaggi della terra.
Fra i prati tenue e piena di promesse
correva come un lungo segno bianco
l’incerta traccia della sola strada.”

Basta con le descrizioni. TI prego, basta.

Ma lasciami fare. Non sei capace di apprezzare la bellezza di un paesaggio.

No, è che finora hai detto solo quello. Vorrei un po’ d’azione.

“E quell’unica strada era la loro.”

Ora si comincia a ragionare.

Orfeo cammina avanti, mantello al vento, chioma scossa dai fremiti dell’ansia. DIetro di lui, Hermes, il dio Mercurio per i latini, sorveglia i suoi passi come la sua ombra, plana leggero sulla sabbia grigia dell’Inferno, cerca di allietare il viaggio con i suoi continui richiami a Euridice, facendole forza, tenendola stretta tra le braccia, a tratti, perché non cada.

Forse Orfeo era geloso.

Cosa?

Già, magari si volta perché teme che Mercurio gli freghi la ragazza.

MA che dici? e poi, non anticipare. Adagio.
V.
Orfeo non si volta. Non ora, almeno. Sulla strada il suo canto è diventato sospiro, un sottile richiamo per i fuochi fatui, perché illuminino il cammino della sua amata, e diradino la luce ingannatrice, perché nell’ombra ogni candela sembra un faro a indicare il giorno e la vita. Le curve si susseguono, la distanza dal fondo aumenta e il richiamo dell’Inferno giunge sempre più attutito, tanto che Orfeo, ormai, non sente più neppure i passi della sua anima. Rallenta e poi riprende, tendendo l’orecchio indietro, cieco per il desiderio di non vedere più la strada innanzi, ma solo lei. E si stordisce ripetendo: “Essi verranno”.

Ma non vengono, vero?

Vengono, invece, “due dal lentissimo passo”. “Il dio dei viaggi e del lontano annunzio”…

Mercurio?

Sì, avvolto da un fruscio di ali. E lei…

Euridice?

Sì, “lei così amata…”

Com’è Euridice?

E’ un’anima.

Sì, ma com’era? In vita, dico, Orfeo ne avrà cantato la bellezza.

Che importa com’era? Bionda o bruna, con gli occhi cinerei o profondi, la pelle candida o ramata? Euridice era bella, sì, ma di una bellezza che appartiene solo agli dei nella loro eternità. E alle donne tanto amate.

Sei enfatico.

E tu sei petulante.

Io voglio solo immaginare Euridice. Dammi una mano!

Come? Forse così: è un volto di cui non puoi fare a meno, perché la sua bellezza non è un dato oggettivo, ma l’essenza stessa del tuo stare al mondo.


Non ho capito. Sono solo parole, che vuol dire?

Uff, cos’è che non può mancare assolutamente nella tua vita?

Il caffé.

Va bene, allora Euridice è il caffé. Ma tu guarda…

VI.
Riprendiamo. Dov’eravamo rimasti?

Seguono Mercurio ed Euridice.

Sì, lei così amata…

Ancora? Ho capito.

“LEI così amata!… che più pianto trasse
da una lira che mai da donne in lutto”. Ma ora… Ora è solo un’anima.

E’ morta.

E’ libera. Inconsapevole dei dubbi e degli affetti, non si cura dell’uomo che è davanti, segue mite e incerta senza vedere la strada. E’ entrata a una nuova vita, lasciando la pelle vecchia, dissolvendo:
“sciolta come un’alta chioma,
diffusa come pioggia sulla terra,
divisa come un’ultima ricchezza.”

E’ triste.

Sì.

VII.
Improvvisamente l’Inferno è deserto.

Deserto?

Sì. La strada sparisce sotto i loro piedi e non c’è più una via ma tante piccole radici nella terra che si espandono in tutte le direzioni; la volta e la base si avvicinano fino a toccarsi in lontananza, correndo improvvisamente verso un acuto punto di luce. Il silenzio poco a poco è penetrato da un rumore cadenzato di ruscello e il fruscio leggero delle ali del dio sparisce inghiottito da un suono più deciso di interi stormi. E’ come una piena, un’inondazione che sta per invadere il cuore di Orfeo, il ritorno alla vita.

Ma lui si volta…

E’ già cieco

(si ringrazia Rainer Maria Rilke per il suo OrfeoEuridiceHermes)

Maialino volante

10 ott 2007 In: racconti

30 Dicembre 1895

Era una calda mattina d’inverno. Calda per quel che il tempo a Parigi consentiva. Il sole era alto, luminoso, un disco giallo così nitido da sembrare una grossa frittata a Marguerite, la quale aveva una fame da lupi e non lo nascondeva. Gli zii avevano preso lei e Jacques, il suo fratellino rompiscatole, e li avevano portati in gita in campagna: “Bisogna festeggiare anche con voi, mi pare giusto”, aveva detto lo zio Auguste, addolcendo le parole con un sorrisetto buffo, da vecchia volpe. Così, eccoli lì, tutti e sei: lei, il fratellino, i due zii, il nonno e la governante Rosette, una signorona tutta ciccia e pasterelle, che portava sempre una borsa piena di biscotti da regalare ai bambini. Solo che Rosette aveva perso la meravigliosa borsa durante il viaggio in carrozza, per uno scossone che aveva fatto rovesciare alcuni bagagli posti sopra il tettuccio, provocando anche l’irrimediabile dispersione di un ottimo vino di Borgogna lungo il sentiero. Eccoli lì, in mezzo alla radura, che si apre ai limiti della foresta, offrendo da un lato l’ombra di pochi alberi sparsi, isolati, prima di addentrarsi nel bosco, dall’altro un breve tratto di terreno, morbido e ondeggiante di lucida erba, digradante su un piccolo strapiombo, oltre cui si dispiegava la splendida vista di Parigi. Lo zio Louis si era molto preoccupato per lo scossone ricevuto in carrozza, e nonostante avesse già controllato i pacchetti posti sul tettuccio, li stava esaminando di nuovo, stava smontando l’imballaggio che vi aveva posto e tirava fuori strani aggeggi, che poco interessavano Marguerite. L’arietta frizzante e leggera le dava una specie di eccitazione da cui non si sapeva contenere. “Ci sono i biscotti ? Eh, zio, ci sono ?”, ma lo zio Louis non le badava, e chiamava la signorina Rosette per portare via la bambina mentre era occupato a controllare i suoi strumenti. Intanto Auguste e Jacques giocavano a nascondersi dietro gli alberi, e il nonno li vedeva e rideva, stringendosi al petto la sciarpa di lana rossa, e mentre il bambino compiva le sue corse sfrenate e i mirabolanti capitomboli che solo l’energia dell’infanzia può concepire, allo zio Auguste veniva un fiatone da cane assetato, tirava fuori la lingua penzoloni, e cadeva con una morbida piroetta sul prato. Al che, senza esitare, Jacques correva gridando “Evviva!”, e con un’ultima capriola si gettava sullo zio sconfitto. Rosette, dopo avere richiamata Marguerite, guardava divertita la rincorsa, gridava qualche raccomandazione sul non bagnarsi, o cose del genere, poi come è per ogni grosso pachiderma che si rispetti, stendeva dignitosamente la coperta sotto un albero, e si adagiava con un libro sulle ginocchia. Anche la bimba allora si gettò nei giochi, ma con poco entusiasmo, impacciata da guanti, sciarpa, cappotto, cappello, e tutti quei vestiti che le mamme ti mettono per chiudere la porta di ingresso al freddo, “per chiuderlo fuori del tuo corpicino”. Una brezza leggera si stava alzando, o forse era il vento della corsa che tagliava il volto di Marguerite, e qualche gocciolina tiepida di sudore cominciava a danzare sulla fronte sotto il cappello. Allora anche Marguerite si dichiarò sconfitta gettandosi a terra, e Jacques rinunciò a seguirla oltre, balzando dietro lo zio che intanto aveva ripreso le forze. Lì, nel folto dell’erba, la bambina sentiva un profumo dolce e penetrante, e un fresco confortevole di rugiada sui vestiti. Poco a poco cominciò a farsi strada tra le voci squillanti e le risate, il silenzio del bosco. Vicino alle orecchie scoperte frusciavano foglie secche scosse da un alito leggero, mentre sotto le mani, ora nude, si piegavano docili e sinuosi fili, che Marguerite non vedeva, ma che poteva ben immaginare di un verde chiaro e sbiadito. Stando così, come il Gesù in croce che la mamma aveva in stanza da letto, braccia aperte e la testa abbandonata all’indietro, poteva vedere solo un angolo di cielo sopra i suoi occhi. Lentamente si avvicinavano con gran maestosità delle nuvole bianche candide, che appena passavano dinanzi al sole, oscuravano per poco quel bagliore diffuso e mostravano zone oscure, più gonfie, ridondanti e morbide. Di tanto in tanto qualche uccellino le attraversava la vista e allora cercava di seguire tutti i movimenti del suo volo, per capire come fosse possibile che quell’animale molto simile alle galline che la nonna aveva nell’ovile dietro casa, potesse restare sospeso in aria. Ma quando gli uccellini non la disturbavano, allora veniva il bello dello stare naso all’aria. Guardando le amiche nuvole, infatti, riusciva a scovarne alcune che assumevano le forme più impensabili. Eccone una che assomiglia a un castello da fiaba, con tutte le guglie sopra le torri e gli stendardi fluttuanti al vento. Ed ecco, lì dietro, che emerge piano piano un drago, e la nuvoletta che gli sta dietro, sembra una fiamma sputata fuori con forza. Poi una lumaca gigante, un pappagallo che vola, e… e una rondine le attraversò il pezzetto di cielo. Mentre l’ombra nera dell’uccello copriva per poco gli occhi della bambina, chissà perché, il suo stomaco produsse un rumore da orso in letargo. Marguerite portò una mano sulla pancia e le ordinò di tacere, ché tra poco più di un’ora avrebbero pranzato, ma mentre cercava di tornare alla sua occupazione, di visitare in volo qualche altra nuvoletta passeggera, le comparve davanti una grossa cascata di panna, che riversandosi sul sole, mostrò i suoi strati interiori, ricoperti di cioccolata. E mentre la divina immagine rifluiva verso altri spazi remoti, la sostituiva una fragola immensa, ma bianca di vaniglia, al cui seguito danzavano in corteo tante piccole nocciole caramellate, agitando i loro veli di zucchero, tutte sinuose e dorate alla luce del sole loro complice. Quando sopraggiunsero dei bignè spruzzati di panna, Marguerite non resistette, e allungò una mano. Ma dovette nuovamente sentire quell’odioso rumore dello stomaco, che non sapeva aspettare, e costatò che le nuvolette si erano fatte complici di quell’antipatico per farle aumentare la fame. Si alzò decisa, tutt’a un tratto, sbilanciandosi e perdendo l’equilibrio per la foga di quel gesto. Ricadde su un ginocchio, proprio davanti a Jacques che veniva a chiamarla per cominciare il pranzo. “Non c’è bisogno che t’inginocchi davanti a me, mi basta che mi chiami monsieur !”, disse sbellicandosi dalle risate la peste. Al che iniziò una nuova e più vigorosa rincorsa tra i due, che si concluse alla tovaglia del pranzo davanti a Rosette che apparecchiava, con i due bimbi che guardavano eccitati i cesti delle vivande.
Due guance rosse colorirono la giornata di Marguerite, che dopo pranzo si dedicò ad ogni tipo di giochi col fratello e con gli zii. Guardandola così in salute e allegra, lo zio Louis chiamò Auguste e i due si misero a montare gli strani macchinari che avevano tirato giù dalla carrozza. La bambina, che fino allora non si era mai fermata, li osservò un po’ stupita, poi riprese a correre verso il boschetto. E cadde. Fu un bel salto di un metro, che fece inciampando su una radice rialzata dal terreno ; Jacques se la rideva a crepapelle, e intanto lo andava a raccontare al nonno. Marguerite si girò su se stessa e scoprì di nuovo il cielo. Stavolta le nuvolette erano normali, tutte bianche, anche un po’ rosa per il colore gemmato che aveva preso l’aria in quell’ora pomeridiana. Gli uccellini più fitti stavolta si dirigevano verso l’interno del bosco, chiamando con fischi prolungati e cantilenanti i loro compagni. Si stavano radunando per la sera imminente. Ancora Marguerite cercava di studiare i loro movimenti. “Se loro possono volare, niente impedisce che un giorno lo possa fare anch’io.” Così pensava, e intanto afferrava con le mani l’erba e la strappava docilmente, per non farle male, quasi, per sentire con la pelle lo strappo dei fili. E mentre ancora guardava in cielo, vedeva le nubi diradarsi. “Domani sarà un bel giorno, l’ultimo dell’anno con tanto sole”. E le sottili figure nere degli uccellini diventavano sempre più fitte, sostituivano le nubi nel coprire il cielo. Ad un tratto sentì il richiamo degli zii, e le urla di eccitazione di Jacques che risuonavano squillanti nel fresco della sera. Si alzò e li raggiunse. “Così, Marguerite, vieni correndo, che ti si possa vedere meglio, più vicino, non troppo, altrimenti oscuri l’obiettivo”, era la voce di zio Louis, che da dietro una specie di enorme dagherrotipo su un treppiedi, le dava indicazioni, e zio Auguste intanto iniziava una danza scalmanata con Jacques, mentre il nonno si avviava in un valzer solenne con la grossa Rosette. Marguerite restò un attimo immobile senza capire bene. Ma come ? Quando le dovevano scattare una fotografia, la sgridavano sempre perché stesse ferma, ed ora le dicevano addirittura di correre e danzare ? Cominciò a ridere, pensando alle facce che sarebbero venute in quel guazzabuglio farsesco, e si prestò anche lei al gioco, poi uscì di campo e si avvicinò con fare circospetto allo zio Louis. “Zio, zio, ma cosa vedi mentre giri quella manovella ?” Lo zio la sollevò sopra una cesta rovesciata e continuando a girare la manovella, le avvicinò la testa ad un buco nero con la luce in mezzo, da cui Marguerite cominciò a distinguere la sagoma del fratello e quella del nonno, e tutti proprio com’erano, che prendevano il sole o giocavano, e Rosette che offriva qualcosa da bere al nonno. E mentre tutto questo avveniva davanti a lei, chissà come il buco nero si mosse. Marguerite aveva infilato un piede nella cesta, sfondandola, e aggrappatasi alla macchina aveva girato l’obiettivo verso l’alto, e prima che lo zio potesse intervenire, riportando Marguerite a terra, la bimba poté vedere un lembo di cielo, e tutti gli uccellini che volavano verso il bosco, le nuvolette che sparivano fuori del quadro, una grossa macchia nera che avanzava al ritmo di un valzer viennese, leggera e dai riflessi rosei, paffuta e sorridente, con due alucce da passerotto e una pancia da dirigibile. “Un maialino, un maialino volante !”, gridò la bambina. E zio Louis raddrizzò il cinematografo.

Vorrei andare lì

10 ott 2007 In: racconti

“Vorrei andare li’ dove mi diceva Ada, dove non c’è nulla eppure non manca niente. Ada c’era stata, una volta sola, e non se ne poteva più scordare. Quella storia me la raccontava ogni volta che sorseggiavamo il tè sulla sua terrazza assolata, che sembrava un attico colmo di ulivi e rose col miglior panorama di Roma, solo per il fatto che eravamo lì a goderci una bustina in due, mentre il traffico della Tuscolana inghiottiva i nostri pensieri. Io pensavo che la storia di Ada in fondo era un sogno, solo un bellissimo desiderio che una notte si era trasformato in un viaggio, tangibile, di profumi e ricordi che non ap-partengono a nessuno e per questo sono a buon mercato. Ada mi disse che era stata proprio in un posto come quello che io adesso vorrei. Non c’era più niente, solo il deserto, un sole caldissimo e immenso, ma a due passi la fonte, il villaggio, una vita di piccoli artigiani e piccoli pastori con cui non era necessario mischiarsi. Io mi immaginavo i vestiti, Ada mi raccontava del miglio e del mais che ogni giorno pestava e metteva da parte. E ogni giorno scambiava grano con uova, grano con vino, grano con tessuti. Anch’io poi una volta sono stata lì. Solo una notte…”

Abitava un’unica stanza. Fuori si cucinava, si mangiava, ci si lavava. Dentro l’unica camera, c’era una bambina, pochi mesi ma già sapeva ridere. Il marito veniva di tanto in tanto a dare un saluto, qualche vestito, un agnellino appena nato e già pronto per il pranzo. Le sue visite erano regolari e un po’ troppo distanti l’una dall’altra. Lei non resisteva, aspettava sulla porta il momento di vederlo solcare il colle oltre il quale il villaggio con le sue case fitte dettava la legge e scandiva il tempo. Il tempo era la distanza tra il colle e l’uscio di casa, trenta passi di attesa e un’infinità di secondi dopo ogni saluto. Lei abbracciava la bambina e le insegnava le sillabe, le raccontava ogni cosa non fosse a portata di mano. Un giorno il marito non solcò la collina. Lei aspettava trepidante e continuava a fissare quel punto dove il cespuglio di rovi nascondeva il sentiero. Ma l’attesa era lunga e lo sguardo si infittì troppo sulle ombre che non si allungavano, tanto da non accorgersi che nella stanza era entrato un ladro. Era un ladro curvo, rinsecchito, la fame lo rendeva cattivo. O forse la cattiveria gli fece venire fame di avere di più. Perciò, senza trovare niente, prese l’unica cosa di valore. Lei tornò in casa allarmata, il marito non arrivava e gli occhi cominciavano a dolerle. Quando si accorse che la bambina era sparita, corse impazzita intorno alla casa, e allora li vide, terribili e minacciosi. Trenta ladroni correvano sui loro cammelli perdendosi nel deserto, uno di questi portava aggrappato alla gobba un fagotto appena sottratto da quattro misere mura. Urlavano nella loro lingua incomprensibile e lanciavano terra in tutte le direzioni. Il cielo era violaceo, nell’ora che precede il tramonto. Ada uscì di se stessa. Non nel senso che impazzì di dolore, ma guardando più lontano di quanto i suoi occhi avessero mai guardato, cominciò ad alzarsi in tutta la sua altezza per raggiungere la pista di nebbia sabbiosa che i ladroni si lasciavano dietro. E alzandosi si librò in aria, cambiò pelle, trasecolò, perdendo il contatto col terreno e diventando uccello. Due ali colorate e varie, piume sottili e piume forti, di pavone, sparviero e angelo, le strapparono le spalle e le rivelarono la sua vera natura. Ada non si fermò a pensare se quello era un sogno o un desiderio o se qualcosa dentro di sé era rimasto nascosto troppo a lungo, ma sbattendo contro le cime degli alberi volteggiò incapace fino a toccare il colle. E piegata dalla fatica del volo vide appannata una scia di polvere che si allontanava in linea retta. Una prima lucidità improvvisa, generata dall’ansia di ciò che stava accadendo si dissolse nel panico. Ada cominciò ad arrancare di corsa in cielo. Volò altissima per non rischiare sguardi indiscreti. Si vergognava di quel aspetto deforme e si vergognò anche di arrivare in città dall’alto. Sorvolò i palazzi precipitando sui tetti ogni volta che tentava di atterrare; davanti a una finestra alta si accorse del volto noto, si aggrappò a tutte le sue forze ed entrò. In quella stanzetta c’era il marito. Lui non la riconobbe, parlava con degli uo-mini lunghi e magri, vestiti di nero con un cilindro nero, tesi nei gesti a imitare geometrie spigolose e ipnotiche. Il marito macchiava il suo sguardo di quegli aspetti e attendeva risposta dei suoi commerci. Non la notò troppo. Ada cercò di parlare, di raccontare gli eventi, ma la voce le usciva in un filo e come un fischio smorzava le parole in gola, comprimeva le emozioni in un unico suono incomprensibile. Raccolse le sue ali colorate e si precipitò fuori dalla finestra. Schiva ormai della sua vergogna prese a planare sui vasi radunati negli atri, sfiorava piante grasse a un metro da terra con l’ultima piuma timone e più d’uno in strada la guardò sbigottito. Ada fuggì veloce. Prese a rincorrere la pista che aveva stampata nella memoria, capì che c’era una sola rotta da seguire e si diresse al deserto. Come uno che arranca nel buio, senza conoscere la direzione ma solo conscio di poter avanzare a tastoni fino al prossimo ostacolo che potrebbe essere letale, Ada arrancò sulle soglie dell’immensa distesa di sabbia, desiderando di imbattersi in qualcosa, una briciola di pane che le indicasse il cammino. Non c’erano tetti su cui nascondersi e ormai nemmeno più alberi per prendere ombra. Solo un gruppo di pastori intorno a un fuoco, la sera che poteva essere amica e un gregge di pecore. Ada cercò rifugio tra le pecore, che per quanto non fossero sue simili non l’avrebbero trovata troppo diversa. Quando vide i pastori controllare la tranquillità del gregge, Ada si accucciò sotto una piccola pecora grassa di lana, più cupa e sporca delle altre. La pecora la coprì e poi si scansò. “Ma tu che vuoi?”. Ada che non proferiva parola da ore trasalì a sentire la voce dell’animale. “Aiutami ti prego, dei ladroni hanno rubato la mia bambina e io sono solo quello che vedi. Voglio trovarla.” La pecora era molto sporca e chiese le venisse pulito il collo, perché portava dietro le orecchie troppe foglie per poter sentire bene i suoi detti. Ciò fatto, l’animale disse di chiamarsi Adele e che sì, aveva visto passare dei ladroni. I suoi padroni li avevano accolti con grandi pacche sulle spalle e cibo e risate. E c’era un fa-gotto di cui non si poteva dire nulla. “Dimmi dove sono diretti, io ti lascerò in pace e me ne andrò in cerca dei ladroni”. “Ma dove pretendi di andare tu, che appena spicchi il volo vieni impallinata da questi quattro cafoni”. Adele propose un patto ad Ada: l’avrebbe aiutata a trovare la sua bambina e protetta dai pastori se Ada l’avesse portata via con sé, in qualsiasi posto, purché lontano da quella landa desolata senza alberi. Ada cercò di convincerla che là dove andava c’era solo deserto, e cercò anche di spiegarle con delicatezza che non ce l’avrebbe mai fatta a portar via il suo peso. Ma Adele era cocciuta e si impose: “O mi porti con te o io comincio a belare come un’assatanata”. La compagnia si compose in quel momento. I pastori fecero ammansire le pecore nel recinto della notte, e Adele trascinò Ada aggrappata al suo grembo al sicuro da occhi umani. Poi, con il favore del sonno collettivo, Adele si allontanò dal gregge e uno strano fenomeno avrebbe potuto essere osservato in cielo se non ci fosse stato il buio e qualche rapido cader di stelle e una luna nera che oscurava la notte. Una pecora si alzava a balzi sorretta da una forza misteriosa che a ogni balzo trascinava più in alto il suo pesante fardello. E mentre cresceva l’altezza, singhiozzando tra il cielo e la terra, quel volo diveniva via via più leggero e morbido. Un grosso angelo scuro si allontanò con una pecora in braccio addentrandosi nelle terre dei ladri.
Adele raccontava ad Ada nel viaggio quel che aveva sentito dai suoi padroni: “hanno preso pani e capre, formaggio e molta acqua, si preparano a una lunga traversata. Io ho sentito dove sarebbero andati. Devi proseguire lungo la via delle dune, quando queste finiscono troverai un’oasi. Ecco, a quella collina mi puoi lasciare, sono abbastanza lontana”. Ma Ada non accennava a scendere. Adele si cominciò a preoccupare: “Il cielo è alto, ormai mi staranno cercando, ti rallenterai se continui a trascinarmi con te. Lasciami accanto a quel ruscello, così potrò bere e orinare sull’erba folta. Il che mi da un certo piacere.” Ma Ada proseguiva. “Tu verrai con me”. Adele cominciò a belare dispe-rata. “Io ho bisogno di una guida e tu conosci bene i pascoli e anche le zone meno fertili, dove non c’è rifugio.” Adele tentò inutilmente di liberarsi, ma nel cielo senza nemmeno potersi confondere con nubi che non c’erano, vedeva distintamente l’ironia della sua sciagura: libera finalmente, ma troppo lontana da terra per poter scacciare la sua liberatrice. “Va bene, ma tu sai dove stai andando? È un viaggio lungo e farà caldo e ci sarà fame e sete e solitudine. Loro vanno lì”. “Tu sai dove vanno i ladroni”. “Tutti i ladroni vanno lì per barattare la loro merce”. “lì dove?”. Adele belava disperata e sarcastica. L’angelo che la trascinava cominciava a scorgere solo ciuffi d’erba secca e la via delle dune. “Dimmi dov’è lì o ti lascio cadere”. “Hai fatto presto ad imparare a volare, e anche a minacciare i compagni”. “Dov’è lì?”. Adele non ebbe bisogno di faticare molto a spiegare. Le bastò dirigere il muso in una direzione, verso un punto lontano sull’orizzonte. Dall’alto delle sue capriole, Ada poteva vedere la meta, quello che sarebbe stato solo l’inizio della sua avventura senza fine. Quello era il Libro delle Storie, una barriera alta più di dieci grattacieli so-vrapposti, lontano allo sguardo eppure visibile. “Loro vanno lì, nel Libro”. E non ci fu bisogno che Adele dicesse altro, perché Ada sape-va: che quello era il Libro di tutte le storie, che i ladroni stavano imboccando la strada per le sue entrate di pagine sottili e bianche. Lì si componeva ogni verso, gli incipit e i finali e ogni cosa che avesse un limite si riversava in un racconto come una storia che narrasse delle mille e una notte di tutto il mondo. L’angelo dalle ali scure e variopinte strinse gli artigli sulla sua pecora compagna di viaggio e diresse il suo volo al centro del mondo, nel cuore del li-bro, per recuperare una fagotto che appena sapeva ridere.

“Guardo Ada e penso che vorrei andare lì. Lei rimpiange la vita di tempi scanditi da pause regolari e regolari piaceri, ma poi un guizzo negli occhi mi fa capire che le manca qualcos’altro. Si massaggia le spalle come se sentisse il vuoto che le opprime. E io mi figuro circondata di ali, a volare nel Libro dei libri per salvare qualcosa di piccolo che non so bene che volto abbia. Una volta ci sono stata, sì, mi dico. Ma forse era solo in sogno.”

La Sentinella

10 ott 2007 In: racconti

Sparò.
Poi contò fino a cinque.
“Se non vedi qualcosa muoversi vai in avanscoperta. Ma attento a indagare il terreno senza metterti nel mirino del nemico”. Il capitano aveva quel modo tutto suo di istruire i suoi uomini. Una parola si capiva, una no. Andrea non aveva studiato, non aveva fatto il servizio militare, non aveva mai visto neanche un fucile da vicino. Solo la pistola del nonno, una volta, per sbaglio. non aveva voluto toccarla. “Ohi Andrea, che tu c’hai paura?” e giù una grassa risata. Finito di contare si alzò sospettoso.

“Se non vedi qualcosa muoversi…” no, nulla. La stradina sterrata restava gelida e immobile sotto il chiaro di luna. Al lato una quercia portava ancora i segni delle pallottole. Un merlo giaceva per terra in una pozza di sangue. Forse un colpo andato a vuoto, forse un proiettile rimbalzato. Il capitano lo diceva sempre: “orca madonna, non sprecate munizioni! chi vi ha insegnato a tirare?”. La testa china, lo sguardo assente, Andrea ripeteva a se stesso “lei capitano, lei capitano…” ma sottovoce. Poi riprendeva il fucile e se lo rigirava tra le mani, come una canna da pesca, un bastone da pastore. “Come sono fatte le mazze del bessboll?”. Era sempre Giuseppe strozzaprete che faceva quella domanda, ogni volta che qualcuno giocava col fucile. “Che vuoi che ne sappia, io? Mica sono stato in america…”. “Eh, ma il cinema… minchia, non lo vedete mai il cinema… che girano quelle mazze, tutti i giocatori con maglietta e pantaloncini bianchi, e c’hanno pure il cappello…”. Andrea non partecipava, perché la sua mazza immaginaria era uno strumento di sangue. Aveva visto lo scoiattolo morire, quello sparato dal capitano, e non pensava che una bestia così piccola e dolce potesse fare tanto schifo.

“Se non vedi…”, come no? Ecco lì un merlo. Ma era immobile. La paura gli frenava il passo, ogni movimento sembrava dieci volte più faticoso. A un certo punto si accorse che la gamba era troppo divaricata, sarebbe caduto, così carico di provviste, zaino, fucile, munizioni, un elmetto trovato lungo il sentiero, un pacco di sapone che il bianchino gli aveva dato da conservare… e tutto oscillava impedendo l’equilibrio. Oppure avrebbe fatto un gran tonfo col piede destro su uno spuntone di roccia. Un botto sordo nella notte. Un gufo rispose dall’altra parte della strada. Allora la natura non era morta, o fuggita? Qualcosa rispondeva. Il sudore cominciò a ghiacciargli la schiena. “Se mi sentono, se sono ancora vivi, se è più di uno… madonna aiutami…”.

“Vai in avanscoperta…”. il rifugio tra i cespugli in alto è abbando-nato. Andrea guardò con la coda dell’occhio alle sue spalle. Non era lontano, ma irrimediabilmente irragiungibile. “Vi muovete come pecore! lenti, lenti! se il nemico vi prendesse alle spalle non fareste nemmeno in tempo ad alzare un braccio. in guardia!”. Il capitano aveva ragione. E poi c’era la faccenda dei calli. Ché erano venti giorni che camminavano senza sosta tra le colline della toscana, in un posto che nemmeno si sapeva il nome. E Andrea non aveva calze, nemmeno pezze, un pò di carta rimediata dalla parete di una casa occupata dai fascisti. “Con il duce vinceremo!” c’era scritto su un fondo bianco su cui troneggiava un profilo nero ben riconoscibile. E adesso ornava i talloni di Andrea. Ma era carta vecchia, anche un pò marcia, e gli insetti ci si andavano a fare il nido. Così, dopo l’ultima pioggia torrenziale, circa due giorni prima, aveva dovuto rinunciare anche a quella calza improvvisata per mettere i piedi direttamente dentro le scarpacce vec-chie del nonno, buonanima, che a lui non gli servono più. E va lento lento giù per la scarpata. Andrea continuava a muovere gli occhi più delle ginocchia, e restava per lunghi istanti piegato in avanti. Ma non erano passati cinque minuti. Ma era passata un’eternità. Ché forse quel tedesco era morto, e forse poteva tirare un sospiro di sollievo. E gli sarebbe venuto un bel sospiro ampio, cattivo, perché era la somma di tutti i sospiri che quell’uomo non avrebbe mai più tirato giù nei polmoni. “Meglio lui che io”. Ma adesso non si poteva pensare. Da una parte una piccola luce si agitava, erano i suoi occhi che volevano vedere la luna nascosta dietro la quercia o c’era qualcuno che gli fa-ceva segno di raggiungerlo?

“Attento a indagare il terreno…”. Accanto al corpo supino non c’era nulla. Andrea si aspettava una pistola, un elmetto, uno zaino, qualco-sa… “No, no…” la sua voce interiore cominciò a vacillare, sentiva i singhiozzi che salivano su, su nella gola. Adesso doveva fermarli, ma la fronte ora sudava di un sudore diverso. Il tremore si diffuse per tutto il corpo. Non c’era nulla. Quel tedesco, con l’uniforme tedesca, con i gradi attaccati alla spalla, e poteva essere chiunque, un ragazzo bruno con gli occhi aperti sul vuoto. Sembrava potesse guardare la paura di Andrea, il terrore lo invadeva man mano che si insinua-va il pensiero di un tranello. Non c’era pistola, non c’era elmetto, non c’era zaino. “Dove cazzo li hai lasciati?” Andrea diede un calcio al braccio riverso del morto, niente. Si chinò e girò il corpo. Niente. Si ricordò degli insegnamenti del capitano: “se vi trovate a per-quisire un nemico, prendete tutte le munizioni possibili, scioglietegli i lacci, il metallo… è ovvio che se ci sono armi…”. Niente. La mente offuscata dall’ombra opprimente della quercia. E il corpo del merlo giaceva a pochi passi. Forse stava dormendo, forse il proiettile aveva rimbalzato e l’aveva preso. Adesso bisognava pensare al morto. “I bottoni!”. Gridò senza rendersene conto. Seguì un silenzio infinito. Un lieve fruscio tra gli alberi in lontananza. Di nuovo la luce si avvicinava, ma era alle spalle di Andrea e lui non poteva vederla. “Ci vorrebbe la mi mamma! altro che le cure amorose del capitano… questa giacca fa schifo, scende da tutte le parti, ormai la vado raccogliendo per strada, me la devo legare attorno, manco fosse un sacco tutto sfrangiato!”. Era il Bianchino. Che guardava il pelo nell’uovo, la giacca rotta. C’era chi non aveva la camicia, e lui pensava alla giacca. “Eh, ma i tedeschi mica stanno nella merda come noialtri! se ne becco uno mi frego la giacca e i pantaloni!” “Sì, così noi ti spariamo perché sembri un tedesco!” “Ma loro c’hanno i bottoni. Vuoi mettere i bottoni! e sono di metallo lucido, con l’acquila sopra.” “Ma quando cazzo le hai viste, ‘ste cose, tu? che ti sei avvicinato a un tedesco mai più di trenta passi…”. E sognavano di un giorno in cui ci sarebbero state giacche coi bottoni per tutti, e sigarette, e le scarpe senza chiodi che quando escono dal cuoio, sei fottuto, perché la pelle ti si squarcia tutta e fa un male cane. Ma quel soldato lì non li ave-va i bottoni. Andrea sbiancò e capì, forse aveva capito. Ché se i bottoni erano di metallo… ché se quel soldato non aveva i bottoni forse voleva dire che… dal silenzio emerse come un latrare di cani, ma più umano. In un attimo il colpo andò a segno. Andrea non aveva fatto nep-pure in tempo a voltarsi. cadde a terra pesante. Sbattè la guancia sulla mano sporca di sangue del soldato nemico. Nella nebbia della morte vide due uomini in divisa avvicinarsi. Uno lo girò violentemente di lato, esaminò il corpo ormai gelido del morto, disse qualcosa all’altro rimasto a distanza, con il fucile puntato su Andrea. Lo guardarono bisbigliando. stavano per sparare il colpo di grazia.

“Se non vedi qualcosa muoversi vai in avanscoperta. Ma attento a indagare il terreno senza metterti nel mirino del nemico”. Ma le parole si allontavano come una nave sull’acqua.

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