Lady in the Water

9 nov 2007 In: film

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER!

Niente cinema per i miei occhi, sto vivendo il mio momento “ciabatta, copertina e mac sempre acceso”. E ovviamente resta acceso anche sky, la mattina però, mentre faccio colazione, e la sera tardi, dopo cena. Così l’altro ieri sera ho potuto finalmente recuperare non uno, ma ben due film che avevo visto uscire in sala pensando: questo lo vedrò sul satellite. Il pronostico si è avverato per la prima volta, non so, forse dopo un anno circa… Avevo detto la stessa cosa col Pirata dei Caraibi e non mi sono nemmeno accorta che l’avevano mandato in onda.
I film in questione: Il diavolo veste Prada e Lady in the Water.
Partiamo da una premessa: la prossima volta che sentirete dire che un attore o un attrice è strepitosa in un ruolo di un film leggero che non gli dareste due lire, pensate subito “grazie tante! pure mia nonna è brava a fare la modella vicino a Rosy Bindi”. Questo è tutto ciò che ho da dire sul diavolo di Prada. Inoltre trovo che la perfidia e la saccenza dell’universo della moda lì rappresentato appartenga alla maggior parte delle categorie di lavoratori che non si sporcano le mani di terra e olio per motori, nel mondo reale è un panorama sconsolante, e quindi il film è vecchio come commedia ancora prima di nascere.
Veniamo a Lady in the Water. Ora qualcuno potrebbe storcere il naso, perchè Shyamalan è un autore su cui si fa spesso polemica, e per qualcuno non è un autore. Quello che fece con Mel Gibson, i cerchi nel grano e gli alieni era imbarazzante, e non si trattava di un film porno. Sign, si chiamava, me lo ricordo ora che ne parlo. Eppure anche quel film aveva qualcosa. Come Unbreakable, e come Il sesto senso. L’ultimo suo film mi pare sia The Village… Vorrei riassumere le trame perchè trovo che c’è un percorso, quasi una filosofia, o per lo meno una linea di pensiero:
Il sesto senso: Un dottore sente e vede i morti, cerca di capire come sia possibile fino a che non scopre che in realtà è lui ad essere morto.
Unbreakable: Un uomo qualunque esce illeso da un incidente mortale, un rapina, e varie altre situazioni pericolose, un bizzarro “uomo di vetro” che ha dedicato la sua vita ai fumetti gli rivela che lui in realtà è un supereroe, e l’uomo di vetro il suo avversario.
Sign: un buon pastore rimasto vedovo scopre la venuta degli alieni nella sua tranquilla vita, sembra che l’umanità non abbia scampo quando la fissazione della figlia per i bicchieri d’acqua lasciati in giro gli rivela il punto debole del nemico.
The village: una tranquilla comunità vive nei boschi, minacciata dalla presenza di terribili creature. Fino a che la gelosia del matto del villaggio per l’amore tra il più bello e tenebroso e la figlia del capo, cieca, non sconvolge loro la vita: il bello e tenebroso resta ferito a morte, la cieca chiede di andare in città per prendere le medicine e tutta la comunità è costretta a rivelare di essere una costruzione fittizia di un gruppo di persone unite dal dolore e ritiratesi a vivere nei boschi lontano dalla società reale. La bella cieca attraverserà da sola la foresta, in cui non dimora alcuna creatura maligna, alla ricerca della strada per la città.
Lady in the Water: un custode di un condominio scopre una ragazza che fa il bagno in piscina di notte, di nascosto. Credendo che la ragazza stia annegando, la trae in salvo e si imbatte in realtà in una narf, una specie di ninfa, appartenente al regno delle acque, che è venuta sulla terra per incontrare un prescelto, dal loro incontro verranno grandi cambamenti per gli uomini e per le narf. Ma la ragazza è minacciata dalla presenza di una belva, sua acerrima nemica, che vuole ucciderla. Il custode si trova così ad aiutare la narf a incontrare il prescelto (lo stesso regista) e a trovare tutti i tasselli della storia perchè lei possa tornare a casa sana e salva.
La cosa interessante dei film di Shyamalan, presi singolarmente e nel loro complesso, è che sembrano un gioco a nascondino con la fantasia e con l’inconscio: vedi i morti, sei tu il morto, non parli più con dio, arrivano gli alieni, sei un mite ometto e invece no, sei un supereroe, fai l’eremita e inventi mostri fittizi per allontanare il mondo, e invece i mostri vengono da te, quelli veri, della follia, dell’odio e dell’amore. E infine sei un custode, con una tragedia nascosta nel cuore (al custode è stata sterminata la famiglia) e invece di un folle condominio americano ti ritrovi tra le mani Story, questo il nome della narf, niente di meno che la storia che cambierà il destino dell’umanità. Non è solo il fatto che i protagonisti non sappiano mai chi sono veramente, è anche che le storie, le avventure, non sono mai quello che dicono di essere. Così Sign è in realtà una celebrazione del cinema fantasy della guerra fredda, Unbreakable diventa una celebrazione del mondo dei fumetti e della passione degli uomini per i poteri immaginari, Lady in the Water finge di essere una storia fantastica ma è in realtà girato con due lire, con pochissimi effetti speciali, quasi teatrale, unica location, quasi unità di tempo, tanti personaggi ma tutti ruotanti intorno a Story. Insomma, una metafora della rappresentazione e della narrativa. Altro che fantasy, è una sorta di metastoria in cui è messo in scena il triste destino di story, l’invenzione e la narrazione, che ha bisogno del contributo di tutti i personaggi, che scoprano se stessi e facciano la propria parte, per poter continuare a vivere.
Sotto questa prospettiva, Shyamalan conferma di essere un autore moderno, il suo interesse è focalizzato non già dalla fantasia quanto dalla capacità di produrla, non dalla storia ma dalla narratività. Detto ciò, il film non è un granchè, alcuni personaggi/macchiette sono fastidiosi (soprattutto la cinese con vocina petulante cui è assegnato il compito di raccontare quasi tutto), è tutto molto parlato, come ci si aspetterebbe da un’opera teatrale. Solo che è cinema, e quindi l’idea era buona ma è riuscita a metà.
Peraltro ho il sospetto che il senso di disagio provato davanti ad altri suoi film, come Sign o The Village (tradotto: mi hanno fatto cagare) sia dovuto proprio a questo: usano il cinema ma non sono cinema. Sono fantastiche storie di introspezione.

I film citati:
Il diavolo veste Prada
Lady in the Water
The Village
Sign
Unbreakable
Il sesto senso

Il regista:
Shyamalan

brevi da caserta

4 nov 2007 In: ricordi, riflessioni

Sono tornata per una due giorni in famiglia. Abbracci baci braci e abbracci, c’è un carico di affetto inespresso che si fa parola, lasagna e busta della spesa carica di prelibatezze. Mia madre non fa passare nemmeno un minuto senza un degno ricordo culinario da imprimere nel cervelletto e nell’intestino.

Qui il mercato del sabato mattina è come al solito foriero di buoni acquisti. Questa volta però solo cose utili: mutande, calzini per noi e per gli uomini di casa, reggiseni (4 di marca, 30 euro, perfetti addosso). Dopo la spesa familiare saccheggio il discount dei prodotti da bagno. Un dentifricio 0.65 euro. No, dico, 0.65! per non parlare di shampoo, bagnoschiuma, crema per il corpo, borotalco, crema da barba… ho fatto incetta. Spesi 20 euro, risparmio complessivo sui prezzi di Roma: 15 euro. Un record difficile da battere.

Breve percorso turistico cittadino e poi passeggiata con amica, sabato pomeriggio. Prese dalle chiacchiere e dalla smania di rinnovamento siamo andate insieme dal parrucchiere. A parte che è entrato un marcantonio mentre ci insaponavano la testa che sembrava uscito da blade runner, abbiamo immaginato con grande spasso la donna che può accompagnarcisi…. Ma dopo due ore di cazzeggio, letture amene, chiacchiere da parrucchiere, arrivo al mio taglio e al fidato antonio chiedo: mi dicono che sembro una francesina anni ‘70, per piacere, portami nel 2000. Antonio non ha bisogno d’altro. E crea. Un artista del suo calibro lo finanzierei: a Roma farebbe faville e soldoni. Esco con un’altra vita in faccia. Al modico costo di 13 euro. Mi vergogno quasi a pagarlo così poco. Quando in capitale mi spellano.

Degna conclusione della serata, pizza e birra con gli amici. Con piacevole sorpresa: alla solita compagnia si aggiungono new entries, senza contare me, che faccio la new entry ogni volta che torno a casa.

Grande spettacolare finale con pennichella domenicale mentre il sole dell’immensa piazza su cui mi affaccio inonda di colore il soggiorno di casa.

Certe volte, in testa, c’è solo una melodia remota che rintrona e fa sorridere.

La ragazza del lago

29 ott 2007 In: film

Dopo un intenso recupero cinetelevisivo, posso eleggere il miglior film del week end: come da titolo, La ragazza del lago.

Partiamo dal fatto che ho letto un paio di sciocchezze in rete, qualcuno che parla di cinema della realtà, qualcun altro che paragona la prima parte del film allo stil novo di Sorrentino. Sgombero il campo dalle sciocchezze e parto dalle poche informazioni che mi interessano: Andrea Molaioli, il regista, è alla sua opera prima, e questo è già degno di nota. Molaioli non è un ventenne appassionato di cinema, ma un serio professionista che ha lavorato per anni appunto con Sorrentino, Moretti, Garrone, ovvero quella che potremmo considerare la nuova scuola del cinema italiano. Il film è tratto da un giallo scandinavo, pare di gran successo, io sono ignorante e non l’avevo mai sentito nominare. Il cast è la creme de la creme: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Valeria Golino, Marco Baliani, Fabrizio Gifuni, solo per citare i più famosi. La trama, riambientata in Italia, Friuli Venezia Giulia, mette in scena quanto di più attuale e chiacchierato ci sia nella mente dell’italiano medio: il male imprevedibile e rivestito di normalità che si nasconde nel cuore della provincia.
Faccio due conti sulle dita, come i ragazzini: regista di mestiere, attori di grido, tratto da un best seller o libro di successo, una storia di cronaca tale che Porta a porta ci camperebbe per un anno… Avrà incassato milioni di euro! Fossimo negli Usa, o in India, ci troveremmo di fronte a un blockbuster. Invece siamo in Italia, e La ragazza del lago viene considerato un piccolo film, di cui qualcuno dice che “addirittura sono state stampate 120 copie”… Non ho parole. Addirittura? Fosse per me, ne dovevano stampare almeno 300 di copie. Il film ha molti pregi, oltre quelli che si possono percepire superficialmente, e li andrò a elencare in maniera brutale, perchè ho un casino di lavoro:

. I dialoghi: sono incisivi, puliti, chiarissimi – un grazie a Molaioli e a Sandro Petraglia
. Gli attori: diretti benissimo, direi, forse l’unico un po’ tentennante è Gifuni, che comunque si cimenta con maestria con la grande sobrietà di Servillo. Servillo, che lo diciamo a fare, lo vorremmo vedere più spesso e ovunque. Crea un personaggio di commissario che scavalla Coliandro, Montalbano, e quanti ne volete. Un commissario che si chiede incessantemente “perchè” di ogni cosa, che non si ferma davanti al difficile compito di scoperchiare la pentola delle miserie umane, salvo, in finale, concedere tregua all’unica persona che abbia scompaginato il suo mondo (e chi ha visto il film sa di chi parlo).
. La regia: pulita, essenziale, capace di lasciare spazio all’immaginazione e di raccontare con pochi fotogrammi il senso di disagio dei personaggi. Non assomiglia alle regie di Sorrentino. E’ invece la prima regia di Molaioli. Ci tengo a precisarlo.
. La colonna sonora, scelta per differenza, per alienazione rispetto a un paesaggio a tratti freddo, familiare, austero, conciliante. La musica che accompagna non si sente proprio per questo, si integra come l’altra metà del panino.
. infine il companatico: un’indagine che viene risolta non per analisi chimiche nè per astuzia suprema degli indagatori, ma perchè lo spirito umano è debole, perchè a volte un peso grosso può servire a scacciare un peso enorme. E insostenibile.

Non si tratta di un film realista italiano, si tratta di un bel film italiano, di quel cinema i cui maggiori pregi, riconosciuti anche all’estero, sono precisione, profondità, bravura.

Una nota infine: qualcuno ha scritto che per scelta del regista è assente la macchina mediale: niente girandola di giornalisti e televisione che affollano i luoghi del delitto come oggi accade ogni volta che viene commesso un crimine, tanto più se efferato e incomprensibile. Beh, tante grazie. E’ un film! Per fortuna…

due parole sul resto:
Ho visto anche:
Giorni e nuvole, di Soldini: improbabile
Exotica (su sky mania), di Atom Egoyan: notevole anche se arzigogolato!

Across the universe

26 ott 2007 In: film

Presentato in anteprima alla Festa internazionale del cinema di Roma, Across the Universe dovrebbe essere il “Musical” dell’ormai avviata stagione invernale. Le più famose canzoni dei Beatles intersecano una storia d’amore, la stagione delle contestazioni made in usa, la guerra del Vietnam, i figli dei fiori, e tutto ciò che è ormai codificato come anni ‘60 e ‘70. Dico “dovrebbe” per vari motivi, e tutti personali. Il primo è sicuramente che il genere del musical mi sembra ormai un genere sfilacciato: ci sono opere che sono eminentemente musical, vedi Chicago, ad esempio, e soffrono di questo (io lo trovai molto noioso, ma a quanto pare non solo io); e opere che non c’entrano niente col musical, ad esempio Io non sono qui, che mi si è sedimentato in quella parte del cervello in cui si raccolgono i miei film preferiti, un posto che sta esattamente in mezzo tra i musical, i film di fantascienza, alcuni autori sacri e i sogni. Quindi può essere che mi sbagli in modo madornale, ma io quel film l’ho recepito come un grandioso musical postmoderno, più che una biografia liberissima di Bob Dylan.
E detto ciò, Across the Universe a me non è parso un musical: manca completamente di una visione di insieme, le note e le canzoni non servono il procedere della storia ma è il procedere della storia che serve alla messa in scena delle canzoni. La prima metà addirittura è talmente sfilacciata che sembra di assistere a una serie di videoclip incollati l’uno all’altro. Nella seconda metà del film ho passato almeno 45 minuti a chiedermi quand’è che avrebbero attaccato Hey Jude
I Beatles hanno regalato molto alla musica mondiale, il difetto principale è che il loro tessuto narrativo sovrasta e appiattisce il tessuto narrativo del film.
Il secondo motivo per cui dico “dovrebbe”, è legato all’immaginario che rappresenta. “Rappresenta” la dice lunga sul film.
Il film infatti mette in scena, come in un lungo carosello, una serie di “fattarelli” in cui noi, volgo cresciuto a pane e hollywood, riconosciamo gli anni ‘70 e il fermento che attraversò quel periodo. Strizza l’occhio ad altri film (l’inizio è paro paro Moulin Rouge: giovane e dannato solitario canta della ragazza meravigliosa che ha incontrato un giorno, con musica melanconica a indicare che la storia d’amore è bella che andata). Fa un uso molto glamour degli effetti speciali (più che di effetti speciali bisognerebbe parlare di amarcord degli effetti speciali, un amarcord di Melies, un amarcord dei videotape anni ‘80, ecc….). Alla fine si ha la sensazione che tutto sommato le storie rappresentate non siano così interessanti per la regista (Julie Taymor) e i suoi interpreti.

A questo punto, dopo averlo demolito, non mi resta che raccogliere le scene più belle:
il duetto tra Martin Luther e Dana Fuchs (lei è bellissima e ha una voce da paura)
l’ingresso di Bono Vox/Dr. Robert (dove Bono è irriconoscibile, e la cosa dà una certa soddisfazione)
il concerto finale sul terrazzo (All you need is love è attuale come non mai, potrebbere essere stata scritta adesso)
Infine il protagonista, Jim Sturgess, è così fisicamente inglese che rende un po’ più credibile tutto il resto.

In sala, alla festa del cinema, c’era sicuramente qualche personaggio famoso. Io non li ho riconosciuti, come al mio solito. Però ho visto Marco Mazzocca. E direi che come curiosity mi basta!

I film citati:
Across the Universe
Chicago
Io non sono qui
Moulin Rouge

copertina del vinile dei beatles

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