C’era un volta un re…

10 ott 2007 In: racconti

C’era una volta un re con le sue tre mogli che amava tanto: Chiara, Filippa e Romina.
Romina era la più bella e giovane. Con gli occhi color del cielo e i capelli rosso amarena, le guance morbide e i seni appena sbocciati. La dolce Romina era figlia di un pastore capitato nel regno del re, un giorno che inseguiva una pecora, Romina, scappata al gregge. Il pastore che si chiamava Eugenio vide Romina che scorrazzava nelle terre del re e la apostrofò: “O Romina, unn’è che vai? torna a la casa, pecora della malora”. Ma Romina niente. Restava immobile a contare gli òmini.
Passò una strega che scappava dai cani del re proprio in quel momento. “Bastardo d’un cane”, diceva al re, non ai cani “se mi capiti sottomano ti rigiro come una seppia!”. La strega, come vide la pecora, pensò: “Ora gli fo un bello scherzetto!” e trasformò la pecora in fanciulla. Cosicché il re, che veniva dietro ai cani, vide la bimbetta e se ne innamorò. Piccola e rossa come una ciliegia. Una delizia. Il pastore andò su tutte le furie. “O che tu vuoi, pastore? Che la pulzella è figlia tua?”.”Sì, maestà, ma vede, l’è che c’è un problema…”. “Spara, avanti, me la voglio sposare, sa, mica me la inchiappetto senza darle una dote! o non ti fa piacere d’averci un re per genero?”. “No maestà, è che la bimba l’è una pecora!”. “Questa è bella! Che avrei capito se m’avessi detto che l’è una somara, ma una pecora proprio no! E te come fai ad aver per figlia una pecora?”. “Maestà, suvvia, siamo òmini di mondo. Io son pastore, mica contadino. E’ che il tempo passa e la casa l’è lontana. Mai così lontana. E capita…”. “Capita?”. “Capita, capita!”. La strega sbellicava dalle risate, poiché il re tirava da una parte e l’Eugenio da un’altra, e la povera Romina in mezzo belava, ma belava, ma belava così forte che era uno strazio per il cuore.
Non vi dico la faccia delle altre due mogli, quando videro la bimbetta. “Un’altra? ma te sei scemo, eh? Già si stava stretti in tre qua dentro, figuriamoci in quattro”. Chiara era piuttosto contrariata. Filippa, la più vecchia, vedeva la pelle morbida e lucente della nuova arrivata e pensava che presto l’avrebbero mandata in pensione. Il re non volle saper ragioni: “La sposa ormai ce l’ho, e guai a chi me la tocca!”.
Il problema non era la gelosia delle altre due, nè la libidine sfracellante del re. Il problema era Romina. Che non la finiva mai di belare. E la notte non pigliava sonno se non le si faceva contare almento 130/140 òmini. Così il re aveva cominciato a sentirsi un pò moscio, le due mogli parecchio insonnolite. Allora il re mandò a chiamare il pastore Eugenio. E stabilirono di comune accordo: “Te ti porti la Romina la notte a farla dormire con l’altre pecore, io me la tengo di giorno. E le sia tagliata la lingua, che non beli più per carità!”.
C’era una volta un re con le sue tre mogli, che amava tanto. Beeeeh, forse erano due.

Della caverna, l’interno e la morte

10 ott 2007 In: racconti

“Sono un airone”, disse, e dispiegò le ali, immense ali bianche, candide come nevi, e con un leggero fruscio fu un punto nel cielo. Da lassù potevi sentire le risate e i ghigni sottili, guardò solo un istante verso il basso poi picchiò sul sole. “Non volevo rompere il sogno, ma è stato come cadere dalla veglia al sonno, inevitabile, impossibile impedire al mio corpo di volare verso la stella padre”. E cadde, cadde, cadde. Le ali frantumate in mille fiammelle, la cera sciolta, “Non c’era cera”, mi canzonava anche, da laggiù, dal nero oceano e ne uscì delfino “Sono elegante”, disse, e sguizzò nel profondo diventando squalo. Quando i suoi denti dilaniarono un tonno, quasi per caso, quasi per sbaglio, risalì inorridito. “Non volevo, non volevo, è stato come cadere dalla veglia al sonno, non sono stati i miei denti a strappare la carne”. E piangendo si seccò e dissolse come scultura di sale. E fu granchio, gioioso di zampettare su punte arancio, color del tramonto. Confuso tra le dune ne scelse una abisso e si perse e strisciò fuori lombrico, rotolandosi nel fango, ma un castello era il il fango e la torre più alta crollò scavata da lunghe gallerie di lombrico. E “non volevo, non volevo” e s’addormentò. Schiuse gli occhi all’alba, fissando il monte, ed era cammello, placido, silente. Masticò i resti del suo corpo lombrico e sciolse le redini correndo verso il monte, ma incontrò un burrone. Precipitando pianse ancora per la sua gobba schiacciata di lì a poco. E piangendo divenne pioggia, sognando di incontrare un fiume. E sparse il sale delle lacrime nell’acqua sottostante trascinato dalla corrente, disperso in una goccia. Intrecciò rami e cespugli e rocce informi al suo fluire e su queste ultime sputò l’anima che fu orso. Gli schizzi lo distrassero dai pesci e rise ancora, rise orso, anche se gli orsi non ridono, così si dice. Ma ridendo e schizzando abbatté un albero piccolo e robusto, con furia da orso, senza capire. “Fu come passare dalla veglia al sonno e i suoi piccoli erano in acqua, urlanti, soli. Non poté nulla, si protese, annegò, nonostante gli orsi sappiano ben nuotare. Ma non era orso, bensì zanzara. E divenne il salmone che la inghiottì, e la lontra che lo sgozzò, e il cespuglio che la imprigionò, e il fiore che ne fiorì, e l’eremita che lo strappò per farne minestra e bellezza dello stomaco. E quando tornò nella caverna, nel buio di questa umidità malsana, dopo mille anni vagando attraverso le forme di una vita imperfetta, domandò riposo. E ristette meditando serio sulla sua altezza. Io socchiusi gli occhi. “Dormi?”. Sorrisi. “No. Abbandono la veglia”.

Prologo

9 ott 2007 In: racconti

Zoe
Stava lì, fermo davanti al bancone come se all’improvviso tutt’intorno ci fossero solo immensi dirupi e squarci della crosta terrestre, un vuoto ridondante di eco. Leg lo guardava sbirciando da dietro la prima fila di bicchieri disposti a testa in giù a sgocciolare, mentre si indaffarava a fingere di essere molto occupato con misteriose bottiglie da riordinare sotto al lavandino.

“Dammi il mio tè”, avrebbe dovuto dirlo già da qualche minuto, e poi sarebbe andato a sedersi in giardino, sotto l’albero di magnolia. Ma la parola gli è morta in bocca, una foglia secca e accartocciata che impasta la lingua. Tre anni che il vecchio Atom pronunciava sempre la stessa battuta. Qualche volta ci infilava anche un “Buon giorno”, o un “Amigo”, o tutt’e due insieme, se era di voglia. Da quando aveva smesso di correre dietro a bottiglie scintillanti di alcool, odorose di vino e malvasia, spumeggianti di schiuma al doppio malto. Leg fa il suo mestiere. Versa nel bicchiere tè o vodka con la stessa aria distratta, lo stesso desiderio di essere altrove. Atom invece non si sentiva così leggero. Quella parola, tè, ancora gli si attaccava al palato, a volte, a fargli pensare a quanta sete si può avere nel deserto, a quante casse di birra ci vorrebbero per prosciugarla tutta. “L’ultimo bicchiere l’ho vuotato da un pezzo”. Ci era stato costretto, e non sarebbe tornato indietro nemmeno se gli avessero annunciato l’avvento del Signore, nemmeno se lei fosse tornata. Ma adesso, vacillava. Zoe era tornata. I primi tempi, subito dopo l’abbandono, Atom non esisteva. Gli s’era scatenata una bufera, dentro, e continuavi a raccogliere cocci, ogni volta che passava; era tutto in disfacimento. Non vedeva più niente intorno a sé. Sapere che sarebbe morto non lo aiutava a schiarirsi la mente. Avrebbe passato gli ultimi anni della sua vita, fossero stati anche cinquanta, annebbiato, come uno che si fosse perso al Polo Nord, e nessuno avrebbe potuto più riportarlo indietro. Finché un giudice benpensante decise che la sua condotta di ubriacone recidivo era pericolosa per il piccolo Abramo, figlio di primo letto di soli otto anni. Abramo usciva da scuola ogni volta con un quaderno pieno di storie e più ne inventava sul padre più il padre si divertiva a impersonarle, come fossero copioni fatti apposta per mandarlo in scena. Nella nebbia, quel sorriso sdentato era l’unica cosa luminosa. Era il suo paracadute e decise di indossarlo. Si chiuse in un centro di disintossicazione, si fece rimettere insieme i pezzi, si dimenticò persino quella chioma bionda che ora rifletteva il sole di marzo sotto l’albero di magnolia. Si dimenticò d’averla tanto aspettata e si diede a vizi meno lussuosi. Come il tè da Leg, o l’amore con Betsy.

Betsy l’aveva incontrata quasi subito. Una chiacchiera o un sorriso, lei non se li faceva pagare. Così, nel momento peggiore, quando le poche monete che aveva finivano tutte sul bancone di Leg, lei era lì, a terminare le sue esclamazioni lasciate monche da una gola strozzata nel whyskie. Lei non lo evitava. Era una delle poche, oltre la sua ex-moglie, che, santa donna, doveva pur crescere un figlio, e ci volevano soldi. Ma Betsy non lo evitò nemmeno quando Atom le piantò dieci dollari in mano con un occhio spavaldo, l’altro pieno di lacrime. “Continuiamo la conversazione”, diceva, e andavano a rintanarsi nel retrobottega. Una volta si fece pietrificare dal sesso, come ora dallo spavento, e se ne stette immobile per qualche secondo, stupito da quanta emozione potesse scorrere ancora in quel corpo sieropositivo. “Non ti fermare”, gli ordinò Betsy, e lui continuò boccheggiando e pensando che poi sarebbe morto, e allora era meglio farlo tra le braccia di lei, che non gli facevano pesare la vita. “Ma tu non hai paura?” “Di cosa?” “Del mio male”. Betsy s’era fatta grandi risate, quella volta, e ad Atom sembrava che risuonassero spavalde come un vaffanculo che la gente per bene, fuori dal retrobottega, non se lo poteva permettere. Lei aveva ragione: di cosa avrebbe dovuto aver paura una donna dopo avere attraversato mezzo Texas a piedi quella volta che il suo uomo le aveva fregato tutti i soldi per rifarsi l’anima in Messico, che teneva testa ogni giorno alla lobby dei magnaccia di Chicago evitando di disperdere il suo patrimonio in mazzette, che aveva sputato fuori tre figli uno più roseo dell ’altro per vederseli togliere di mano in pochi giorni dal suo cliente preferito, Sir William Churchtone, giudice di primo grado. Se la figurava ridere a quel modo mentre metteva piede all’aeroporto di New Mexico, tirando per le maniche sbrindellate i tre marmocchi rosa.

“Betsy, adesso dove sei?” Si sentì come un eretico, all’improvviso. Fuori, sotto una luce abbagliante – o forse erano i suoi occhi a essere abbagliati – c’era Zoe/Chioma bionda, spalle spigolose e morbide come sempre, vestiti leggeri anche d’inverno, che non avresti mai detto che il tempo passa e le stagioni si susseguono, a stare al suo fianco. Fuori, sotto l’albero di magnolie. Il tempo era passato, e ora, all’improvviso, con il vento alto e le nuvole leggere a nascondere momentaneamente il sole, sembrava scuro e minaccioso, una fotografia della morte, con una bella donna troppo ossuta e pallida, sotto il grande albero, scosso dai tremiti della costernazione. Sotto quei rami piegati da ere geologiche ideali, Atom aveva passato i giorni a immaginarsela, questa morte, e da quella prospettiva, essa era l’entrata del bar di Leg, la penombra che sbucava subito dopo il primo passo nell’uscio, lo scintillio invitante dei liquori dietro il bancone. Era la risata lontana di Betsy che risuonava dall’oscurità come un monito ai suoi pensieri impauriti. E aveva sbagliato prospettiva. Gli era mancato un pezzo della fotografia, un frammento strappato troppo presto dalla sua vita perché potesse capire che quello era il motivo per cui tutto si era sfasciato. Una donna troppo pallida, malata. “Mi ha scritto ieri. Dice se vogliamo andarla a trovare. Io devo combattere coi fornitori e tenere pulito il locale, non mi fido a lasciarlo in mano a Tom, ma tu, se vuoi, ti do l’indirizzo. Dice che sta bene.” “Chi?” Leg rovesciò un bicchiere asciutto e versò il tè: “Betsy, a chi pensavi?”.

Soggetto offresi

9 giu 2006 In: pensieri

Metto a disposizione della rete un soggetto che non ho mai potuto realizzare, per un corto di animazione. La cosa è andata così: io e un mio amico ci rimbocchiamo le maniche e cominciamo a tirar fuori un po’ di idee per corti micro, ma veramente micro, da realizzare con animazione 3d oppure tradizionale, o miste. Io adoro l’animazione. Ma non ho assolutamente i contatti e gli agganci giusti per poter anche solo proporre le mie idee. Non ho tempo per mettermeli a cercare. Non ho nemmeno troppa voglia. Al mio amico, che invece ha più fantasia di arrivare al risultato di me, propongo una serie di storie. Ovviamente, questo mio amico, di cui non faccio il nome ma che alcuni dei miei lettori avranno riconosciuto, me le boccia tutte. Anche se devo dire che io ritengo non tanto male alcune di queste proposte. Una in particolare, la trovo veramente azzeccata. Ma tant’è, non piace, non se ne parla più. Via, mettiamola nella cartella dei 30 script che ho scripto e che non vedrò mai sul grande schermo.

Mo’ però, stavo cercando qualche racconto “vecio” o nuovo per aggiornare il blog. E mi è passato per le mani questo corticino ino, L’alchimista. Non era una delle idee migliori, forse, ma racchiudeva un senso, un concetto a cui mi ero affezionata, un racconto che si può realizzare anche con elementi minimi: un personaggio muto, musica, immagini, animazione di tutti i tipi, un colpo di scena a chiudere, per qualcuno forse deludente, ma praticamente il leit motiv delle mie giornate :D

Concludendo. Dato che non ci faccio una ‘beata’ con queste cose chiuse nel cassetto. Dato che non penso manco che stiano aspettando a me, i registi che passano per internet, per copiare idee originali come la susanna. Dato che non ci credo ma ci spero sempre, che a qualcuno possa interessare ciò che una volta, in un momento di grossa autostima, ho scritto. Dato tutto questo: fatene quel che volete. O voi flashari perduti dietro l’ultimo effetto di testo, o voi appassionati di programmi di rendering, o voi registi smanettoni e non, che procedete per la rete a tentoni e siete capitati qui per caso o perchè sono venuta a rompervi le palle e vi ci ho portato io. Se a qualcuno si voi interessa questo soggetto, realizzatelo. Fate diventare la mia creatura una visione, da mandare in onda a reti unificate :D.
Se poi interessa un confronto mi si può scrivere in mail, sono disponibile a: dialogare dell’idea, elaborarla ulteriorimente, dare qualche sporadico suggerimento di regia solo su richiesta. Ho messo a fondo pagina la licenza “some rights reserved”. Non l’avevo mai usata. Perchè penso che se qualcuno si appropria indebitamente dei miei racconti o poesie per scopi commerciali è proprio un coglione, e quindi: meglio chiarire che tutto il resto di questo sito è mio, questo soggetto qui, prendete e usate, anzi, se lo fate mi fate un piacere! Almeno avrò smentito quel mio amico.

a voi il link

Se poi il soggetto fa schifo pure ai miei 4 visitatori, pazienza. Resterà solo un altro raccontino nella rete, a eterna memoria della mia voglia di scrittura e di lettori. Non mi vergogno di questo. Non più.

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